Dieci anni per Giulio Regeni, diciannove dalla morte di Chiara Poggi. Due vicende processuali diversissime che pongono la stessa domanda: che cosa accade alla credibilità della giustizia quando il diritto non riesce a mettere un punto in tempi ragionevoli?
Quelle di Giulio Regeni e di Garlasco sono due vicende processuali diversissime tra loro, ma accomunate da tempi lunghissimi – dieci anni da una parte, diciannove dall’altra – e dalla coincidenza che, nella stessa giornata di ieri, le ha riportate entrambe alla ribalta della cronaca.
Per Regeni è stato pronunciato il primo verdetto con la condanna a dieci anni nei confronti di tre agenti egiziani accusati del sequestro, di torture e dell’uccisione del dottorando italiano rapito a Il Cairo il 25 gennaio 2016 (il quarto imputato è stato assolto), mentre nelle stesse ore la Procura di Pavia ha chiuso per la seconda volta le indagini su Andrea Sempio, mantenendo l’ipotesi che sia lui il responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi.
Quando una verità giudiziaria può dirsi raggiunta
I due processi ci ricordano due difficoltà opposte ma allo stesso tempo simili, quelle di stabilire, cioè, quando una verità giudiziaria possa davvero raggiungersi, con tutto ciò che ne consegue in termini di credibilità della giustizia stessa. Per Regeni la difficoltà è derivata, certo, in gran parte dagli ostacoli frapposti all’accertamento, dalle complesse questioni processuali e soprattutto dalla mancata collaborazione egiziana (a differenza di quanto sta accadendo ora sul caso Ustica, per il quale le autorità francesi nei giorni scorsi hanno annunciato la disponibilità piena a collaborare per la trasmissione degli atti relativi alla strage).
L’antica massima anglosassone – “giustizia ritardata è giustizia negata” – è sempre valida, evidentemente.
Il paradosso di Garlasco
Lo è, anche se per motivi diversi, pure per il caso Garlasco, il cui clamoroso paradosso, difficile da comprendere, è che la nuova indagine su Sempio non cancella di per sé la condanna di Alberto Stasi, senza che ciò dimostri l’innocenza dell’uno né la colpevolezza dell’altro, ma producendo una condizione giudiziariamente e culturalmente quasi kafkiana, laddove una sentenza definitiva continua a pronunciare la sua verità, mentre contemporaneamente una nuova indagine verifica seriamente una ricostruzione diversa dello stesso delitto capace di contraddire quella verità, quasi che le due cose appartenessero a due mondi paralleli.
Ma se il diritto non riesce a trovare un punto finale, qual è la funzione del giudicato? Se un processo non arriva a dirci dopo quasi vent’anni che cosa è davvero accaduto, è fin troppo evidente che il tempo diventa un implicito alleato dell’incertezza, producendo distorsioni e contraddizioni difficili da ricomporre.
Dieci anni di vita, diciannove anni di attesa
Nel caso Regeni sono passati più di dieci anni per i genitori che chiedevano giustizia. Dieci anni che non sono «tempi processuali», ma dieci anni di vita. Per Garlasco diciannove dalla morte di Chiara Poggi per la quale Stasi ha scontato una parte consistente della pena derivante da una condanna definitiva, mentre ora un’altra indagine continua a lavorare sullo stesso delitto.
Il tempo giudiziario produce conseguenze umane irreversibili anche quando il sistema successivamente si corregge o arriva a una sentenza.
Il diritto deve poter mettere un punto
La giustizia non può funzionare come la ricerca storica, nella quale ogni conclusione resta per definizione riapribile e ridefinibile. Il diritto può annullare una sentenza o riaprire un’indagine, può assolvere o condannare, risarcire e riconoscere un errore, ma deve poter mettere un punto in tempi ragionevoli. Perché l’unica cosa che non può fare è restituire ai soggetti coinvolti gli anni trascorsi nell’attesa di una risposta che non arriva.































