Il sole, il vento, le stelle: conquiste e migrazioni prima di bussole e satelliti. Per secoli l’uomo si è spostato senza perdersi (a parte Colombo che…)
Per l’uomo del passato, nomade e cacciatore, la sopravvivenza era legata alla capacità di stabilire la posizione in cui si trovava e all’abilità nell’individuare la giusta direzione verso cui spostarsi.
La storia dell’orientamento nel tempo e nello spazio è la storia dell’uomo. Dei suoi dubbi, delle sue paure, ma anche della sua incrollabile forza di volontà, del desiderio di esplorare, di sfruttare al meglio le proprie risorse e conoscenze. Ma al di là del coraggio, della motivazione, della resistenza fisica e mentale, come facevano gli antichi a orientarsi?
Fin dagli albori della civiltà, l’azione dell’orientare e dell’orientarsi accompagna l’esistenza dell’uomo, modificandosi parallelamente allo sviluppo della società umana, quale fattore essenziale per la sopravvivenza, la migrazione e la scoperta di nuovi territori.
LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI MIMÌ
Prima delle bussole, con gli occhi al cielo
Prima delle bussole, dei GPS e dei satelliti, popoli antichi come i Fenici, i Greci, i Romani e i nomadi del deserto si orientavano scrutando il cielo.
A guidarli negli spostamenti per raggiungere determinati luoghi senza sbagliare e scomparire per sempre nell’ignoto, era il movimento del sole e delle stelle. Il volo degli uccelli, il movimento delle onde, l’istinto naturale. L’orientamento degli antichi era essenzialmente empirico, grazie alla loro capacità di percepire i messaggi dall’ambiente che li circondava. In tal modo, gli esseri umani, con il naso all’insù e gli occhi rivolti al cielo, collegavano con linee immaginarie le posizioni apparenti delle stelle, identificando figure mitologiche e costellazioni.
L’orizzonte visibile variava in base alla posizione geografica dell’osservatore e alle condizioni ambientali, influenzando la percezione dello spazio e la capacità di orientarsi.
Ma, se conoscere il punto di partenza era facile, come si poteva determinare la rotta?
Per viandanti e naviganti il principale strumento per l’orientamento erano il Sole che forniva indicazioni durante il giorno e le costellazioni che guidavano di notte. Non a caso, la navigazione era limitata ai periodi in cui prevaleva il cielo sereno, che consentiva la visione delle stelle.

L’identificazione dei punti cardinali si basava proprio sull’osservazione del movimento del Sole. L’est era associato al punto di sorgere del Sole, l’ovest al punto di tramonto, mentre la culminazione del Sole indicava il sud nell’emisfero nord e il nord nell’emisfero sud.
Secondo i numerosi resoconti, i vichinghi deducevano la loro posizione nell’oceano con l’aiuto di tavole su cui si proiettava l’ombra del sole; grazie al sole e alle stelle, contavano i giorni trascorsi in mare e calcolavano la velocità approssimativa delle loro navi e la loro posizione.
LEGGI Tutti gli articoli di Jessica Mazzuca
Da Ulisse ai Fenici, leggere le stelle
Per rievocare il mito, anche Ulisse, nell’“Odissea”, utilizza diverse nozioni che dovevano essere patrimonio comune per i naviganti del tempo per mantenere una determinata rotta. Talvolta seguendo suggerimenti sussurrati da personaggi incontrati lungo la via del ritorno. Come quando la ninfa Calipso accetta a malincuore di far partire Ulisse, per obbedire al volere degli dèi “invidiosi e maligni”, suggerendo all’amato eroe la rotta per raggiungere Itaca.
Tuttavia, non bastava conoscere le stelle, si dovevano comprendere anche i loro movimenti. Secondo Plinio ad avere questa fine competenza erano i Fenici, abili commercianti. Tra i primi a raggiungere le più lontane destinazioni del Mediterraneo, venendo a contatto con gli scritti dei più grandi astronomi dell’antichità, i Caldei, antica popolazione della Mesopotamia.
Ma è altresì vero che, ad influenzare le rotte, la velocità di avanzamento e quindi il tempo di navigazione c’era anche il vento, che variava di giorno in giorno, di luogo in luogo, nonché di periodo in periodo.
Per navigare su lunghe tratte era necessario conoscere i venti dominanti, per sapere in anticipo dove si avrebbe avuto vento in poppa, e dove invece si sarebbero incontrati probabili venti di prua.
Il vento e il viaggio di Vasco da Gama
Quando Vasco da Gama, nel 1497, salpò dal Portogallo per raggiungere l’India, i venti dominanti lo sospinsero nell’Atlantico meridionale e poi verso Sud Est. Ma, tutto cambia quando nell’oceano Indiano da Gama incontra i Monsoni che stagionalmente invertono la direzione. Così, se il viaggio di andata richiese solo 23 giorni, quello di ritorno durò quasi tre mesi, e a causa di questo ritardo, le scorte alimentari e l’acqua dolce finirono e molti dei suoi uomini morirono di scorbuto.
Conoscenze che non erano patrimonio di tutti e avevano una loro segretezza commerciale. Perché comprendere le rotte voleva dire arrivare prima alla meta e commerciare più proficuamente. Come sempre, conoscere era potere.

Fuochi, coste e le prime mappe
Le prime navigazioni avvennero lungo le coste, identificando punti di riferimento che potessero essere di aiuto per potersi orientare e fare ritorno a casa. Una navigazione che, oggi, si potrebbe definire di cabotaggio, fatta di viaggi brevi e con la costa a vista, perché il mare aperto era vissuto con timore, anche se a volte era necessario affrontarlo. Così, prima dell’invenzione dei grandi fari monumentali, comunità costiere e santuari svilupparono sistemi luminosi efficaci, visibili da lontano e integrati nel paesaggio. Fuochi accesi sulle alture e mantenuti con cura, che rappresentavano una forma di sapere condiviso, capace di trasformare il buio del mare in uno spazio leggibile e attraversabile.
Le descrizioni delle coste e dei loro porti vennero poi raccolte nei “Peripli”, narrazioni di viaggi marittimi, antesignani dei “Portolani” medievali, mappe che indicavano porti, approdi e distanze, tra i primi strumenti a rivoluzionare la navigazione. Testimonianze che raccontano le regioni costeggiate, i porti toccati, i punti di atterraggio, le attrezzature portuali e le distanze percorse. Tra questi ricordiamo il periplo di Pitea di Marsiglia, navigatore greco vissuto nel IV sec a.C. il quale compì uno straordinario viaggio oltre le colonne d’Ercole per giungere fino all’Europa settentrionale.
Pitea fu il primo navigatore che comprese l’influenza della luna sulle maree e il meccanismo di alternanza di giorni e notti di sei mesi ai poli. In epoca romana, ai peripli succedono gli “Itinerari”, vere e proprie guide per conoscere le caratteristiche del viaggio da intraprendere, ma anche strumento a sostegno delle strategie militari.
Un riferimento per la pianificazione del viaggio per definire la probabile durata e per approntare le risorse necessarie alla permanenza in mare.
La rivoluzione della bussola
Anche se il Sole, le stelle e la luna fornivano la direzione, non sempre ci si poteva fare affidamento.
Condizioni meteorologiche avverse rendevano questi corpi celesti poco o per nulla visibili, e sui lunghi tratti, una deviazione, anche di pochi gradi, dal percorso pianificato poteva significare mancare la destinazione prevista.
Tutto cambia con l’introduzione della bussola. È agli arabi, grandi matematici e cartografi, che si deve la comprensione di questo strumento, scoperto dai Cinesi, ma non usato per la navigazione. Grazie alla bussola furono possibili i grandi viaggi per nave alla scoperta di nuove terre. Il periodo utile alla navigazione viene così esteso all’intero arco dell’anno, con notevole beneficio per i traffici marittimi. La repubblica di Venezia ebbe un grande beneficio dall’uso della bussola, perché poté intensificare i viaggi delle sue navi verso il Mediterraneo orientale.
Ciò nonostante, nel XVI secolo non vi era ancora uniformità di comportamenti fra i grandi navigatori.
Ognuno calcolava e prendeva nota delle correzioni di rotta necessarie per far avanzare l’imbarcazione nella direzione giusta. Quando finalmente l’imbarcazione gettava l’ancora, queste annotazioni quotidiane sulle carte nautiche diventavano una registrazione permanente di come si era arrivati a destinazione. Cristoforo Colombo, ad esempio, affronta l’Atlantico basandosi sulla tecnica dei punti stimati, cioè misurando ogni giorno le distanze percorse e il tempo impiegato. Anche se i suoi viaggi ebbero gli esiti che conosciamo, le sue misurazioni tuttavia furono alquanto imprecise.

Dall’astrolabio al cronometro marino
Col passare del tempo l’arte dell’orientamento imbocca una nuova rotta e diventa tecnologia. Gli strumenti meccanici cominciano a ridurre il bisogno di affidarsi all’osservazione a occhio nudo e alle ipotesi. L’astrolabio, inventato nel IV secolo ma introdotto in Europa solo nel XI secolo, e poi il più accurato sestante, sono strumenti che consentono di determinare con più precisione l’altezza del sole o di una stella sull’orizzonte. Non è un caso se, diversi Stati, come Spagna, Portogallo e Inghilterra, decidono di offrire premi in denaro a chi avesse fornito un metodo accurato per misurare la longitudine. In tanti accettano la sfida, persino Galileo Galilei, ma senza ottenere i risultati sperati, non riuscendo a intascare la grande ricompensa promessa dalla corona di Spagna.
Fu John Harrison a vincere il premio offerto dalla corona inglese, inventando il cronometro marino il cui uso iniziò a diffondersi a partire dal 1760. Da quel momento in poi smarrirsi in mare diventa sempre più raro e difficile.
Dalle onde radio ai satelliti
Bisogna attendere il XIX secolo, per un effettivo salto in avanti. Grazie alla scoperta delle onde radio e al geniale contributo di Marconi. L’impiego degli strumenti di radiocomunicazione si rivela fondamentale per la sicurezza degli spostamenti, consentendo, ad esempio, di rilevare la presenza di una nave in condizioni meteorologiche avverse.
Si arriva poi al Radar e alla nascita degli strumenti di orientamento a lungo raggio fino all’era dei satellitari. Progressi che non fanno che accrescere il nostro rispetto per il coraggio e le capacità degli antichi navigatori che governavano le loro imbarcazioni negli sconfinati mari aperti affidandosi solo alla conoscenza dell’acqua, del cielo e del vento. Del resto, anche se l’orientamento è diventato oggi una scienza esatta, ogni strumento elettronico può subire un’avaria, la batteria può esaurirsi o il sistema spegnersi senza preavviso, ma matita, squadretta e bussola alla mano possono sempre aiutarci a ritornare a casa.
Sapere dove siamo e dove vogliamo andare
Orientarsi nello spazio è importante. Forse non ne va più della nostra sopravvivenza, come per i nostri antenati che si procuravano il cibo spostandosi in ambienti sconosciuti e ostili. Ma una parte della nostra identità è certamente legata al sapere dove siamo e dove vogliamo andare.
Per dirla come Eraclìto, l’orientamento deve rimanere nel fiume, quel fiume che rimane sempre lo stesso eppure continuamente cambia, e nel quale non ci si immerge per la seconda volta senza essere diventati un altro.






























