«Mi fido di te». Chi pronuncia queste parole conta sul fatto che qualcuno prenderà sul serio ciò che gli sta a cuore. Il segreto di tutte le comunità
All’ingresso dell’Inferno, Dante è turbato dalle parole scritte sulla porta: «Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate». Virgilio gli risponde: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; / ogne viltà convien che qui sia morta». Poi la vicinanza fra i due diventa un gesto:
«E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.» (Inferno, III, 19–21).
Colpisce la serenità di Virgilio su quella soglia.
Il conforto che Dante riceve dalla sua guida diventa un passo compiuto. Eugenio Borgna, riprendendo un’immagine di Hofmannsthal, ci ricordava che «le parole sono creature viventi».
Fiducia è una di queste: nei versi di Dante prende corpo in una mano accolta.
«Mi fido di te». Chi pronuncia queste parole conta sul fatto che qualcuno prenderà sul serio ciò che gli sta a cuore. Può chiedergli un consiglio o aver bisogno della sua presenza in una circostanza difficile. L’affetto e la stima possono accompagnare quella richiesta. La fiducia prende forma quando la parola dell’altro entra fra le ragioni di una decisione.
È un coinvolgimento che riguarda entrambi. Chi riceve fiducia scopre che una sua parola o una sua decisione ha importanza nella vita di qualcuno. È chiamato a comprendere che cosa gli viene chiesto e a rispondere attraverso il proprio giudizio.
Chi si affida, a sua volta, continua a scegliere. La libertà si esercita dentro questo rapporto: ciò che uno può fare incontra ciò che l’altro è disposto a fare con lui. Dipendere da qualcuno appartiene così all’esperienza stessa del poter agire. Da dove viene la capacità di stabilire un legame simile?
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Prima della scelta: la fiducia
Prima della scelta. «La fiducia precede la fiducia», scrive Salvatore Natoli in Il rischio di fidarsi. Potremmo parafrasare, come pure è stato scritto a questo proposito che è «un legame originario». La capacità di accordarla ha una storia: «solo perché abbiamo ricevuto amore e sicurezza ne diveniamo capaci». Un bambino vive delle cure di persone che non ha scelto. Quando qualcuno risponde al suo pianto e torna a farlo, quella presenza diventa qualcosa che può attendere. La dipendenza accomuna gli inizi della vita; la qualità dell’accoglienza varia da una storia all’altra.
Questa precedenza del legame riguarda anche il conoscere. Si apprende una lingua, si ricevono notizie di luoghi mai visitati e di avvenimenti anteriori alla propria nascita. Molto di ciò che viene insegnato è stato appreso allo stesso modo da chi lo insegna: attraverso persone delle quali si è fidato. Nell’ascolto di qualcuno entra così la storia di molti altri. Per un lungo tratto si crede a ciò che viene detto senza disporre dei mezzi per controllarlo. Del resto, una verifica richiede già conoscenze con cui confrontare ciò che si vuole accertare. Pretendere una prova di tutto, fin dal principio, impedirebbe all’apprendimento di cominciare.


Nel passaggio dall’accogliere una parola al domandarne le ragioni si apre lo spazio del giudizio personale. Sapere da chi proviene un insegnamento aiuta a comprendere perché sia stato creduto; rimane da esaminare che cosa lo renda convincente. Natoli riconosce al dubbio questa funzione: rendere più consapevole la fiducia attraverso la capacità di scegliere a chi accordarla.
Anche il rapporto con chi ha insegnato può cambiare. Una domanda inattesa induce l’adulto a cercare una spiegazione che fino ad allora gli era sembrata superflua; un’obiezione può fargli riconoscere il limite di una convinzione. Chi aveva introdotto un altro alla conoscenza del mondo si trova così a ripensarlo attraverso il dialogo.
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Le ragioni e il futuro: fidarsi senza sapere
Le ragioni e il futuro. Una parola mantenuta pesa nella decisione di credere ancora a chi l’ha data. Ciò che sappiamo di una persona orienta le attese che riponiamo in lei. Nella Sociologia, Georg Simmel colloca la fiducia fra sapere e non sapere: un’aspettativa sul comportamento futuro abbastanza solida da permettere di agire. Sul piano di questa aspettativa, una conoscenza completa renderebbe superfluo il fidarsi. Nei rapporti reali, la scelta si compie sulla base di ragioni che lasciano aperto l’esito.
Il futuro richiede ancora l’iniziativa dell’altro. Mantenere un impegno comporta la ricerca di un modo per onorarlo nelle circostanze che si presentano. Chi aveva promesso un aiuto può incontrare una difficoltà inattesa, dover cambiare i propri programmi per esserci. Anche una risposta che corrisponde pienamente alle attese è un esercizio di libertà: una promessa mantenuta conserva il valore di una scelta. Si conta su qualcuno sapendo che ciò che farà dipenderà anche da come avrà compreso e affrontato quella situazione.
