Tre 007 egiziani condannati per il sequestro, nessun colpevole per la tortura e l’omicidio. Dopo quasi undici anni la sentenza non chiude il caso. Le opposizioni chiedono conseguenze nei rapporti con il Cairo. Tajani: «Condannati tre uomini, non uno Stato»
La sentenza sul caso Regeni entra nell’agenda politica europea. Mentre in Italia il governo è chiamato a dire quali conseguenze intenda trarne nei rapporti con l’Egitto.
La delegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo chiederà alla Conferenza dei presidenti di calendarizzare nella prossima plenaria di Strasburgo un dibattito straordinario sul caso. Pd, M5S, Avs e Italia Viva sollecitano Antonio Tajani a riferire al Parlamento italiano sulle iniziative concrete che Roma intende assumere nei confronti del Cairo.
La verità giudiziaria si ferma al sequestro
Il punto politico nasce dal verdetto pronunciato l’altroieri. Tre ufficiali della National Security egiziana sono stati condannati a dieci anni per il sequestro di Giulio Regeni; un quarto imputato è stato assolto. Nessuna condanna per l’omicidio. La sentenza individua dunque responsabilità precise dentro gli apparati di sicurezza egiziani, ma lascia ancora senza colpevole la tortura e l’uccisione del ricercatore italiano.
La Prima Corte d’Assise ha condannato il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Assolto il generale Tariq Sabir. Per Sharif è caduta anche l’accusa di omicidio: i giudici lo hanno assolto per non aver commesso il fatto. La Procura aveva chiesto per lui l’ergastolo e 17 anni e sei mesi per gli altri tre imputati.
La verità giudiziaria si ferma così al sequestro. Regeni fu prelevato il 25 gennaio 2016. Il suo corpo, segnato da torture, venne ritrovato il 3 febbraio lungo la strada fra il Cairo e Alessandria. Il processo non ha individuato chi lo abbia materialmente torturato e ucciso né la catena di comando che portò alla sua morte.
Versioni contraddittorie
Per quasi undici anni il procedimento ha dovuto misurarsi con il muro delle autorità egiziane. Versioni contraddittorie, piste rivelatesi infondate, la falsa ricostruzione della banda criminale, la mancata consegna degli indirizzi degli imputati e l’impossibilità di notificare loro gli atti. Nel 2023 la Corte costituzionale stabilì che l’ostruzionismo di uno Stato straniero non poteva trasformarsi in una «immunità de facto» e impedire il giudizio.
La Corte ha riconosciuto provvisionali di 200 mila euro ciascuno ai genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni. Centomila alla sorella Irene e 150 mila euro alla Presidenza del Consiglio, costituita parte civile. Il risarcimento definitivo sarà stabilito in sede civile. Le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni.
«Sono state condannate tre persone, non l’Egitto»
Da quel momento lo scontro si è spostato sul terreno politico. La famiglia Regeni e la sua legale Alessandra Ballerini hanno chiesto che il governo tragga conseguenze concrete dal verdetto e interrompa i rapporti con l’Egitto. Tajani ha scelto una linea diversa: «Sono state condannate tre persone, non l’Egitto». Ieri sera ha ribadito che il governo è «dalla parte della vittima e della famiglia», che continuerà a chiedere collaborazione al Cairo e che la sentenza ha individuato i sequestratori ma non gli assassini.
È proprio questa separazione fra responsabilità individuali e responsabilità dello Stato egiziano ad avere acceso il confronto. Susanna Camusso per il Pd ha chiesto che cosa farà da oggi l’esecutivo perché la sentenza venga rispettata. Perché i condannati siano estradati e venga riconosciuto il danno allo Stato italiano, avvertendo che in caso contrario si arriverebbe alla «resa a un regime».
Il M5S contesta l’idea di attendere una impossibile «condanna dell’Egitto». A essere stati condannati sono uomini degli apparati di sicurezza e il Cairo ha ostacolato per anni il lavoro della magistratura italiana.
La maggioranza respinge le accuse. Forza Italia difende Tajani e sostiene che interrompere il dialogo con l’Egitto renderebbe più difficile arrivare alla verità completa. Fratelli d’Italia invita a non trasformare una sentenza di primo grado in terreno di scontro politico. Il ministro, rispondendo alla richiesta di presentarsi in Aula, ha fatto sapere di non avere «paura di andare in Parlamento».
Il caso arriva al Parlamento europeo
La delegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo ha annunciato che chiederà oggi alla Conferenza dei presidenti, attraverso il gruppo The Left, un dibattito straordinario sulle relazioni fra Unione europea ed Egitto nella prossima plenaria. La richiesta è che la Commissione europea chiarisca quale risposta diplomatica intenda dare alla sentenza.
Il verdetto di Roma acquista così una dimensione che va oltre il processo. Dopo il richiamo dell’ambasciatore italiano nel 2016, le relazioni fra Roma e il Cairo sono state ricostruite. L’Egitto è tornato a essere un partner centrale per energia, commercio, sicurezza mediterranea, forniture militari e gestione dei flussi migratori. In questi anni la ricerca della verità sul caso Regeni ha convissuto con la normalizzazione dei rapporti con Abdel Fattah al-Sisi.
Il nodo dell’appello e il rischio prescrizione
«Il governo faccia rispettare la sentenza», ribadisce anche la segretaria del Pd Elly Schlein. Per IV Matteo Renzi accusa Tajani «di essere ormai un meme». Intanto le difese dei tre 007 egiziani condannati a 10 anni sono pronte a impugnare la sentenza in Appello. Previo passaggio davanti alla Corte costituzionale per sciogliere il nodo dell’impossibilità degli imputati assenti di impugnare le sentenze. Il rischio è la prescrizione per allungamento dei tempi.































