Il richiamo di Ranucci ai magistrati uccisi dalla mafia riapre il tema del rapporto tra giornalismo militante e toghe. Perché l’Anm, che in passato lo ha applaudito, oggi non interviene?
Dell’attentato che Valter Lavitola avrebbe organizzato ai danni di Sigfrido Ranucci si è già detto tutto o quasi. Alcuni hanno analizzato l’inchiesta della Procura di Roma. Altri la strategia seguita dal faccendiere per accrescere la popolarità dell’amico giornalista in vista di una probabile candidatura al Parlamento, chi la “relazione pericolosa” tra il pregiudicato al centro di numerose trame oscure e il cronista elevatosi a fustigatore dei costumi (altrui, s’intende).
Chi si è trincerata nel silenzio, invece, è l’Associazione nazionale dei magistrati. Eppure dal sindacato delle toghe, che a ottobre 2025 accolse Ranucci nella propria assemblea con una standing ovation, ci si sarebbe aspettati una presa di posizione. Non tanto sull’inchiesta né sui suoi protagonisti, quanto sul post con cui il conduttore di “Report” si è paragonato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il paragone con Falcone e Borsellino
Accostando la propria figura a quella dei magistrati uccisi dalla mafia nel 1992, Ranucci ha voluto allontanare da sé ogni sospetto. Quasi a dire: dell’attentato sono e resto vittima, non beneficiario più o meno consapevole. Chi, d’altra parte, oserebbe mettere in discussione la correttezza e la credibilità di un uomo nel mirino di Cosa Nostra?
Su questa evidente strumentalizzazione, però, l’Anm ha preferito glissare. Eppure parliamo della stessa associazione che di Falcone e Borsellino ha fatto due totem a uso e consumo dei propri obiettivi politici, e che si presenta come unica custode della loro memoria.
Il silenzio dell’Anm
Ma anche il silenzio, in certi casi, equivale a una scelta. E non richiamando Ranucci dopo la pubblicazione del post, l’Anm non ha fatto altro che rendere al suo “compagno di battaglia” – prima fra tutte quella contro la separazione delle carriere e la riforma del Csm previste dalla riforma Nordio – l’ultimo omaggio in ordine di tempo.
Del lungo applauso tributato al giornalista a ottobre 2025 si è già detto. Ma lo stesso copione andò in scena anche il 10 gennaio scorso, in occasione della presentazione del comitato della società civile per il No al referendum, quando Ranucci fu protagonista dell’ennesimo trionfo.
La saldatura tra magistratura e giornalismo militante
Più che l’evidente saldatura tra magistratura e giornalismo militante, alla quale il dibattito pubblico sembra essersi ormai assuefatto, a colpire è la gestione delle figure di Falcone e Borsellino.
Quando a citarli è un esponente dello schieramento avversario, qualunque esso sia, l’Anm non esita a intervenire con le sue reprimende. Quando a richiamarsi alla loro figura, tra l’altro in maniera evidentemente impropria e pretestuosa, è un alleato della corporazione giudiziaria, l’Anm preferisce tacere.
Una memoria piegata alle convenienze
È il silenzio imbarazzato di chi in passato ha osannato Ranucci e adesso vorrebbe scaricarlo, certo. Ma è anche di chi celebra e custodisce la memoria di due autentiche vittime della mafia, salvo poi piegarla alle proprie convenienze.































