25 Ott, 2026

Costretti a vivere in un eterno presente

In un’epoca segnata da crisi sistemiche, algoritmi predittivi e precarietà cronica, la capacità di agire individuale non sta forse subendo un’eclissi?


Immaginiamo di essere seduti a un tavolo da gioco. Le carte che ci vengono distribuite, il numero di fiches a nostra disposizione e le regole del gioco non dipendono da noi: sono il risultato di un sistema che era in funzione molto prima che noi ci sedessimo. Tuttavia, il modo in cui decidiamo di giocare quelle carte, compresi eventuali bluff che mettiamo in atto, le alleanze che stringiamo con gli altri giocatori e le strategie che elaboriamo per ribaltare le probabilità di successo a nostro favore rappresentano la capacità di azione.

L’agire sociale

Nella teoria sociologica, il concetto di capacità di agire o agire sociale è uno dei pilastri fondamentali. Indica la capacità degli individui di agire in modo autonomo, di fare scelte libere e di influenzare il mondo che li circonda. È ciò che ci distingue dai meri ingranaggi di una macchina sociale. Tuttavia, se guardiamo al panorama contemporaneo, sorge un interrogativo inquietante: in un’epoca segnata da crisi sistemiche, algoritmi predittivi e precarietà cronica, la capacità di agire sociale individuale non sta forse subendo un’eclissi? Per comprendere la portata di questa crisi, dobbiamo prima fare un passo indietro e comprendere come la sociologia abbia storicamente affrontato il rapporto tra l’individuo e la società.

Una tensione teorica

Per oltre un secolo, la sociologia è stata attraversata da una tensione teorica, spesso descritta come il dibattito tra “struttura” e “agenzia”. Da un lato, c’erano i teorici della struttura (come Émile Durkheim o, in tempi più recenti, gli strutturalisti), i quali sostenevano che la società era un’entità esterna e coercitiva. Secondo questa visione, le istituzioni, le norme, le classi sociali e l’economia determinano in larga misura il comportamento umano. L’individuo è, in questa ottica, il prodotto del suo ambiente. Dall’altro lato, le prospettive più interpretative e fenomenologiche mettevano al centro l’agenzia, sottolineando come la società non esista se non attraverso le azioni quotidiane, le interpretazioni e le scelte dei singoli individui.

Giddens e Bourdieu

La grande svolta teorica arriva tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, grazie a sociologi come Anthony Giddens e Pierre Bourdieu, che hanno cercato di superare questa dicotomia. Giddens ha formulato la “teoria della strutturazione”, introducendo il concetto di dualità della struttura. Per Giddens, la struttura non è una gabbia di ferro che imprigiona l’agenzia, ma è al contempo il medium e il risultato delle pratiche sociali. Le regole e le risorse (la struttura) permettono agli individui di agire (l’agenzia), ma è proprio attraverso l’agire quotidiano degli individui che la struttura viene costantemente riprodotta o trasformata. Bourdieu, dal canto suo, ha utilizzato il concetto di habitus, un sistema di disposizioni acquisite attraverso la socializzazione, che ci porta a percepire, pensare e agire in modi specifici.

L’habitus non è un determinismo cieco; è una “libertà condizionata”. L’agenzia, per Bourdieu, è la capacità di improvvisare, di giocare con le regole del gioco sociale, pur essendo profondamente influenzati dalla nostra posizione nel campo di gioco. In sintesi, l’agenzia sociologica non è il libero arbitrio assoluto dei filosofi ma è piuttosto la capacità di navigare, negoziare e talvolta sovvertire i vincoli strutturali. Ma cosa succede quando questi vincoli diventano così pervasivi, opachi e schiaccianti da rendere la navigazione un’impresa impossibile?

Emirbayer e Mische

Per capire cosa stiamo perdendo oggi, è utile ricorrere alla brillante classificazione proposta dai sociologi Mustafa Emirbayer e Ann Mische. Nel 1998, essi hanno scomposto l’agenzia in tre dimensioni temporali e relazionali. Innanzitutto, quella iterativa, cioè la capacità di richiamare il passato, le routine e le tradizioni per dare stabilità alla propria identità. Quindi quella definita pratico-valutativa, che ci permette di prendere decisioni nel presente, valutando i contesti e negoziando tra diverse opzioni e conflitti. Infine, la proiettiva, cioè la capacità di immaginare futuri alternativi, di formulare progetti e speranze, orientando l’azione verso un domani desiderabile.

L’agire sociale sano richiede un equilibrio tra queste tre dimensioni. Oggi, tuttavia, assistiamo a un cortocircuito di questo meccanismo, perché se si tratta di avere la capacità di scegliere e influenzare il proprio percorso, l’attuale status quo presenta tre macro-fenomeni che la stanno erodendo sistematicamente. In prima istanza, stiamo parlando di algoritmi e illusione della scelta.

Il capitalismo della sorveglianza

Viviamo nell’era del capitalismo della sorveglianza e dell’intelligenza artificiale. Le nostre scelte quotidiane – cosa guardare, cosa comprare, chi incontrare, persino chi amare – sono sempre più mediate da architetture digitali progettate per massimizzare l’attenzione e il profitto. I sistemi di “spinta gentile” teorizzati da Thaler e Sunstein e gli algoritmi di raccomandazione non si limitano a suggerire; plasmano i desideri.

