25 Ott, 2026

Paese mio che stai tra la scrittrice e l’economista

“La vita piccola” (Rubbettino): lo straordinario dialogo tra Sonia Serazzi e Domenico Cersosimo su due mondi opposti e lo sfondo di San Vito allo Ionio


Con l’estate, si sono perse anche le note di “Al mio paese”, il tormentone musicale di Serena Brancale, Delia e Levante. Si erano attenuate prima, quando il video che mostrava madonne nelle chiese, luci sempre accese per la rima, giri di parenti, comari e lenzuola stese si era alla fine trasformato nello spot di una casa automobilistica. Che in qualche modo entra anch’essa ne “La vita piccola”, il dialogo firmato per Rubbettino da Domenico Cersosimo e Sonia Serazzi. L’associazione fra quella canzone e questo libro avviene per contrasto: per esempio a San Vito – dove l’autrice abita e fa cittadinanza attiva – l’acqua non basta più quando arrivano i turisti e i parenti. C’è perfino resistenza verso certe abitudini metropolitane – una per tutte, l’apericena – ormai rifritte.

Cersosimo, economista dal volto umano, racconta i guai del gigantismo, la polarizzazione dei centri urbani, l’esodo verticale verso il Nord e quello orizzontale verso la marina e la pianura. La famosa città-fabbrica della Fiat che ha accolto gli operai, svuotato i paesi per poi svuotarsi anch’essa: sì, proprio quella dello spot.

Serazzi, scrittrice felice del suo guscio, esalta le virtù del basilico sul balcone, dei passi sulla via, degli ambulanti, del welfare da vicinato, che non entra in nessun Pil ma è una forma di sostentamento e conforto. Un paese è ancora un posto dove ci si riconosce, e certe ferite si curano: anche se l’ospedale è troppo lontano.

Entrambi convergono su un dato: il paese non può e non deve vivere solo d’estate, nei weekend e il giorno della festa del Santo: ha un’anima e una dignità. Quindi no alla cultura del borgo leccato, B&bizzato, dei ristoranti fighetti e delle vetrine senza il prezzo. E sì – un sì urlato con parole soffici – nel nome di queste aree interne piene di ricchezza umana e potenzialità economiche, condannate dall’oblìo dalla cultura dominante e dalla politica. Quelli che occupano il centro hanno deciso che è il centro è meglio, ma si sono dimenticati di avvertire.

Certi segnali non valgono solo per il Sud: perfino in una provincia ricca come quella di Brescia, si parte da piccoli fatti. Prima chiude l’edicola, poi l’ufficio postale, infine la farmacia e l’unico negozio. Quello sì, il colpo finale: scompare ogni luogo di conversazione e incontro, una scusa per uscire. Gli abitanti vengono quasi invitati a mollare piccoli paradisi di aria buona, frazioni irraggiungibili di montagna dove non si registra da anni un reato, una denuncia, un bambino che nasce.

Un luogo vero dentro un libro

Ci sono pochi paesi che finiscono dentro la letteratura contemporanea in un modo così netto, San Vito sullo Ionio è uno di questi. E l’impronta è quella di Serazzi. Si arriva al paese quando finiscono i fichi d’India e compaiono i boschi, e le luci di Soverato sono ormai lontane. Il posto dove ai muri si trova ancora qualche appello, un desiderio di poesia scritto a mano. Un posto dove arriva ancora il circo, mi viene da pensare, dove resistono i volantini dei chiromanti.

Lei lo percorre a piedi perché non ha la patente, sconfina nei luoghi vicini, ormai i contadini si sono abituati a vederla sul ciglio della strada. Solo uno le ha detto: se sta andando dalla Madonna, questo è il giorno sbagliato. Ecco, forse questo si può dire dei paesi: la fede qui si tocca, ha i passi lenti delle processioni, della statua o del quadro sacro. Nelle metropoli, le processioni non esistono quasi più, e se ancora ne parte qualcuna, tutti pensano a una manifestazione e suonano il clacson.

Serazzi è una credente di prima fila, fa vita di parrocchia non in senso bigotto ma con una vocazione sociale, per cui capita che i ragazzi la chiamino zia. Sostiene di vestirsi come una maestra degli anni ’70. Ma non c’è niente di più affascinante nella vita di un paese, e lei è vanitosa a modo suo. Racconta che non tutto è ancora perduto, anche se sono sempre più frequenti le lacrime dei giovani che se ne vanno per studiare o lavorare, e alla fine piangono tutti. Eppure resiste anche una imprenditoria dal volto umano, familiare, onesta per cui tutti tifano. Le due palestre del paese pubblicano il programma, i giovani proprietari investono sul domani. Altri organizzano un Festival, lanciano iniziative culturali, e San Vito ha solo 1500 abitanti.

