Lo scrittore Fulvio Abbate in dialogo con l’Altravoce commenta l’arresto dell’amico Lavitola, le frequentazioni al suo locale e il rapporto con il conduttore di Report Ranucci
“Quel pasticciaccio brutto di Viale dei Quattro Venti”. Fulvio Abbate, scrittore, inventore del termine “amichettismo”, stretto amico di Valter Lavitola, cliente abituale del Bistrot Cefalù – dove una sera confessa di averci portato a cena Patty Pravo insieme a Stefano Cappellini e Monica Giandotti, e ancora anche Pupo – ha già un titolo per un eventuale romanzo che volesse raccontare intrighi, relazioni, personaggi della vicenda Lavitola-Ranucci.
Viale dei Quattro Venti, neanche a dirlo, è la via di Monteverde Vecchio dove si trova il ristorante di pesce ormai più famoso di Roma. Conversando con Bobo Craxi proprio al Cefalù è nato il libro Gauche Caviar. Come salvare il socialismo con l’ironia. «Ma non sono mai stato socialista; ero comunista, adesso soltanto la mia persona», precisa.
Come fa ad essere amico di quello che viene descritto come uno spregiudicato faccendiere, capace di mettere una bomba sotto casa di Ranucci pur di realizzare il suo disegno di portare il conduttore di Report a Palazzo Chigi?
«Partiamo da un dato. Il palmares delinquenziale di Lavitola è noto e fa parte del “lato A” della sua vita “professionale”. Questa stessa persona, che svelò il mistero della casa di Fini a Montecarlo, è la stessa persona che sul mio canale, Teledurruti, ha chiesto scusa a Fini per il danno arrecato, in una situazione in cui lavorava per Silvio Berlusconi. Ma anche al di là di questa vicenda, Lavitola non ha mai nascosto la sua storia pregressa, che gli è costata quattro anni di carcere. Detto questo, io, che gli sono amico, riconosco in Valter un senso dell’amicizia e della generosità senza pari».
Valter Lavitola intervistato da Fulvio Abbate su Teledurruti
La stessa che gli ha riconosciuto Ranucci, pagandone le conseguenze?
«In Valter c’è un elemento caratteriale che ha un sapore quasi superomistico. Lui può davvero aver pensato di fare di Ranucci il nuovo goleador di un ipotetico campo larghissimo. Ma non credo assolutamente che sia il mandante di quella che Paolo Mieli ha definito una “bomba d’amore”. Quella tra Valter e Sigfrido l’ho percepita come un’amicizia reale. Ranucci era costantemente ospite del ristorante, come altre figure insospettabili tra cui lo stesso Paolo Mieli e Michele Santoro, o magistrati che in passato avevano inquisito Lavitola».
Quindi, dal suo punto di vista, ci troviamo di fronte a un colossale abbaglio della procura di Roma, che attribuisce a Lavitola un progetto criminale?
«Lavitola ha un talento da grande illusionista, da Mandrake, e, come dicevo, può essersi realmente convinto di fare di Ranucci, metti, il nuovo Prodi. Valter è un personaggio che potrebbe stare tranquillamente dentro un film come il Giudizio universale di Vittorio De Sica. Per il senso della megalomania, che non gli manca, si era convinto di questa possibilità. Per rispondere alla sua domanda, la magistratura farà ovviamente il suo mestiere. Certo è che restano tanti interrogativi ancora aperti».
Ad esempio?
«Un primo interrogativo riguarda il fatto che in questa vicenda ci sono “i soliti ignoti”, i quattro che avrebbero materialmente compiuto l’attentato e che sembrano soggetti di bassissima caratura criminale. Poi c’è l’attesa che quello che io chiamo “El negro Zumbón”, citando una celebre canzone degli anni Cinquanta, Gomes Clesio Tavares, si faccia vivo. E poi c’è il risultato finale di tutta questa storia: la strategia della destra per incrinare l’immagine di Ranucci, obliterarne l’attendibilità giornalistica ed etica in quanto frequentatore di un soggetto che, oltre che nel Giudizio universale, avrei visto bene in Loro 1 e Loro 2 di Paolo Sorrentino. Non è un caso che i vertici della Rai abbiano già detto che Report è un marchio Rai e non per forza dovrà proseguire con il volto di Ranucci».
Certo è che se dovessimo applicare a questa vicenda il metodo-Report o, meglio, il metodo-Ranucci, la frequentazione di un pregiudicato come Lavitola sarebbe già sufficiente per inchiodare il conduttore.
«Che Ranucci che sia stato poco cauto possiamo concederlo. Ma proprio per il potere illusionistico di Valter credo che l’amicizia sia stata reale. Io non sono un giustizialista e non ho il feticismo di Report, anche perché le vicende giudiziarie mi hanno sempre attirato poco o nulla».

«Spero che i magistrati sappiano sciogliere questi nodi e possano dare un nome a questa vicenda fantasmatica che ha come immagine principale la bomba»
Oltre alla strategia di chi usa la frequentazione con Lavitola per infangare Ranucci c’è anche chi, come Travaglio sul Fatto, delinea un quadro in cui Lavitola è il criminale manipolatore che avrebbe circuito l’innocente Ranucci.
«Non ho bisogno di esprimere un pensiero sul Fatto Quotidiano, visto che ne sono stato una firma fino a quando non sono stato querelato da Travaglio per un mio tweet. Torno però a dire che Lavitola non ha mai nascosto il suo pedigree di faccendiere al tempo di Berlusconi. Mi sembra dunque poco corretto cercare di addossare a Lavitola ogni responsabilità. Non credo neanche sia un semplice problema di accortezza, perché Valter è una persona che ti conquista con la sua generosità. Certo, a volte può anche debordare».
Secondo lei, però, non debordare fino al punto di mettere una bomba sotto casa di Ranucci per accrescerne la popolarità.
«Lo accerteranno i magistrati, ma lo escluderei. Speriamo che “El negro Zumbón” si faccia vivo, visto che è lui l’anello di congiunzione tra i “soliti ignoti”, gli attentatori, e l’obiettivo dell’operazione».
Lei conosce Clesio Tavares?
«Non lo conosco, ma l’ho incrociato qualche volta. Ti mette paura, è una specie di Tyson con le treccine. Il fatto poi che Tavares sia stato bodyguard dell’influencer Rita De Crescenzo e abbia fatto parte, così almeno ho letto, del battaglione Wagner, rende il “Pasticciaccio brutto di Viale dei Quattro Venti” letterariamente ancor più suggestivo”.
Suggestioni che ruotano ancora tutte intorno al Cefalù di Lavitola?
«Mi è stato raccontato che venisse frequentato da ex responsabili della Cia, così come da alti prelati. Una volta ci ho incontrato l’ex abate di Montecassino, già pippatore di cocaina. È un romanzo straordinario, mi dispiace solo che al momento Valter stia a Rebibbia».
Lo andrà a trovare?
«Se mi sarà possibile sicuramente sì».































