27 Set, 2026

Accoglienza, la virtù sacra chiede asilo

Domus Romana

La crisi dell’ospitalità da secoli ritenuta da tutte le civiltà elemento religioso fondamentale nei rapporti sociali tra individui e popoli


C’è un gesto che si perde nei secoli, tra le mura di templi, case e villaggi. È il gesto dell’accoglienza e dell’ospitalità, una delle più antiche e diffuse forme di virtù sociale dell’umanità. Un’arte che nasce dall’esigenza di offrire un rifugio, per poi trasformarsi in qualcosa di più profondo.

Da sempre, l’ospitalità, prima che diventasse un mestiere, ha rappresentato molto più di un dovere. Se per i greci non era solo un semplice atto di cortesia, come per noi, ma un vero e proprio obbligo sacro.

Per i romani significava accettare ed aprirsi ad altre culture, mentre nel mondo arabo l’ospitalità è considerata un «incrocio di cammini». Ogni cultura ha così codificato l’accoglienza come gesto rituale e prova morale, perché lo straniero, sconosciuto, imprevedibile e silenzioso, non era solo un individuo da aiutare, ma spesso una sfida lanciata dagli dèi.

Ecco perché accogliere era, prima di tutto, un atto che definiva l’uomo.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI MIMÌ

L’ospitalità nel mondo antico

Già il mondo omerico è permeato di episodi che aiutano a comprendere il valore dell’ospitalità, perché dietro ad ogni viandante o forestiero poteva celarsi un messaggero degli dei a cui non si poteva negare un’offerta di vitto e alloggio. L’ospitalità è, infatti, una delle tante chiavi di lettura dell’Odissea, facendo da contraltare alle peripezie di Ulisse e mettendo alla prova gli uomini che incontrava.

Se Ulisse è accolto con molta cortesia e generosità dai feaci, con Polifemo, immagine perfetta dell’inciviltà e della disumanità perché divora i suoi ospiti invece di accoglierli, tocca con mano cosa significa vivere fuori dalle regole e dagli stili della civile convivenza.

La sacralità delle leggi dell’ospitalità era incardinata in uno schema reciproco, tra ospitante e ospite, di diritti e doveri, la cui violazione avrebbe potuto scatenare una terribile vendetta divina. Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta la storia di due viandanti, nella realtà del mito Zeus e suo figlio Hermes, che chiedevano ospitalità a diverse case ottenendo solo insulti.

Giove e Mercurio da Filemone e Bauci (Andrea Appiani)

Infine bussano a una casa diroccata in cui viveva una coppia. Filemone e Bauci, che li accolgono nella loro umile dimora, rispettando il dovere della sacralità dell’ospite. Quando Zeus, tramite un’alluvione, distrugge l’intero villaggio per vendicarsi della mancata ospitalità, solo i due coniugi vengono risparmiati, e finanche ricompensati dagli dèi che concedono loro di esprimere un desiderio.

I due chiesero di divenire sacerdoti addetti al culto del tempio in cui era stata trasformata la loro casa, e che la morte li portasse via nello stesso momento, e Zeus mantenne la promessa.

Questo episodio dimostra che i popoli antichi sapevano che l’ospitalità conveniva a tutti, anche se individualmente costava a ciascuno.

Anche Platone ne era consapevole, quando nelle Leggi egli rafforza la sacralità del rapporto con lo straniero e ne sottolinea la condizione di solitudine perché privo di amici e parenti in una terra che non è la sua, riconoscendo che «i rapporti con gli stranieri sono sacri al massimo grado; le offese commesse da uno straniero e quelle commesse nei loro confronti, confrontate con quelle contro un proprio concittadino, potremmo dire che attirano maggiormente la vendetta del dio».

Dalla xenia al diritto romano

Il termine ospite deriva dal latino hostis col significato di straniero e così compare già nella Legge delle XII tavole.

