Dopo oltre cinque ore di interrogatorio Lavitola ammette di aver commissionato l’ordigno dell’attentato, ma sostiene di averlo fatto per aumentare la protezione del giornalista. Il legale di Ranucci: «Un conto è la confessione, altro la sua credibilità»
La seconda bomba del caso Ranucci è esplosa quando le agenzie hanno cominciato a battere le parole dell’avvocato Sergio Cola, legale di Valter Lavitola: «Ha confermato l’ipotesi accusatoria della procura, ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato, e dice di averlo fatto per tutelare l’incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi pericolosi tentativi di aggredirlo, e fargli innalzare il livello di protezione».
Dichiarazione resa all’uscita dal carcere di Rebibbia, al termine di un interrogatorio di garanzia cominciato alle 12 e durato oltre cinque ore davanti alla gip Iole Moricca e al pubblico ministero Edoardo De Santis. Il quadro indiziario lasciava pochi spazi ai dubbi, ma l’ammissione del diretto interessato apre a catena un’altra serie di interrogativi.
Lavitola sceglie di parlare
Lavitola non si è avvalso della facoltà di non rispondere. «Ha risposto a tutte le domande del gip», ha spiegato Cola. «Il suo comportamento è apprezzabile perché il quadro probatorio, secondo me, non era così granitico, quindi si poteva giocare tutto. Ma nonostante questo ha scelto di parlare».
Il difensore ha chiesto contestualmente l’attenuazione della misura cautelare, cioè gli arresti domiciliari.
Il faccendiere ha dunque ammesso di avere commissionato l’ordigno esploso la sera del 16 ottobre 2025 davanti alla villetta del conduttore di Report a Campo Ascolano, frazione di Pomezia. Nega però il movente ricostruito nelle 198 pagine dell’ordinanza. Non l’ascesa politica dell’amico, ma la sua sicurezza.
«Lo ha fatto non per un movente politico, anche se di fatto l’attentato, non per volontà del mio assistito, ha aumentato la popolarità di Ranucci», ha precisato Cola, portando l’unico riscontro concreto a sostegno della tesi: «Ranucci aveva all’epoca una protezione composta solamente da due uomini.
Siccome gli attentatori, secondo il modo di vedere di Lavitola, erano pericolosissimi, lui l’ha fatto perché poi in effetti dopo la scorta è stata più che raddoppiata: si è passati da due a otto agenti, con una protezione a ferro di cavallo».
La bomba «per proteggerlo»
È un dispositivo che Lavitola aveva auspicato per iscritto. A un mese dall’esplosione scriveva al giornalista: «Ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente». E poco dopo: «Dammi retta, in qualsiasi momento tu sei esposto, devi avere una struttura di protezione fisica», specificando che servivano una staffetta di almeno quattro uomini, i due dell’auto di scorta e un sopralluogo dieci minuti prima.
La difesa costruisce così la propria versione su materiale che sta già negli atti dell’accusa, dove quegli stessi messaggi sono letti come preoccupazione «presunta» e come pretesto per spostare l’attenzione sul piano mediatico. Stesso corpo documentale, due narrazioni opposte.
Su quella versione è arrivata la replica dell’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci: «La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia, se il movente reale fosse effettivamente quello riportato. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021, confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal Ministero dell’Interno».
Quanto alla popolarità, «era già da molto tempo elevatissima sia in Italia che all’estero». Dunque «se il movente è quello, si colloca tra l’inutile e il rassicurante, di certo lontano da ipotesi ben più gravi e gravose». E la chiosa che vale l’intero comunicato: «Un conto è la confessione, altro la valutazione della sua credibilità».
La domanda senza risposta: Ranucci sapeva?
Resta invece senza risposta la domanda posta a Cola all’uscita dal carcere. Ranucci era a conoscenza del proposito del suo assistito? «Su questo non dico assolutamente altro. Vi sto dicendo quello che io potevo dirvi». Sarebbe bastato un monosillabo, e sarebbe stato il più utile alla difesa, perché avrebbe blindato la versione del gesto compiuto per il bene di un amico ignaro. Non è arrivato.
Le ragioni possono essere tecniche, perché un difensore non parla della posizione penale di terzi e una risposta diversa avrebbe reso Lavitola chiamante in correità, ruolo che ha finora evitato, non scaricando nulla né su Gomes Clesio Tavares né sui presunti esecutori. Resta che, potendo chiudere quella porta, la difesa ha scelto di lasciarla socchiusa.
Le carte sul progetto politico
Allo stato degli atti Ranucci è la persona offesa, non è indagato, e per la gip è vittima di una manipolazione costruita con «raffinata astuzia». Va però registrato che sul progetto politico la sua versione si è modificata ogni volta che è emerso un documento nuovo: prima l’estraneità, poi l’ammissione di sapere del sondaggio commissionato per pesarne la popolarità, infine le carte.
Il 20 aprile Lavitola gli manda la bozza di domande, il giorno dopo il conduttore risponde di averle viste ma che il questionario «andava integrato», nei giorni successivi che andava «fatto bene, altrimenti non serve». Suggerisce anche di spostare la conversazione su un altro canale. È il comportamento di chiunque venga inseguito dalle carte. Resta che le carte, finora, hanno sempre detto qualcosa in più di lui.
«La voce che spaventa»
Forse Lavitola non aveva poi così bisogno di adulare l’amico. Nelle stesse ore in cui il faccendiere confessava, Ranucci affidava a Facebook un post intitolato «La voce che spaventa»: «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza». Il conduttore non si paragona esplicitamente a nessuno di loro, ma il filo che descrive passa evidentemente dalle sue parti.
Sei persone per una bomba «a fin di bene»
La confessione di Lavitola, per quanto pesante, non spiega tutto. Non chiarisce perché, per rinforzare una scorta che c’era dal 2021, occorresse rivolgersi a una banda campana e far collocare gelatina di cava davanti al cancello di casa. Di quel gruppo tre uomini sono in carcere dal 30 giugno e una donna ai domiciliari, mentre il factotum di Lavitola, Tavares, è latitante in Camerun. Sei persone per una bomba a fin di bene, se non è metodo mafioso è qualcosa che ci assomiglia molto.



