L’agire pratico-valutativo viene così sostituito da una scelta architettata. Crediamo di scegliere liberamente il prossimo video su una piattaforma di streaming o il prossimo acquisto, ma in realtà stiamo reagendo a stimoli prevedibili calcolati da macchine. L’agire individuale viene risucchiato in una scatola nera algoritmica, dove la nostra capacità di azione sociale viene trasformata in dati per perfezionare il sistema che ci controlla.

In seconda istanza, dobbiamo considerare che l’agire proiettivo richiede un orizzonte temporale. Per progettare il futuro, devo credere che le mie azioni di oggi avranno un impatto domani. L’economia contemporanea, basata sul precariato strutturale, sulla economia del lavoro occasionale e sull’incertezza cronica, ha reciso questo legame.

Se non sai se il tuo contratto verrà rinnovato tra tre mesi, o se il tuo reddito dipende dalle fluttuazioni di un’app, la capacità di fare progetti a lungo termine (comprare casa, formare una famiglia, pianificare una carriera) crolla. Bauman parlava di modernità liquida, ma oggi potremmo parlare di “presente espanso”. L’individuo è costretto a vivere in un eterno presente di sopravvivenza e adattamento, dove l’agenzia proiettiva si atrofizza. Non si tratta più di scegliere quale futuro costruire, ma di non averne più uno a disposizione.

Le macro-crisi e l’impotenza ecologica

Altro capitolo quello delle macro-crisi e l’impotenza ecologica. Di fronte a crisi sistemiche come il cambiamento climatico, le pandemie o le guerre globali, la capacità di agire individuale si scontra con un muro di gomma. Il paradigma neoliberista ci ha venduto l’idea che l’azione sociale individuale si eserciti principalmente attraverso il consumo e la responsabilità individuale, come per esempio accade con gli slogan “salva il pianeta cambiando le tue lampadine” o “usa la cannuccia di carta”.

Tuttavia, quando l’individuo si rende conto che le sue scelte micro sono irrilevanti di fronte a decisioni macro prese da élite economiche e politiche, subentra quella che in psicologia sociale viene definita impotenza appresa. L’eco-ansia e la crisi climatica non sono solo emergenze ambientali, sono vere e proprie crisi dell’agire individuale. Come possiamo sentirci agenti del nostro destino quando il pianeta stesso sembra ribellarsi alle nostre azioni?

Il paradosso della nostra epoca è che non siamo mai stati culturalmente così ossessionati dall’idea di azione sociale individuale. Il mito della meritocrazia, l’imperativo del “personal branding”, l’idea che “tu puoi essere qualsiasi cosa tu voglia” dominano il discorso pubblico. Siamo bombardati da messaggi che ci invitano a essere imprenditori di noi stessi, ad informatizzare la nostra vita, a ottimizzare ogni singolo secondo.

L’epidemia di burnout

Tuttavia, questo imperativo culturale si scontra violentemente con i vincoli strutturali descritti sopra. Il risultato è uno status quo caratterizzato da un’epidemia di burnout, ansia e depressione. L’individuo contemporaneo si trova in una trappola perversa: gli viene detto che ha il potere assoluto di determinare il proprio successo o fallimento, ma si trova a operare in un ambiente che gli nega gli strumenti reali per farlo.

Quando il fallimento non può più essere attribuito al sistema, ma viene internalizzato come un difetto personale ( “non ho lavorato abbastanza”, “non sono stato abbastanza resiliente”), e così la (mancata) capacità di agire si trasforma in auto-colpevolizzazione. Fenomeni come il quiet quitting, il dimettersi in silenzio ovvero fare solo lo stretto indispensabile), la sindrome dell’hikikomori, il ritiro sociale, o la paralisi decisionale non sono semplici pigrizie o disturbi clinici isolati. Sono risposte sociologiche razionali a un ambiente in cui il costo dell’agenzia individuale è diventato insostenibile. La struttura ha vinto, e l’agire si è ritirato in uno stato di letargo difensivo.

Il necessario cambio di paradigma

Se la diagnosi è severa, le analisi non possono limitarsi a registrare il declino, ma devono anche cercare vie d’uscita. Come possiamo salvare la capacità d’azione sociale nell’era delle strutture invisibili? La risposta richiede un cambio di paradigma su tre fronti. Il primo riguarda la transizione dell’agire individuale a quello relazionale. Dobbiamo abbandonare l’idea romantica e neoliberista dell’azione come impresa solitaria, dell’eroe che “ce la fa da solo”. La sociologia relazionale ci insegna che l’azione sociale non risiede nel singolo atomo sociale, ma nelle reti e nelle connessioni. Riconquistarla significa quindi ricostruire il capitale sociale, le comunità di supporto, i legami di solidarietà. L’agire sociale torna a fluire quando smettiamo di vederlo come una proprietà privata e iniziamo a praticarlo come un bene comune relazionale.

Tutto ciò è a maggior ragione vero al cospetto di problemi sistemici, che rendono l’agire individuale qualcosa destinata all’irrilevanza. La prospettiva più concreta risiede allora nella riattivazione dell’agenzia collettiva. I movimenti sociali contemporanei – dai Fridays for Future ai movimenti per i diritti digitali, fino ai sindacati della economia del lavoro occasionale – rappresentano il tentativo di riattivazione della capacità di azione sociale. Unendosi, gli individui creano una “contro-struttura” in grado di negoziare con, o sfidare, le macrostrutture economiche e politiche. L’azione torna ad essere proiettiva solo quando il “noi” sostituisce l’ “io” nella formulazione di futuri alternativi.

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