Al forestiero che si accoglieva a casa non veniva chiesto né il nome né l’identità, perché era sufficiente trovarsi di fronte un individuo in condizione di bisogno affinché scattasse la grammatica dell’ospitalità. La reciprocità delle relazioni d’accoglienza era alla base delle alleanze tra persone e comunità, che componevano le regole fondamentali della convivenza pacifica tra i popoli. Ogni ospite, povero o ricco che fosse, veniva trattato con lo stesso rispetto, e considerato una persona protetta dalla divinità.

Così, da un gesto semplice e privo di implicazioni scaturiva un vero e proprio legame, consacrato dallo scambio di un piccolo oggetto, detto xenia, simbolico ed ereditario per le future generazioni. Si trattava di pietre, cocci di argilla, monete che venivano divisi a metà in modo che se un discendente avesse avuto bisogno di un rifugio in futuro, le due metà ricongiunte avrebbero dimostrato l’antico legame. Più l’ospite era gradito e stimato, più preziosi e importanti erano i doni.

Si veniva così ad instaurare un legame tra le famiglie, che poteva comprendere anche alleanze matrimoniali o militari. Di contro, la violazione delle leggi dell’ospitalità era considerata così grave da essere uno dei casi in cui la vendetta era permessa.

La sacralità dell’accoglienza romana

Nell’antica Roma l’ospitalità fa un salto di qualità e diventa una contaminazione di culture, oltre che uno stile di vita. La civiltà romana continua a riconoscere la sacralità dell’accoglienza, fino al punto di regolarla giuridicamente. Nasce così l’hospitum publicum, una sorta di legislazione del diritto all’ospitalità, specie per i personaggi più influenti, consoli, magistrati, ambasciatori, che venivano accolti e protetti con tutti gli onori dalle famiglie romane. Avevano un solo vero dovere: presentarsi sempre con un documento di identificazione, per evitare il rischio di qualche sorpresa sgradevole.

All’ospite era inoltre garantita la parità con l’ospitante così come i diritti del popolo romano, a cominciare dall’adozione delle tesserae hospitales, ossia tavolette di bronzo su cui venivano incisi i nomi dell’ospite e dell’ospitato.

LEGGI Tutti gli articoli di Jessica Mazzuca

L’accoglienza nella Bibbia

Anche nella Bibbia è un continuo decantare il valore alto e assoluto dell’accoglienza dell’altro, spesso definito angelo. Se il primo grande peccato di Sodoma è stato di rinnegare l’ospitalità a due degli uomini che, invece, erano stati accolti come ospiti da Abramo e Sara alle Querce di Mamre.

Un gesto, quello di Abramo, che sarà ricompensato quando gli stranieri annunceranno ad una Sara incredula, l’imminente maternità. Non meno importante è uno degli episodi biblici più raccapriccianti, causato proprio da una profanazione dell’ospitalità: lo stupro omicida della concubina del levita ospite a Gabaa, un evento che scatena una devastante guerra civile in Israele, portando alla quasi totale estinzione della tribù di Beniamino.

Storie, narrazioni di un passato remoto, ma che raccontano come l’ospitalità sia un’arte sottile, fatta di piccoli dettagli e attenzioni reciproche che va imparata, non una sequenza di goffi gesti improvvisati. Quando si accoglie una persona l’obiettivo è farla sentire a casa.

Il rito della tavola e del letto

Le nostre tradizioni raccontano che il modo più comune per farlo è la condivisione del cibo, offrendo piatti della tradizione. In particolare quelli che hanno un valore affettivo e che si tramandano di generazione in generazione.

È nel piccolo spazio tra una mano che serve e una che riceve, che si rivelava l’essenza dell’accoglienza e della comunione, a cui si accompagna l’apparecchiatura, non una mera decorazione, ma preparazione di un rito.

Nelle antiche società rurali, con case piccole e risorse limitate, quando arrivavano ospiti di riguardo, come un parente lontano, un medico o un sacerdote, la famiglia era solita cedere la stanza migliore e il letto matrimoniale in segno di massimo rispetto. Talvolta, però, il prestito del letto agli ospiti era anche l’innesco perfetto per l’equivoco o la beffa.