Sia la previsione sia la fiducia orientano le nostre azioni. Nella fiducia prende rilievo anche ciò che si può chiedere a una persona in virtù del rapporto. Quando si racconta a un amico qualcosa che fino ad allora era rimasto privato, si attende che sappia custodirlo. L’amico comprende che quelle parole gli sono rivolte proprio perché si conta sulla sua discrezione. Averle ascoltate lo coinvolge: il riguardo per chi ha parlato diventa una ragione del suo agire. La fiducia contiene così un’attesa che può essere riconosciuta e assunta dall’altro.
In una nota della stessa opera, Simmel amplia l’analisi. Accanto alla fiducia sostenuta dalle conoscenze, considera una fede nella persona che oltrepassa la distinzione fra sapere e non sapere, e che accosta alla fede religiosa. Nei rapporti umani questa disposizione può trovare nell’esperienza un motivo per nascere o una conferma; a sua volta può accompagnare gli affidamenti fondati sulle ragioni più precise. Conoscenza e fede nella persona si intrecciano, senza che l’una esaurisca l’altra. Anche dopo aver riconosciuto le qualità di qualcuno, resta da comprendere che cosa significhi credergli.
Avere fede in qualcuno: da Buber a Montaigne
Avere fede in qualcuno. Fiducia e fede appartengono alla stessa famiglia di parole. Fiducia viene dal latino fiducia, derivato da fidere, «confidare»; fede risale a fidem, accusativo di fides. Questa parentela si ritrova negli usi quotidiani: avere fede in una persona significa credere di poter contare su di lei; tenere fede alla parola data significa mantenere l’impegno assunto.
Per chi crede, la fiducia in Dio può orientare l’intera esistenza. Nei Salmi questa relazione conosce anche una domanda aspra: «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?», si legge nel Salmo 13. L’orante protesta perché attende qualcosa da colui al quale si rivolge. La preghiera rende dicibile la distanza fra quella speranza e il dolore presente. Nell’ultima strofa torna ad affermarsi la fiducia nella fedeltà divina. Si può leggere qui un’esperienza del credere che comprende al proprio interno anche la difficoltà di riconoscere Dio in ciò che accade.
Martin Buber, in Due tipi di fede, distingue due forme del credere: nell’emunàh ebraica mette in risalto la fiducia e la fedeltà vissute in un legame; nella pístis, termine greco, l’adesione a ciò che si riconosce vero. Entrambe coinvolgono l’intera persona. Sul piano linguistico, anche pístis può indicare fiducia e fedeltà.
Nei Saggi, nel capitolo Dell’amicizia, Montaigne ricorda Étienne de La Boétie. Era così certo delle intenzioni e del giudizio dell’amico che, anche nelle questioni riguardanti la propria vita, si sarebbe fidato di lui più volentieri che di sé stesso. Si conoscevano profondamente; nelle sue parole, le loro volontà appaiono intimamente unite. Montaigne distingue espressamente quel legame dalle amicizie comuni.
Fra persone che hanno convinzioni diverse, la fiducia può prendere un’altra forma. Nell’incontro fra fedi religiose, per esempio, permette di riconoscere la serietà dell’esperienza altrui anche quando se ne discutono i contenuti. Chi ascolta cerca di comprendere che cosa una convinzione significhi nella vita di chi la esprime. Il dissenso rimane possibile e può essere dichiarato apertamente. La fiducia nell’interlocutore permette anche di esporre una difficoltà della propria tradizione, una domanda alla quale si sta ancora cercando risposta. La sincerità di questa ricerca diventa qualcosa su cui entrambi possono contare.
Il credito accordato: accettare un rischio
Il credito accordato. Per Natoli, la fiducia può anticipare un bene ancora possibile. Dare credito a qualcuno può significare offrirgli l’occasione di esercitare capacità che ancora non ha potuto mostrare. Le condizioni per agire cambiano già nel momento in cui quella possibilità gli viene riconosciuta. Il rischio accompagna questo anticipo: una parte delle ragioni per fidarsi potrà diventare visibile soltanto dopo.
Per chi sta imparando, ricevere un primo incarico significa trovarsi in una situazione nella quale le proprie decisioni avranno conseguenze. Deve valutare come svolgere il compito e che cosa fare davanti a una difficoltà. Il risultato entrerà nel lavoro di altri, che hanno accettato di contare sul suo contributo. Il credito ricevuto acquista consistenza attraverso questo coinvolgimento: si è ammessi a prendere parte a qualcosa, con una responsabilità effettiva. Una capacità può così essere scoperta da chi la esercita nello stesso momento in cui viene riconosciuta dagli altri.
Un tentativo può riuscire solo in parte e chiedere una correzione. La fiducia trova qui una delle sue difficoltà: continuare a sostenere chi comincia, riconoscendo gli errori che può compiere. Il compito affidato può essere rivisto; la capacità di chi lo svolge si comprende meglio nell’esperienza. Altra cosa è esigere che la persona realizzi esattamente ciò che era stato immaginato per lei. Quando la riuscita consiste nel confermare quel progetto, il credito accordato rischia di diventare una pressione. L’altro si trova impegnato soprattutto a dimostrarsi all’altezza delle attese. Chi riconosce di non poter assumere un impegno può dirlo proprio per rispetto della fiducia ricevuta.
Sul piano pubblico la fiducia assume un’altra forma. Natoli richiama il ruolo delle istituzioni, che rendono possibili impegni reciproci anche fra estranei. Chi arriva in una città nella quale non conosce nessuno può rivolgersi a un servizio e trovare una persona tenuta a occuparsi della sua richiesta. Il rapporto si appoggia a compiti riconoscibili e a regole condivise. L’affidabilità dell’istituzione prende forma nel modo in cui quegli impegni vengono rispettati. Il suo valore supera il singolo incontro: permette di partecipare alla vita comune anche a chi non dispone di una rete di conoscenze. Si può contare su un impegno assunto pubblicamente prima di sapere chi sarà, di volta in volta, a risponderne.
La promessa nella Strada di McCarthy
Qualcuno che aspetta. Nel romanzo La strada di Cormac McCarthy, un padre e un figlio attraversano un mondo devastato da una catastrofe. La vita si è ridotta alla ricerca di cibo e di un riparo; incontrare un’altra persona può significare esporsi a un pericolo. Il padre protegge il bambino e cerca di tenere viva in lui la distinzione fra il bene e la violenza che li circonda. Quando muore, il figlio incontra uno sconosciuto che gli propone di unirsi alla propria famiglia. Viene meno la presenza sulla quale aveva contato fino a quel momento; occorre riconoscere la possibilità di un nuovo legame.
L’uomo riemerge dal bosco con una valigia e alcune coperte. Ne porge una al bambino. Il ragazzo fa per consegnargli la pistola; lo sconosciuto gli dice di tenerla. Poi il bambino chiede di tornare dal padre per salutarlo. L’uomo gli chiede se possa andare da solo e gli assicura che lo aspetterà. Nel bosco il bambino trova il corpo coperto, secondo la promessa ricevuta. Si siede accanto al padre e piange a lungo. Gli promette che continuerà a parlargli e che non lo dimenticherà. Poi torna verso la strada.
L’affidabilità comincia a prendere forma attraverso il riguardo per ciò che appartiene alla storia di un’altra persona. Lo sconosciuto ha mantenuto una promessa che riguarda il padre; ha riconosciuto il tempo di cui il figlio ha bisogno per congedarsi da lui. Il rapporto che si apre comprende così un legame precedente, del quale il nuovo compagno può conoscere ben poco. Una persona diventa degna di fiducia anche attraverso il modo in cui tratta ciò che l’altro ama e che rimarrà, in parte, estraneo alla sua esperienza.
Anche la pistola rimasta al bambino conta. Si può leggere in quel gesto una disponibilità dello sconosciuto a esporsi, lasciando all’altro una possibilità di difesa. L’adulto accetta un rischio nel momento stesso in cui offre protezione. La fiducia prende forma attraverso un’esposizione reciproca, pur nella disparità delle condizioni. Il bambino può conservare qualcosa con cui proteggersi e accogliere l’offerta di essere accompagnato. È nel modo di avvicinarsi che lo sconosciuto comincia a rendersi affidabile.
La promessa ha un contenuto preciso: restare lì finché il bambino ritorna. Il mondo in cui si trovano rimane esposto alla rovina, e nessuno può assicurarne il seguito. Eppure quell’impegno circoscritto basta a rendere praticabile una decisione. Chi lo riceve sa che cosa può attendersi e da chi. La fiducia assume una forma proporzionata a ciò che una persona può davvero offrire: un tratto della propria vita messo a disposizione dell’altro. In assenza di istituzioni capaci di garantire i rapporti, la credibilità della parola passa attraverso chi se ne fa carico.
Prima del congedo, il bambino ha chiesto di tornare dal padre. L’uomo gli risponde con quattro parole. Dentro quella risposta c’è già un posto per il suo dolore e per il suo ritorno: «Allora vai. Ti aspetto».



























