1 Nov, 2026

La gonna, una cosa per uomini lasciata alle donne

Orazio, Virgilio e Vario nella casa di Mecenate, un’opera del pittore francese Charles Jalabert (foto da meisterdrucke.it)

Dall’origine del mondo non ha mai fatto rima con donna, era la veste maschile per eccellenza, in tutti i campi, poi è arrivata la grande rinuncia…


Chi l’ha detto che gonna fa rima con donna? La storia degli usi e dei costumi racconta anche un’altra versione. Una narrazione parallela e secolare che vede pure gli uomini indossare gonne, sottane, tuniche, pepli e vesti. Indumenti che – al netto dei Paesi di provenienza, delle epoche, dei centimetri o delle differenze dettate dal rango o dal ceto, dagli usi, dalle mode o dalle occasioni – sono aperti in basso. Sul fondo. Liberi di fluttuare. A differenza dei pantaloni: capo chiuso diviso in due gambali separati.

Per lungo tempo la gonna – la cui etimologia deriva dal tardo latino gunna (o gouna), a sua volta di probabile origine celtica o iranica, con il significato originario di «veste di pelliccia» o indumento di pelle – non è stata un’esclusiva femminile. Anzi.

Una graduale inversione di tendenza (e poi separazione d’abiti tra uomini e donne) si registra via via a partire dal Medioevo e dal Rinascimento. Bisogna arrivare al 1672 alla corte del re Luigi XIV per trovare all’interno del Dictionnaire de l’Académie française, il termine «jupe» (sottana, gonna) con cui si descrive un «capo d’abbigliamento femminile che va dalla vita ai piedi».

La trasformazione è già in atto. Il cambiamento diventa ancora più netto alla fine del Settecento con la borghesia, la Rivoluzione francese e i sanculotti («senza culottes») che scelgono i pantaloni lunghi come simbolo di uguaglianza e lavoro al posto di calzoni corti, calze di seta e armamentario vario caratteristici dell’abbigliamento della nobiltà.

È in questo periodo che avviene qualcosa che segna un prima e un dopo e che coinvolge pure gonne e sottane. Uno spartiacque da cui sarà difficile tornare indietro, salvo eccezioni nel caso di tradizioni imperiture, mode passeggere, provocazioni e scelte artistiche o di stile.

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La grande rinuncia maschile

Gli storici della moda la chiamano «La grande rinuncia maschile» riprendendo l’espressione coniata molto tempo dopo dallo psicologo anglo-tedesco John Flügel. Nel 1930, Flügel pubblica il saggio «Psicologia dell’abbigliamento» e usa la definizione per descrivere quel fenomeno storico di costume e di molteplici valenze.

Al tramonto del XVIII secolo, gli uomini benestanti occidentali abbandonarono la varietà, i colori sgargianti e le forme elaborate di abiti e accessori, riservandoli in maniera esclusiva all’abbigliamento femminile, gonna compresa. «La grande rinuncia maschile» riscrive i codici d’abbigliamento.

Separa gli armadi e per gli uomini sancisce quello che diventerà il sobrio monopolio del vestito maschile moderno: pragmatico, pratico e autorevole. Senza fronzoli. Alle donne il compito di coltivare la bellezza e la seduzione anche attraverso abiti, gonne e accessori vari.

Ma prima?

Fino all’Alto Medioevo l’indumento per eccellenza era la tunica. Sostituta e sorella della gonna, a foggia di ampio vestito, per secoli non ha fatto preferenze tra uomini e donne. Quel lungo lembo di stoffa nelle sue diverse declinazioni e destinazioni, forme e materiali ha rivestito i corpi senza marcare differenze di genere. L’abbiamo visto pure nelle opere d’arte lambire i fianchi delle divinità mitologiche e degli umani; indosso a sovrani e faraoni, prelati, frati e monaci, militari, nobili e plebei. Poco più di uno straccio per i poveri, opulento e ornato per i ricchi.

Ma chi sono gli uomini che hanno indossato gonne e affini lungo la storia dell’umanità?

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Dai Sumeri ai faraoni, quando la gonna era anche da uomo

Si può immaginare che tra loro, il capostipite sia stato l’uomo primitivo che di necessità fa virtù. L’avo in gonnella ante litteram avvolgeva una pelle di animale o un pezzo di tessuto rettangolare intorno alla vita per coprirsi e proteggersi. Semplice e efficace.

Bisogna risalire al 3000 a.C. per un faccia a faccia con le civiltà della Mesopotamia. A cominciare dai Sumeri.

Sono loro i primi ad utilizzare una gonna a balze per entrambi i sessi fatta con un tessuto in lana a trama lunga, trapuntato così da imitare le ciocche del vello di capra o di pecora. I greci la chiamarono kaunakes. Quell’indumento era un privilegio riservato alla nobiltà e all’esercito, al popolo ne toccava uno simile ma più sobrio.

Nell’antico Egitto, gli uomini e i ragazzi indossavano lo skentis (detto anche shendyt). Realizzato con un tessuto leggero come il lino, poteva essere decorato con dettagli in oro per gli aristocratici. Anche i potenti faraoni lo indossavano, mentre i militari ne avevano in dotazione una loro versione in grado di assicurare libertà di movimento in battaglia.

Nati dopo, i pantaloni – la cui genesi e storia è legata alla domesticazione del cavallo, ai Persiani e agli Sciti – erano considerati con disprezzo da Romani e Greci che li chiamavano «bracae».

Per loro si trattava di un indumento stravagante e «da barbari». Da evitare.

Così, se i soldati indossavano tuniche e corazze che lasciavano le gambe scoperte, un posto di tutto rispetto era riservato al peplo «paritario»: indossato da uomini e donne era un rettangolo di stoffa drappeggiato intorno ai fianchi che insieme ad una mantella avvolgeva tutto il corpo.

Dal caftano al sarong, il giro del mondo degli uomini in gonna

A fare il giro del mondo gli uomini in gonna e affini non sembrano essere un’eccezione. In passato e in alcuni casi, ancora oggi.

In paesi come Marocco, Ghana, Kenya e Sudafrica (e non solo) gli uomini indossano ancora il khaftan (caffettano o cafetano). E le storie fiorite intorno a questa veste non mancano. Si racconta, ad esempio, che l’imperatore bizantino Teofilo che combatté gli Abbasidi negli anni trenta del IX secolo e costruì un palazzo ispirato allo stile di Baghdad vicino al Bosforo, amava mostrarsi in pubblico con caftani e turbanti. Anche per le strade di Guangzhou durante l’era della dinastia Tang, il caftano abbaside era di moda.

La tunica di seta o di cotone lunga fino alle ginocchia originaria della Turchia ha storia antica. I sultani dell’impero ottomano indossavano caftani riccamente decorati. La particolare decorazione dell’indumento, inclusi colori, motivi, nastri e bottoni, indicava il rango della persona che lo indossava.

Gli uomini musulmani nei paesi arabi indossano ancora la dishdasha: lunga fino alle caviglie, simile ad una tunica può essere confezionata in cotone, ma anche in materiali più pesanti, come la lana per affrontare il freddo.

Utilizzata negli Stati del Golfo. Se negli Emirati Arabi Uniti, la parola più comune per indicarla è kandura. Nel resto del Medio Oriente arabo si chiama dishdasha.

C’è poi il sarong o sarung: un largo pezzo di cotone o seta, drappeggiato intorno alla vita e indossato come una gonna da uomini e donne in molte zone dell’Asia del Sud, del Sud-Est e dell’Est, nel Corno d’Africa, e in alcune isole del Pacifico. Molto simile al pareo viene utilizzato con regole precise in ogni Paese. In Sri Lanka può anche essere considerato un indumento per le classi sociali inferiori; mentre in Malesia è indossato dagli uomini solo per la preghiera del venerdì alla moschea.

Nelle Figi per entrambi ecco le gonne chiamate liku, realizzate con ibisco o fibre di radice ed erba. Le chiamano le gonne di erba. Entrano nell’immaginario collettivo quando si parla di capi tradizionali delle culture del Pacifico o costumi utilizzati per feste a tema e spettacoli di danza.

In India gli uomini usano il dhoti: un unico pezzo di stoffa rettangolare (di solito tra i 4 e i 5 metri di lunghezza) che viene avvolto intorno alla vita e alle gambe, poi annodato senza tagli o cuciture sartoriali.