È quanto accade ad Ulisse quando Penelope, per metterlo alla prova, ordina alla nutrice di spostare il loro talamo nuziale fuori dalla camera per offrirlo all’ospite. Sapendo che quel letto non poteva essere spostato perché costruito intagliando un pilastro direttamente da un albero di ulivo ancora radicato nel terreno. Un gesto che fa adirare Ulisse, svelando il segreto che solo loro due conoscevano.

Una prassi, quella dell’offerta del talamo nuziale, che poteva essere fonte anche di ambiguità soprattutto quando si incontravano culture diverse dalla propria. Un’antica usanza d’utilità sociale legittimava il popolo eschimese, noto per il proverbiale bacio pudico, a concedere la propria moglie all’ospite. Un segno di fratellanza, legata a specifici contesti di sopravvivenza e alleanze comunitarie dell’epoca premoderna.

Una pratica basata sul consenso della donna, ben lontana dall’idea moderna di scambio o mercificazione. Un rito di ospitalità, per così dire, «senza confini», oggi però completamente superato.

Il letto di Procuste

Tuttavia, non sempre prestare il proprio letto all’ospite assicurava un rifugio sicuro. Un tragico destino era quello che attendeva coloro che accettavano l’offerta di ospitalità di Polipemone, noto con il nome di Procuste che significava il tenditore. Un famoso bandito dell’Attica, che aveva escogitato una tortura terribile.

Possedeva due letti di diverse misure. Non appena si presentava un ospite, se era grande e corpulento, era costretto a sdraiarsi sul letto più piccolo. Procuste tagliava il suo corpo in modo da farlo combaciare con la misura del letto. Se, al contrario, il malcapitato era minuto, era obbligato a distendersi sul letto grande. E per far coincidere la misura del suo corpo con quella del giaciglio, Procuste lo stirava. Proprio come si fa con l’impasto di una pizza, slogandone prima gli arti.

Da qui, l’espressione «essere nel letto di Procuste», che significa doversi adattare forzatamente a una situazione molto difficile, che comporta immensi sacrifici e dolori.

L’ospitalità come bene comune

È così che l’ospitalità è diventata un gesto che, nei secoli, ha avuto il peso del rito, della responsabilità, della presenza. Nel mondo attuale, dove spesso ospitalità significa «pagare per un servizio». Tornare a questi racconti originari può aiutarci a riconnetterci con il senso della nostra umanità.

Ma non tutto è perduto. Ancora oggi, vi sono culture che considerano l’ospitalità un dovere più che un servizio. Nell’induismo, ospite è colui che arriva senza preavviso, e per il quale è sempre pronto un posto a tavola, non per cortesia, ma perché l’incontro può essere sacro.

Mentre, in alcuni contesti dell’Africa, l’ospitalità è un atto collettivo, non privato. Non è la casa a ospitare, ma l’intero villaggio.

In Giappone, omotenashi è, invece, l’arte dell’accoglienza silenziosa e totale: l’altro è sacro nella sua presenza, e merita attenzione totale. In tutte queste culture, accogliere è un gesto che trasforma chi lo compie. Perché, ospitare significa sospendere il giudizio, e aprire uno spazio di incontro.

L’ospitalità vera non si misura in stelle o in premi. Non si tratta solo di nutrire, dissetare o dare un letto. Si tratta di accogliere l’altro come segno del destino, interpretando un bisogno prima che venga espresso.

La reciprocità dell’ospitalità non è un contratto. Non c’è equivalenza fra il dare e il ricevere, e soprattutto perché il mio essere accogliente oggi, non genera nessuna garanzia di trovare accoglienza domani, quando e se ne avrò bisogno. Per questo l’ospitalità è un bene comune, ma allo stesso tempo fragile.

È il primo atto per entrare nel territorio della civiltà, perché la negazione dell’ospitalità diventa automaticamente il primo passo per tornare indietro verso il mondo dei ciclopi, dove regnano solo la forza fisica e l’altezza.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA