10 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Ago, 2026

Il volto, l’identità che solo gli altri vedono

Rembrandt, Autoritratto del 1640

Il volto rivela, nasconde, custodisce memoria e identità. I sistemi di violenza cercano di abolire e cancellare le facce. Le sostituiscono con un numero. Più facile infliggere sofferenza quando non si vede più il viso


Nella notte che precede l’incontro con Esaù, il fratello che ha ingannato e del quale teme la vendetta, Giacobbe si alza. Conduce oltre il guado dello Iabbok le due mogli, le due schiave, gli undici figli e tutti i suoi averi. Poi rimane solo. È allora che compare «un uomo». Il racconto non dice altro. I due lottano fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo sconosciuto colpisce Giacobbe alla giuntura dell’anca e gliela sloga. Quando gli dice: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora», Giacobbe risponde: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto». «Come ti chiami?». «Giacobbe».

Ed è proprio quel nome a essere trasformato: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto». Giacobbe domanda a sua volta il nome dello sconosciuto. Non riceve risposta. Riceve invece la benedizione. Chiama quel luogo Penuèl, «volto di Dio». «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». Il sole sorge mentre egli attraversa il guado zoppicando. Da quella ferita nasce anche una memoria: il ricordo dello Iabbok e il divieto di mangiare il nervo sciatico sarà custodito dai figli d’Israele di generazione in generazione. (Gn 32,23-33).

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Il volto, il nome e la ferita

In pochi versetti volto, nome e ferita diventano inseparabili. Lo sconosciuto non rivela chi sia; è Giacobbe a ricevere un nome nuovo. L’incontro non gli consegna un sapere: trasforma la sua identità e il suo cammino. La presenza si ritira, ma lascia una traccia nel corpo.

Roberto Esposito, che a questa scena ha dedicato «I volti dell’Avversario. L’enigma della lotta con l’Angelo» (Einaudi, 2024), vi riconosce una delle figure originarie dell’identità. L’avversario non è soltanto chi ci sta di fronte: è anche l’ombra attraverso la quale diventiamo noi stessi.

Il volto dello sconosciuto resta indecidibile; cambia, invece, colui che lo ha affrontato. Ogni autentico incontro con un volto conserva qualcosa di quella notte. L’altro appare, viene verso di noi, e tuttavia non si lascia possedere.

Il volto che non possiamo vedere

Nulla sembra più familiare del volto umano, nulla è più difficile da ridurre a un’immagine. Possiamo descriverne i lineamenti, riconoscerlo in una fotografia. Eppure il volto comincia là dove la somiglianza non basta più: quando nei tratti affiora una presenza, una storia, una domanda.

E tuttavia il volto che più ci appartiene non ci è mai dato direttamente. Possiamo guardare le mani, osservare una ferita sul braccio, seguire il gesto con cui tocchiamo il mondo. Il volto ci è restituito da uno specchio, da una fotografia, dallo sguardo altrui. Ciò che più ci identifica è anche ciò che vedono soprattutto gli altri. Il nostro volto, prima ancora di essere nostro, è affidato.

Lo specchio offre una figura rovesciata, la fotografia ferma un istante. Nessuna immagine esaurisce ciò che mostra. In un ritratto possiamo riconoscere una persona e avvertire che non è davvero lì. Manca il movimento quasi impercettibile degli occhi, il mutare dell’espressione, il modo in cui una presenza risponde alla nostra. Il volto non è soltanto qualcosa che si vede. Accade nell’incontro.

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Il viso può essere descritto: ha una forma, un colore, una proporzione. Nel volto, invece, risuona più chiaramente l’apparire di una persona. Non sono realtà separate: è lo stesso viso quando cessa di essere una superficie e si manifesta come presenza. Parola e silenzio vi diventano visibili. Un volto domanda, attende, rifiuta, perdona, senza parlare. La gioia lo illumina, la paura lo contrae, il dolore lo scava. Eppure non è un repertorio di segni: un sorriso può essere frainteso, la timidezza scambiata per freddezza, una sofferenza restare inosservata. Il volto rivela, ma non diventa trasparenza assoluta.

Tra volto e maschera

Il lessico greco conserva un’altra ambivalenza. Prósopon indica il volto e, nel teatro, la maschera e il personaggio. Qui il volto non è ancora il luogo della responsabilità; è il luogo nel quale apparire e nascondersi si intrecciano. La maschera non serve soltanto a celare: permette a una voce di prendere figura.

L’Odissea è un poema del riconoscimento. Ulisse ritorna mutato; i lineamenti non bastano a restituirgli il nome.

Euriclea lo riconosce dalla cicatrice, Penelope dal segreto del letto. L’identità affiora in una storia condivisa, non nella semplice somiglianza. Il volto è già una soglia: mostra qualcuno senza consegnarlo interamente allo sguardo.

Proprio per questo è inseparabile dal mistero della persona. Conoscere qualcuno non significa leggergli tutto in faccia, ma accettare che quanto si mostra non autorizzi un possesso completo. Nell’altro rimane sempre una profondità che sfugge al nostro sguardo. Persino il volto più familiare può sorprenderci: dopo anni, un’espressione inattesa fa apparire qualcosa che non avevamo mai visto. La familiarità non cancella l’alterità; quando è autentica, impara ad abitarla.

Il potere dello sguardo

Lo sguardo reca con sé un potere. Può dare esistenza: il bambino cerca un volto che risponda, l’innamorato attende la conferma di essere visto, chi soffre teme di diventare invisibile. Ma può anche sorvegliare, fissare una persona nel suo aspetto, nella sua origine, nella sua colpa. Allora non incontra più un volto: incontra una superficie sulla quale deporre un giudizio. Essere guardati può significare sentirsi accolti oppure prigionieri dell’immagine che un altro ha costruito di noi.

Nella tradizione biblica il volto è segno della presenza e, insieme, ciò che non può essere posseduto. «Il tuo volto, Signore, io cerco» (Sal 27,8): la fede non è il possesso di una risposta, ma il movimento di una ricerca. Nella benedizione sacerdotale si invoca: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto» e «rivolga a te il suo volto e ti conceda pace» (Nm 6,25-26). Il volto luminoso è vicinanza e custodia; quando si nasconde, l’esperienza è quella dell’abbandono.

A Mosè è detto: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20). Il volto di Dio è cercato e, insieme, sottratto al possesso. Non è una distanza che annulla la relazione; è la distanza che la rende possibile.

Nel volto dell’altro

Il racconto di Caino accosta, con bruciante essenzialità, lo sguardo, il volto, la parola e il gesto. Il Signore volge lo sguardo ad Abele e alla sua offerta, non a Caino e alla sua. Caino si irrita e il suo volto si abbatte. Dio gli parla. Caino parla ad Abele, ma il testo non riferisce ciò che gli dice. Poi: «Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise» (Gen 4,8). Tra il volto abbattuto e la mano levata resta un silenzio. Non sappiamo perché Caino abbia ucciso Abele. Il racconto consegna soltanto l’accaduto: un fratello ha levato la mano contro il fratello.

È su questa soglia che il pensiero di Emmanuel Lévinas si apre al volto dell’altro. Il volto non è anzitutto l’insieme dei lineamenti, né un’immagine offerta alla contemplazione. È l’irruzione di ciò che non posso ricondurre alle mie categorie. L’altro mi appare nella nudità di chi è esposto alla ferita e alla morte; proprio questa vulnerabilità interrompe il mio potere. Nel volto risuona il comandamento più antico: «Non uccidere». Non perché ogni volto sia mite, innocente o rassicurante: può inquietare, contraddire, perfino minacciare. Ma anche quando mi è estraneo impedisce che l’altro diventi soltanto una cosa.

Il volto mi pone davanti a una libertà che non è la mia. Se la libertà fosse soltanto possibilità di agire senza ostacoli, la presenza dell’altro apparirebbe come un limite. Qui si scopre qualcosa di più esigente: la libertà diventa umana quando risponde di qualcuno. La responsabilità le dà misura, la sottrae all’arbitrio, le impedisce di trasformarsi nel diritto del più forte.

Per questo l’etica non comincia da un principio astratto, ma da una prossimità. Prima di domandarmi che cosa sia l’uomo, incontro quest’uomo. Di definire la sofferenza, vedo qualcuno soffrire. Prima di elaborare una teoria della giustizia, avverto che una persona può essere umiliata, esclusa, abbandonata. Il volto spezza la comodità del neutro. Là dove tutto potrebbe restare generale, introduce un nome, una storia, una domanda alla quale non posso sottrarmi affidandola interamente ad altri.

Quando la violenza cancella il volto

Per questo i sistemi di violenza cercano di cancellare il volto. Lo coprono, lo uniformano, lo sostituiscono con un numero, una categoria, un bersaglio. È più facile infliggere sofferenza quando dell’altro non si vede più il volto. Anche il linguaggio partecipa a questa rimozione quando trasforma esseri umani concreti in masse indistinte. Ridare un nome, una storia, un volto non cancella l’ingiustizia. Ma impedisce che l’ultima parola sia l’anonimato.

Il volto come memoria

L’arte lo sa da sempre. Dai ritratti funerari del Fayyum alle icone, da Rembrandt alla fotografia, rappresentare un volto non significa soltanto riprodurne la somiglianza.

Nell’icona lo sguardo sembra rovesciarsi: non siamo soltanto noi a guardare, è il volto che ci guarda. Il ritratto tenta l’impossibile.

Trattenere una presenza sapendo che non coincide con l’immagine. Nei volti della vecchiaia dipinti da Rembrandt, rughe, ombre e stanchezza non sono imperfezioni da correggere, ma luoghi nei quali la vita si è depositata. Il volto diventa memoria visibile.

Ma la memoria è fragile. «Non recidere, forbice, quel volto», implora Montale in uno dei Mottetti delle Occasioni. Il tempo è la forbice che minaccia di separare il volto dalla coscienza; ciò che il poeta vorrebbe salvare è quel «grande suo viso in ascolto», ancora vivo nella relazione prima di dissolversi nella nebbia. Ricordare qualcuno non significa conservare i suoi lineamenti, ma custodire il modo irripetibile in cui quella presenza abitava il mondo e si rivolgeva a noi.

Claude Vigée, che intitolò «La lutte avec l’ange» la sua prima raccolta poetica, riconobbe nel Giacobbe uscito dal guado la figura della propria esistenza. Come il patriarca riceve dopo la lotta un nome nuovo, Claude André Strauss assume quello di Vigée. Nel gioco fonico del poeta, Vigée lascia udire vie j’ai, «ho vita»: «Je boîte, mais vie j’ai — moi aussi!», «Zoppico, ma ho vita anch’io!». Il nome stesso diventa memoria dello Iabbok. La ferita non smentisce la benedizione; è il passo irregolare con cui la vita continua.

Il tempo scrive sul volto senza chiedere permesso. Lo modifica lentamente, talvolta lo segna in un istante.

La gioia, una lunga preoccupazione, la malattia, il lavoro, il lutto possono lasciare una traccia, ma nessuna possiede un significato univoco. Il volto racconta senza lasciarsi tradurre interamente. La nostra epoca, ossessionata dalla giovinezza, considera spesso i segni del tempo come errori da cancellare. Eppure un volto sottratto al tempo rischierebbe di perdere non l’età, ma la storia.

Anche la maschera appartiene a questa ambivalenza. Non è sempre menzogna: può dare forma a una voce o proteggere un’intimità che non deve essere esposta a chiunque. Nessuno può vivere mostrando tutto di sé. Esiste un pudore necessario, una distanza senza la quale la relazione diventa invasione. La falsità comincia quando la maschera non custodisce più il volto e pretende di sostituirlo; quando non media più la relazione, ma costruisce un’identità senza interiorità.

Il volto nell’epoca digitale

Oggi questa possibilità ha assunto una forza nuova. Non sono mai circolate tante immagini di volti. Li fotografiamo, li modifichiamo, li condividiamo, li trasformiamo in dati biometrici. Filtri e ritocchi promettono una versione più levigata di noi; sistemi automatici li scompongono in caratteristiche; immagini artificiali producono volti di persone mai esistite. Che cosa resta del volto quando la sua immagine viene separata dalla presenza e usata senza consenso?

Il rischio non è soltanto l’inganno. Potremmo abituarci a considerare il volto come un materiale disponibile: una superficie da perfezionare, un codice da identificare, un profilo da valutare. Un sistema può identificare qualcuno senza riconoscerlo. Identificare significa stabilire che questa persona è proprio quella; riconoscere significa accordarle un posto nel mondo comune. Posso conoscerne il nome e i dati, e restare indifferente alla sua presenza. Il riconoscimento comincia quando l’altro cessa di essere un’informazione e torna a essere un appello.

Non distogliere lo sguardo

Vi sono momenti in cui ciò accade senza clamore. Due persone si guardano dopo una lunga separazione. Un medico si siede accanto al malato. Qualcuno ascolta una confessione senza abbassare gli occhi. Un volto segnato dalla paura incontra uno sguardo che non giudica. In questi gesti il mistero dell’altro non viene risolto; gli viene fatto spazio. Guardare davvero non significa penetrare, ma lasciare essere.

Forse il gesto più disumano non comincia quando si colpisce un volto, ma quando si smette di riconoscerlo. Quando un nome diventa un numero, una storia si dissolve in una categoria, la fragilità viene scambiata per una colpa. Il gesto più umano, invece, non consiste nel comprendere l’altro fino in fondo. Basta, talvolta, non distogliere lo sguardo. Restare davanti a lui senza ridurlo alla paura che suscita, al bisogno che esprime, all’errore che ha commesso o all’utilità che può avere per noi.

Il volto non chiede di essere spiegato. Chiede di non essere cancellato. Non dice soltanto chi è l’altro. Rivela chi diventiamo noi nel modo in cui lo guardiamo.

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