Su questo tema, Vito Teti ha tracciato la strada: non quella ex Statale 110 per anni interrotta da una frana che isola il suo paese, San Nicola da Crissa. Una strada ideale, un’idea di futuro che si poggia su quelli che lui chiama Restanti. C’è bisogno di progetti e pratiche sostenibili. I due autori de “La vita piccola” si muovono in questa direzione. Un futuro è possibile, ha magari la forza intangibile del digitale, il lavoro da casa. E certe volte ha la voce del corriere, che porta i pacchi e riduce le distanze: non sempre Amazon è il diavolo. “Ma quando mancano ospedali, scuole, trasporti e connessioni – scrivono Cersosimo e Serazzi – i paesi rischiano di diventare luoghi incompatibili con una vita dignitosa”.

Viaggio a Minà

La curiosità di rileggere con gli occhi i libri di Serazzi mi ha riportato una volta dalle parti di San Vito, la piazza con il mercatino, i bar e la corriera: a un certo punto, inesorabilmente, il panorama si è fatto verde e ignoto. Strade dove perfino un’auto di media cilindrata sembrava sproporzionata ed esitante. Il navigatore, tipico oggetto metropolitano, era impazzito e mi ha condotto in località Minà.

Per motivi personali, non potevo non fotografare quel cartello. Una signora è uscita fuori di casa: “Cosa volete, cosa cercate?”. Ho risposto solo che ero amico di Gianni Minà, il giornalista, “quello della tv” scomparso alla fine del Covid, e volevo mandare una foto del cartello alla moglie. Lei ha fatto finta di crederci. Io ho fatto in tempo a vedere una ragnatela di fili troppo bassi e un fiocco azzurro appeso a un palo. Era bellissimo.

Ho ritrovato poi la Contrada Minà dentro il libro, con la cronaca/racconto di una festa, e mi ha fatto venire nostalgia di quel posto di campi di montagna dove si va a letto presto, e tutti ricordano ancora che l’elettricità è arrivata tardi. Nel cuore dell’estate si celebra Santa Chiara, ballano anche i cani, lasciati liberi. D’inverno i bambini delle elementari studiano nella pluriclasse e poi vanno a fare le medie in paese. Anche il villaggio più remoto ha una sua periferia, un cartello che ti porta più in là e non ti ricongiunge a nulla.

Invisibili all’Italia

Sono posti mai raccontati, che non trovano spazio nei media nazionali. Lo dico anche con un senso di autocritica personale: prima che una notizia dal paese-Paese dimenticato arrivi in prima pagina passano dei mesi. Anche l’informazione è polarizzata sulle città, a meno che non sia cronaca nera. In quel caso, come per il giallo della ricina a Pietracatella, Molise profondo, si mobilitano i giornali, le tv, i siti e i social.

Non ci fosse qualche illuminato, i poveri resterebbero fuori dalla scena, perché la sporcano. I ricchi sono andati a vivere in città per far studiare i figli, come fosse un racconto di Saverio Strati. In un paese ne rimane uno, probabilmente quello che ha ereditato le terre. La Calabria è la regione più arretrata d’Europa, non ci sono statistiche consolatorie. L’orizzonte del paese è stretto e punta ai bisogni elementari: però per una visita medica all’ospedale di Catanzaro si deve prendere l’auto o il bus, e sono soldi da spendere in più. In un libro di Emanuela Anechoum, figlia di un marocchino e di una reggina, ho letto una descrizioni di certi paesi, in Africa come in Italia: “L’ambizione era accolta con scherno”.

Ecco quindi il doppio racconto: la città grande e ormai stretta: sempre meno metri quadri, sempre più cara e meno sicura. Una città che si via smagnetizzando: troppa disuguaglianza, troppi invisibili, troppo tempo perduto per i servizi che non funzionano.

E il paese? Spesso è un luogo vivo e sobrio, che ha un meccanismo sociale di moderazione. Non c’è il clochard sul marciapiede: magari vive nella sua casa degradata, si appoggia a un fratello, ma non dorme per strada. C’è sempre qualcuno che gli passa il pane. I servizi essenziali sono spesso reciproci: ci si scambia i favori. L’idraulico – che è persona conosciuta, a nessuno viene in mente di cercarlo su internet – spesso è pagato in natura, con un cesto di zucchine e pomodori. C’è il tempo regalato e quello barattato. Una forma di controllo sociale che non è pettegolezzo: se non vedo la tua luce accesa, mi preoccupo.

Scrive Cersosimo: “Nel piccolo tutto tende a essere vicino. La cosiddetta “città dei quindici minuti”, celebrata nei dibattiti urbanistici contemporanei, nei paesi esiste da sempre. Talvolta, paradossalmente, quindici minuti sono addirittura troppi. Non per abbondanza di servizi, ma per la loro progressiva rarefazione. La chiusura di presidi pubblici essenziali ha ridotto le distanze fisiche proprio mentre ampliava quelle istituzionali”.