Il kimono, invece, è il costume nazionale del Giappone, destinato a entrambi i sessi e a ogni età. Nella terra dei Samurai, i guerrieri indossavano l’hakama. Si tratta di un capo tradizionale giapponese che somiglia a una larga gonna-pantalone o una gonna a pieghe. Un abbigliamento indossato da uomini e donne di corte già nel periodo Heian (794-1185) e diventato popolare e diffuso assumendo diverse fogge e funzioni nelle epoche successive. Viene legato alla vita ed è lungo fino alle caviglie.

Il longyi, chiamato in maniera confidenziale pasò per gli uomini, è l’indumento tradizionale maschile del Myanmar

La tradizione ancora viva del Myanmar

Il longyi, chiamato in maniera confidenziale pasò per gli uomini, è l’indumento tradizionale maschile del Myanmar, in passato noto come Birmania. Si presenta come una sorta di tubo o cilindro di cotone o seta, lungo circa due metri, avvolto in vita e fissato con una rapida piega frontale, senza l’ausilio di cinture o nodi. I motivi a scacchi sono i più comuni per l’uso di tutti i giorni.

La sua diffusione è capillare e trasversale: non è un mero costume folkloristico, ma un abito quotidiano e universale. Lo si incontra ovunque, dalle risaie dello Shan ai moderni uffici di Yangon. Uomini di ogni classe sociale, dai contadini ai politici, lo prediligono per la praticità. Il clima tropicale, caldo e umido, e le piogge monsoniche rendono il pasò la scelta ideale: è fresco, si asciuga in fretta e può essere ripiegato per ripararsi dal sole.

A dispetto della globalizzazione e dell’abbigliamento occidentale, il pasò mantiene in quel Paese una prevalenza schiacciante. Per le cerimonie si scelgono sete pregiate, il cotone domina nel quotidiano. Oggi, la stragrande maggioranza della popolazione maschile birmana veste il longyi. Resta un simbolo identitario imprescindibile e un orgoglio culturale vivo, indossato con naturalezza in ogni contesto e in ogni singolo giorno.

Il kilt scozzese, la gonna che non vuole essere chiamata gonna

La gonna da uomo più famosa al mondo resta il kilt scozzese in tartan col tipico motivo a quadri.

Diverse le versioni e le notizie sulla genesi e l’evoluzione di questo capo mitologico. C’è chi indica in Thomas Rawlinson l’inventore. Imprenditore, proprietario di fornaci per la fusione del minerale di ferro, quacchero inglese del ‘700, Rawlinson si era trasferito nelle Highlands, gli altipiani scozzesi. Ed è qui che tra il 1727 e 1734 nacque l’idea del moderno kilt.

La storia è curiosa. Osservando gli operai che abbattevano gli alberi per fornire la legna alla sua fornace di Inverness, Rawlinson ebbe l’intuizione di semplificare l’abbigliamento per renderlo meno ingombrante. Gli abitanti più poveri portavano all’epoca un lungo plaid, un mantello di stoffa grezza e di basso costo, che copriva l’intero corpo e fungeva pure da coperta. Stretto in cintura formava una specie di gonna che rendeva più agevole la marcia nella brughiera. Eliminando il drappeggio superiore e mantenendo solo la parte inferiore e la cintura, Rawlinson diede vita al nuovo capo da allora indicato come «il piccolo kilt» discendente del «grande kilt» già diffuso in tutte le Highlands ma con una forma diversa e più e una lunghezza di circa 5 metri. Ancora oggi simbolo della forte identità nazionale scozzese, il kilt viene indossato in particolari occasioni: matrimoni, celebrazioni nazionali e ricorrenze.

E se a quanto pare, sotto il kilt non andrebbe indossato niente, c’è chi sconsiglia di definirlo gonna o gonnellino. Potrebbe essere offensivo. Il motto in uso recita chiaro: «It’s a kilt, not a skirt» («è un kilt, non una gonna»).

Vien da dire che nei costumi come nella vita è il dettaglio a fare la differenza e la storia degli uomini può essere raccontata anche indossando un semplice pezzo di stoffa aperto o chiuso sul fondo.

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