Pieni di fede e devozione ma non privi di voglia di scherzare. La santità vissuta con spirito
“Andrò in giro per le strade sorridendo, finché gli altri diranno: – è pazzo!” è l’incipit di una poesia di padre David Maria Turoldo (“Lo dirò con un sorriso”) il sacerdote che amava definirsi “un pellegrino, un vagabondo”.
Non è salito agli onori degli altari – come si dice quando si parla dei santi- ma con questo suo verso Turoldo espresse bene il paradosso vissuto dai testimoni della fede che si sono distinti e si distinguono per l’atteggiamento gioioso, la capacità di scherzare.
Chissà perché erano guardati come pazzi. Niente a che vedere con le icone dal volto triste, l’espressione compunta raffigurate negli affreschi, nelle tele che li immortalano.
Ma un santo come può essere triste? Quanto, invece, riempie il cuore la perfetta letizia del santo di Assisi. Tommaso da Celano, suo biografo, scrisse che san Francesco “evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all’orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore”.
Giullari di Dio
Il piccolo frate definiva sé stesso e i suoi frati i “Giullari di Dio”, pronti ad andare per le strade e, dopo aver divertito il pubblico, a chiedere come “pagamento” il pentimento e l’amore per il Vangelo.
Un santo coraggioso se, nel pieno del serioso Medioevo, riuscì ad affermare la semplicità con il sorriso nella chiesa del suo tempo. Anche così ne ricostruì le rovine, obbedendo a quella voce udita nella piana di Assisi. Il santo che sorride ti attira, t’interroga, ti spiazza. E spesso non ce lo presentano così.
Eppure quel tassello della sua vita e soprattutto della sua umanità è il segno che la scelta di seguire Cristo non snatura il carattere della persona. Anzi, dona una serenità capace si essere al di sopra di tutto, non con orgoglio, ma con semplicità ed allegria.
Un esempio: Teresa d’Avila, la monaca più rivoluzionaria del Cinquecento, oggi santa e dottore della Chiesa, che scatenò il fuoco nella Castiglia del tempo e nel suo Ordine, facendo tremare le vene ai prelati, non fu solo la santa dell’estasi, del cuore trafitto da una freccia di fuoco, dell’orazione mentale. Chi la conobbe amava raccontarne l’allegria, la sua capacità di sdrammatizzare.
Molti le attribuiscono una frase che pur non essendo mai stata pronunciata da Teresa, ne rispecchia lo spirito: “Signore, liberaci dai santi tristi”. E lei non fu una monaca musona e impettita. Quando, durante un viaggio per una delle sue fondazioni, rimase impantanata con la carrozza nel fango dopo un temporale, costretta a scendere per proseguire a piedi commentò a voce alta: “Signore se tratti così i tuoi amici ora capisco perché ne hai così pochi!”.
Inaspettatamente ironici anche i versi, tramutati in un inno intonato da tutte le monache, invocanti la liberazione dagli insetti che avevano invaso il monastero (“Le tue mani onnipotenti, ci hanno dato un bel vestito: dalle bestie impertinenti deh! preservaci, Signor”).
Tra gli oggetti che si conservano della santa ci sono un tamburello e le nacchere che utilizzava durante le ricreazioni, quando cantava e ballava coinvolgendo le consorelle.
La città ideale
Chi non conosce la “Città ideale”, opera più famosa di Tommaso Moro, autore però anche di una preghiera molto particolare: “Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo. Concedimi la grazia di capire una battuta, per trovare nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri”.
Immagine diversa dai ritratti impettiti e seri che lo raffigurano. David Hume ricordò che “soleva egli scherzare fra le vicende della fortuna or prospera or avversa”.
Lo fece fino alla fine, sul patibolo, quando affrontò il martirio prendendosi beffa del proprio boia, e rallentando l’esecuzione per aggiustarsi la barba perché non fosse tagliata dalla ghigliottina. Secondo una leggenda, anche il giovane san Lorenzo, arso vivo, mentre subiva il supplizio, si rivolse ai carnefici dicendo: “da questo lato sono cotto, giratemi e mangiate”.
Una delle figure il cui nome viene alla mente quando si parla di santi con il sorriso è senza dubbio San Filippo Neri.
Anche lui era considerato un po’ matto un tipo bizzarro. Oggi lo definiscono il “santo della gioia” o “buffone di Dio”, ma allora il giudizio era severo. Eppure il gesuita ne fece spesso motivo di burle. E se vedeva qualcuno triste, gli insegnava un’allegra cantilena: “Scrupoli e malinconia, fuori di casa mia!”
San Filippo Neri
Sorridente, accogliente e comprensivo, Filippo Neri era convinto che la vera letizia, quella radicata in Cristo, costituisse l’antidoto più efficace alla tristezza e all’angoscia: “Figliuoli, state allegri, state allegri. Voglio che non facciate peccati, ma che siate allegri”.
Il buonumore era parte dei suoi metodi per conquistare i cuori. E lo fece bene. La gente del popolo gli era affezionata e lo aveva soprannominato il “Pippo Bono”.
Il poeta e storico Theodore Maynard scrisse di san Filippo Neri “La gioia, anche quando non appariva a Filippo un segno di santità, era secondo lui una delle vie più dirette per raggiungerla … fu il contemplativo più socievole che il mondo abbia mai visto”.
Se guardiamo a santi del nostro tempo come non ricordare san Giovanni Paolo II, così capace di giocare, divertirsi con i giovani, ridere a crepapelle durante un’udienza nell’aula Paolo VI guardando uno spettacolo di clown. Le sue battute? Innumerevoli.
Una delle meno citate è la risposta che diede nel corso di una visita pastorale alla folla che lo osannava. Papa Wojtyla si sporse dal balcone e rispose ridendo: “Sì, viva il Papa… ma lasciatelo mangiare!”.
Un altro papa santo fu molto spiritoso, san Giovanni XXIII che nel suo diario dell’anima scrisse: «Lo Spirito Santo ha scelto me. Si vede che vuole lavorare da solo”.
Eh sì: l’uomo che vive una fede profonda in Dio non si prende mai troppo sul serio, perché sa che la salvezza del mondo è già in buone mani (e non sono le sue).
Carlo Acutis e Giovanni Bosco
San Carlo Acutis, il santo più giovane e più vicino a noi, diceva che “La felicità è lo sguardo rivolto verso Dio. La tristezza è lo sguardo rivolto verso sé stessi”.
Anche San Giovanni Bosco che fu il fondatore dei Salesiani, capì che per educare i giovani bisognava bandire la severità e creò la “Società dell’Allegria” in cui gioia e gioco erano indicati come veri e propri percorsi di santificazione. Negli oratori lanciò lo slogan che ha cambiato generazioni di ragazzi: “Noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri”.
“La gioia del Vangelo è una gioia che non si lascia imprigionare dai nostri schemi. Cammina leggera, perché sa che lo Spirito Santo la precede e apre le strade.” Disse papa Francesco.
“Dio ride” è il titolo di un film di Veronesi che sta facendo parlare molto in questo periodo.
È la storia di un frate che vuole parlare di Dio a ritmo di battute e storielle…Chissà perché tutti lo amano e guardano con sospetto il prelato che vorrebbe riportarlo all’ordine.
Diciamolo: un cristianesimo triste non attira nessuno, ma una fede che sorride e fa sorridere restituisce al mondo la verità e la pace che ogni cuore desidera. “La gioia è molto contagiosa – diceva Madre Teresa di Calcutta – quindi, siate sempre pieni di gioia.”





