Il Sinner che è in noi

Si potrebbe dire che solo in certi paesi resiste il senso di comunità, l’Italia delle città lo ha smarrito. Qui l’economista è quasi brutale, perché parte da questa convinzione per arrivare a colpire l’intoccabile degli intoccabili, il tennista Sinner, che non paga le tasse in Italia. “Eppure, mentre il campione alza coppe sotto i riflettori, in molti paesi ci sono ragazzi che stringono una racchetta immaginaria. Amano il tennis, ma non hanno un campo su cui allenarsi”.

Come se fosse solo merito del Campione: non delle scuole che ha frequentato, delle strade che ha percorso, non certo private. Un gigantesco senso comune sbagliato spinge per l’individualismo, per lo Stato nemico, per le card che viaggiano sulle autostrade social più veloci di qualunque televisione. E così ci lasciamo dietro i fragili.

Cersosimo: “Nessun fiore nasce senza un terreno. Nessuna ascesa è completamente solitaria. E ogni successo, per quanto personale, affonda radici in una trama collettiva fatta di opportunità condivise, di infrastrutture comuni, di sforzi invisibili”. (E dirò a margine che per aver esposto concetti simili su Sinner, l’editorialista del Corriere Aldo Cazzullo è stato coperto di insulti e perfino minacciato).

L’incomprensibile caso Cariati

Ma l’economia umanizzata dei paesi regge per miracolo. Serazzi dice che perfino i mercati sono più allegri all’inizio del mese, mentre più in là si tende al credito e ai musi lunghi. Nei tanti blocchi al Sud di questi giorni, spicca la protesta degli agricoltori. Che non sono multinazionali, ma spesso imprese familiari dove lavorano nonni, genitori e figli: il prezzo del gasolio è una variabile decisiva, serve per gli attrezzi e condiziona i conti, visti i prezzi strozzati che la grande distribuzione impone. Ci sono camionisti che non si muovono con le sigle sindacali, nei blocchi rappresentano solo se stessi. La politica ha avuto timore di avvicinarli, è arrivata quindici/20 giorni dopo, quando gli scaffali dei supermercati cominciavano a svuotarsi.

Gli autori fotografano una realtà in cui la rappresentanza è scomparsa: sia come militanza, sedi aperte, bandiere e feste di partito. Sia come capacità di affrontare un fenomeno complesso che ne comprende tanti altri: la forbice fra ricchi e poveri, fra città e campagna, perfino fra mare e montagna. La sanità che non funziona, lo sconfinamento nel/del privato, il triste pendolarismo (rifiutiamoci di chiamarlo turismo) sanitario. Con la attuale legge elettorale (e temiamo anche per la prossima) l’eletto non è tenuto ad avere alcun rapporto con il territorio.

E sempre a proposito di politica, il libro aggiunge un paio di elementi a quello che io chiamo dentro di me “l’incomprensibile caso Cariati”. Per chi non conosce la storia: c’era una volta un paese che aveva un grande ospedale, dove nascevano tutti i bambini della zona. Anche campioni dello sport come Lavia e Berardi, professionisti e contadini: tutti insieme appassionatamente a poppare in una struttura pubblica ed efficiente.

Con un taglio verticale, senza guardare nemmeno la carta geografica, l’ospedale fu chiuso nel 2010 dal governo Berlusconi. Dopo una lunga protesta (e qualche morto sull’ambulanza) molti e molti anni dopo il governo Occhiuto ha deciso la riapertura del “Vittorio Cosentino”. I militanti delle “Lampare” gli unici a crederci e a occupare le corsie, spesso contro gli stessi partiti, gli artefici di questo indubbio successo politico e sociale, hanno formato una lista per le successive elezioni comunali. Indovinate quanti voti hanno preso? Il 20%, ed erano già contenti così.

Un ragionamento per tutto il Sud

Qui torno a San Vito, con il ragionamento di Cersosimo-Serazzi che potrebbe essere clonato in tutto il Sud. Il voto dei paesi ha meccanismi strani assai, e molto personali. Si vota l’assicuratore che ti fa lo sconto, il parente, qualche volta perfino il delinquente, si vota il medico con tanti pazienti perché ti viene a casa, il proprietario del supermercato che promette un posto in nero a tuo figlio, quello che tappa la buca vicino a casa tua.

Si vota, certo, anche la persona perbene impegnata nel volontariato. Più è piccolo il paese, più la politica scompare e diventa un meccanismo di favore. E i rapporti personali e familiari oscurano un lavoro come quello delle Lampare, persone che hanno studiato le delibere e i cavilli, ti dicono com’è fatto e come funziona un reparto di rianimazione meglio di un dirigente delle Asp. Ma i cariatesi lo sanno, alla fine l’importante è il risultato. E i cittadini dei paesi, quelli che chiedono l’ “Ospedale di Zona Particolarmente Disagiata” sono tutti vicini fra loro, anche se non si conoscono e parlano dialetti diversi. Qualcuno vincerà, molti partiranno.

Così San Vito parla al mondo, con due voci forti che non si vogliono arrendere. Come scrivono loro: “Sarà bello seminare nell’attesa”. E magari tornare a Minà per la festa.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA