Che cosa è la presunzione? Gli studiosi la analizzano da tempo per le sue conseguenze individuali e collettive, anche se non sempre è negativa…
Uno dei rischi più grandi legato al nostro agire quotidiano è forse quello di sviluppare un atto del pensiero per cui si dà per scontato qualcosa senza una reale prova o fondamento.
Può accadere a molti, se non a tutti. Ma se si dovesse legare anche ad una sicurezza eccessiva in sé stessi, nelle proprie capacità di giudizio, talvolta accompagnata magari anche da un atteggiamento di superiorità verso gli altri allora, probabilmente, si tratta di presunzione.
Cosa ci fa pensare che qualcuno possa essere presuntuoso?
Gli indicatori generalmente utilizzati sono molti e spaziano da un atteggiamento di superiorità senza motivo oggettivo. Ad esempio quando una persona parla come se sapesse tutto, anche in ambiti in cui non ha esperienza. Sopravvalutando le proprie capacità o conoscenze e al contempo ignorando o disprezzando l’opinione altrui ritenendosi sempre nel giusto.
La presunzione è un problema per diversi motivi, sia a livello personale che sociale o professionale, perché distorce la percezione di sé e degli altri, ostacolando crescita, relazioni sincere e collaborazione efficace.
A livello individuale, certamente essere presuntuosi ostacola l’apprendimento e la crescita personale. Una persona presuntuosa tende a credere di sapere già tutto, quindi non sente il bisogno di imparare.
Rifiuta critiche o consigli, ritenendoli inutili o offensivi e infine ignora i propri errori, attribuendo ogni fallimento a fattori esterni invece che riflettere su sé stessa. Naturalmente, questo diventa un problema anche da un punto di vista sociale, circostanza questa che ha spinto molti studiosi di scienze umane ad approfondire il tema.
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Capitale simbolico e illusione sociale
Parlando di capitale simbolico e illusione sociale, Bourdieu ha affrontato il tema di come le persone costruiscono la propria immagine sociale. E cercano di imporre una visione distorta di sé stesse.
La cosiddetta “illusione” sociale è un meccanismo in cui individui o gruppi si attribuiscono qualità superiori rispetto alla realtà, proprio perché il capitale simbolico (prestigio, reputazione, riconoscimento) può essere ottenuto non solo attraverso meriti reali, ma anche attraverso strategie di auto-rappresentazione presuntuosa.
Interessante anche la prospettiva fornita da Goffman, che ha descritto come gli individui si comportino come attori sul palcoscenico sociale (“La vita quotidiana come rappresentazione”).
E ci ricorda che spesso, per ottenere approvazione o status, si costruisce deliberatamente un’immagine positiva di sé. Quando questa immagine va oltre la realtà, entra in gioco una forma di presunzione strategica: fingere sicurezza per ottenere vantaggi sociali.
È abbastanza evidente che l’essere presuntuosi, soprattutto nel campo delle relazioni, sociali, affettive o professionali che siano, può comunque rappresentare un grande handicap. Ciò accade perché la presunzione, in una relazione personale, crea squilibri, incomprensioni e tensioni, spesso senza che la persona presuntuosa se ne renda conto. Dando spesso l’impressione di sentirsi meglio degli altri, di meritare più attenzione e considerazione, minimizzando i successi altrui o i loro sentimenti, le persone presuntuose con il tempo spesso si ritrovano sole.
Perché sperimentano allontanamenti dall’altra parte, e finiscono con l’essere incapaci di costruire relazioni profonde, perché non permettono a nessuno di conoscerle davvero, chiudendosi di fatto agli altri.

Quando la presunzione può aiutare
Come spesso accade, però, non sempre è tutto negativo (o positivo, dipende dalle prospettive utilizzate).
E neanche la presunzione sfugge a questa cosa. Sia perché in particolari situazioni potrebbe avere anche qualche aspetto positivo, ma soprattutto perché appare come un aspetto che ha modificato la sua stessa essenza e la valutazione sociale esterna al mutare del tempo e dei valori culturali.
Sebbene la presunzione sia quasi sempre usata in senso negativo, in alcuni contesti e in dosi molto limitate può avere aspetti positivi o comunque funzionali.
Il punto chiave sta nel distinguere tra presunzione sana / fiducia in sé stessi e presunzione eccessiva / arroganza. Se utilizzata con moderazione, infatti, un certo livello di presunzione può tradursi in maggiore autostima, coraggio per prendere decisioni difficili, capacità di osare, di provare cose nuove anche se non si è certi del risultato.
Il confine, in ogni caso, è sempre molto labile, oltre che variabile a seconda delle situazioni.
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Da Socrate a Nietzsche
Lo hanno sempre saputo i grandi pensatori, fin dall’antichità. I filosofi, per esempio, si sono occupati della presunzione in modi diversi, spesso legandola a temi come l’orgoglio, la conoscenza, l’illusione di sé, e la relazione tra uomo e verità.
La presunzione è stata vista ora come un vizio morale (soprattutto nella tradizione etica), ora come una distorsione del rapporto con la realtà e con sé stessi.
Il “sapere di non sapere” di Socrate, con il messaggio esplicito che la vera sapienza comincia con l’umiltà intellettuale e con l’ammettere i propri limiti cognitivi, incorpora l’insegnamento che la presunzione è forse l’ostacolo principale alla ricerca della verità.
D’altro canto, a proposito di orgoglio come virtù e vizio, Aristotele suggerisce che la presunzione è un eccesso di orgoglio, mentre la vera dignità è equilibrata.
Nel cristianesimo medievale, la presunzione è stata vista come peccato capitale, parte del vizio dell’orgoglio, considerato il primo e più grave dei sette peccati capitali. San Tommaso d’Aquino definisce la presunzione come fiducia eccessiva nelle proprie forze, fino a sfidare Dio stesso, e in molti testi medievali è vista come un atto di ribellione contro l’ordine divino.
E se Kant ha argomentato su come la mente umana tenda a oltrepassare i limiti dell’esperienza, creando illusioni metafisiche, sottolineando anche come la presunzione possa essere vista come una forma di pretesa conoscitiva eccessiva, dove si pretende di possedere verità assolute senza fondamento empirico, Arthur Schopenhauer è stato uno dei filosofi più critici verso la presunzione.
A suo parere una delle forme più evidenti dell’illusione esistenziale, con conseguente critica verso la tendenza umana a sopravvalutare sé stessi e a cercare sempre l’ammirazione altrui.
Nietzsche ridefinisce invece il concetto di orgoglio in chiave positiva. Per lui, chi si sente superiore non lo fa per illusione, ma perché ha sviluppato una forte volontà di potenza. Tuttavia, avrebbe probabilmente criticato la presunzione di chi non ha realizzato realmente qualcosa.
La presunzione come prodotto del potere
Infine, Michel Foucault, che anche se non ne parla direttamente, ha analizzato come le istituzioni e i discorsi dominanti attribuiscono verità a certi soggetti, dando loro autorità.
A suo avviso, infatti, alcune figure (medici, esperti, politici) acquisiscono potere grazie a una sorta di legittimazione sociale della presunzione. Si crea un circolo vizioso: più sei visto come competente, più ti comporti come tale, anche quando non lo sei davvero. La presunzione non è solo un atteggiamento individuale, ma anche un prodotto del sistema di potere.
Come detto, il mutare delle società ha avuto influenze decisive anche sul sistema dei valori, che naturalmente ha riguardato anche il senso sociale attribuito alla presunzione.

La società della prestazione
I pensatori contemporanei non parlano praticamente mai esplicitamente di presunzione, ma affrontano quotidianamente i suoi effetti, le sue radici culturali e la sua funzione sociale. A cominciare da Han, che critica la società della prestazione e il narcisismo diffuso, in cui le persone si costruiscono un’immagine idealizzata di sé, soprattutto attraverso i social. La presunzione oggi si manifesta come illusione di onnipotenza, alimentata dal bisogno di visibilità e validazione. Byung-Chul Han al proposito parla di una vera e propria fatica di essere sé stessi, dove la persona si illude di poter controllare sempre tutto, e finisce per esaurirsi. Così, la presunzione non è solo arroganza, ma anche un sintomo della pressione sociale a essere perfetti e vincenti.
Slavoj Žižek, influenzato da Marx e Lacan, analizza il modo in cui le persone si auto-ingannano per vivere meglio e utilizza i concetti di falsa coscienza e autoinganno.
A suo giudizio, infatti, la presunzione può essere una forma di falsa coscienza, in cui ci si convince di essere migliori di quel che si è per evitare di affrontare la realtà. Anche quando sappiamo di mentire a noi stessi, continuiamo a farlo perché ci fa stare meglio. In questo modo, la presunzione è una forma di auto-protezione ideologica, che ci permette di vivere in pace con noi stessi.
Alain de Botton analizza invece il rapporto tra presunzione e ricerca del successo sociale, e frustrazione e bisogno di riconoscimento. La sua idea è che la presunzione è spesso il risultato di una società che esalta il successo, anche quando non è meritato, perché nasce spesso da una cultura che lega valore personale al successo esteriore.
Il diritto alla presunzione
In definitiva, la presunzione, che una volta era vista prevalentemente come un difetto individuale o un vizio morale. Oggi è sempre più interpretata come un fenomeno sociale e collettivo. Questo cambiamento non è casuale: è il risultato di profonde trasformazioni culturali, tecnologiche e strutturali della società contemporanea.
Negli ultimi decenni, la società occidentale ha spostato l’asse del valore sull’individuo vincente, su chi “ce la fa”, su chi si distingue dagli altri. Il mantra comune è “Puoi diventare chiunque tu voglia”. Si glorifica chi riesce a emergere, a scalare la gerarchia sociale, a costruirsi una carriera da solo. Le conseguenze sono ovvie: le persone sono spinte a sovrastimare le proprie capacità, anche quando non ne hanno motivo. Cresce l’idea che il fallimento sia colpa tua, così come il successo (e quindi per questo ti senti superiore). Chi non ce la fa viene etichettato come “non abbastanza bravo”, rafforzando in chi riesce una sorta di diritto alla presunzione.
A ciò va aggiunto il culto dell’autenticità e la pressione a “essere sé stessi”. La presunzione diventa allora una forma di autorealizzazione: “Io valgo, io sono unico, io devo impormi”. Si perde il senso critico verso sé stessi: “Se devo essere me stesso, non posso mai sbagliare”. Si crea una fragilità identitaria: se basi tutta la tua identità sulla presunzione, ogni critica ti sembra un attacco esistenziale. Oltre che, naturalmente, indebolire una grande forza come quella dei valori comunitari, contrapposti al successo e alla realizzazione personale.
Ecco perché la presunzione oggi è più che mai un prodotto della società, non solo un difetto individuale. Perché è strettamente legata alla costruzione dell’identità, alla ricerca di riconoscimento, e al bisogno di apparire secondo i voleri di una società dell’apparenza. Esserne consapevoli è il primo passo per evitare di cadere nell’illusione di sé.

























