17 Ago, 2026

Lavitola: «Mi dispiace di aver inguaiato Ranucci, è un fratello»

Valter Lavitola

Dopo quasi tre ore di colloquio a Rebibbia, il legale Arturo Cola riferisce il pentimento di Lavitola. La difesa insiste sull’iniziativa autonoma e sull’assenza di un accordo preventivo con Ranucci


Interrogato su dove fosse finito Abele, Caino rispose di non essere il custode di suo fratello. Valter Lavitola sostiene l’esatto contrario: la bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci, che chiama fratello, l’avrebbe fatta mettere proprio per custodirlo. Intanto, nel racconto che la sua difesa sta costruendo, ogni elemento a carico viene trasformato in elemento a discarico.

Il Riesame e i due punti da chiarire

Il difensore Arturo Cola ha incontrato ieri, nel carcere romano di Rebibbia dov’è detenuto il suo assistito, reo confesso di essere il mandante dell’attentato del 16 ottobre scorso davanti alla villetta di Sigfrido Ranucci a Torvaianica. Al termine di un colloquio durato quasi tre ore ha annunciato che davanti al Tribunale del Riesame, la cui udienza è attesa per la prossima settimana, l’imprenditore renderà dichiarazioni spontanee su due punti: la modalità esecutiva e il movente.

Sono i due punti su cui la gip Iole Moricca, respingendo i domiciliari, ha definito le sue parole fumose, generiche e prive di qualsiasi riscontro. «Non si tratta di ritrattare o dire cose diverse, ma di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito», ha spiegato il legale.

Gli esecutori ora vogliono parlare

Mentre l’avvocato entrava in carcere, i difensori di Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino e Marika De Filippis depositavano alla Dda la richiesta di essere interrogati. I quattro, arrestati il 30 giugno come esecutori materiali, si erano sempre avvalsi della facoltà di non rispondere.

Adesso, spiega il loro legale Generoso Pagliarulo, ammetteranno di avere conosciuto e frequentato Gomes Clesio Tavares, factotum di Lavitola e per i magistrati loro reclutatore, oggi latitante: Passariello gli era vicino di casa a Cicciano, D’Avino aveva lavorato con lui come buttafuori. L’obiettivo è far cadere l’aggravante del metodo mafioso.

L’incontro del 7 settembre

Cola ha introdotto un’interpretazione paradossale per un elemento noto, relativo al 7 settembre, il giorno in cui Lavitola scopre dove abita Ranucci. Va a casa sua e ci rimane almeno tre ore, secondo le celle telefoniche. Secondo il legale, quel pomeriggio il faccendiere avvertì Ranucci dei pericoli che correva, affrontando con lui il tema della sicurezza: un mese e mezzo prima della bomba.

«Se sentono Ranucci e lui conferma questa cosa, il movente che oggi non è creduto può ricevere dei riscontri formidabili», ha spiegato l’avvocato, precisando che davanti al gip il suo assistito ha escluso un accordo preventivo.

Il movente, che non convince gli inquirenti, è quello della confessione del 12 agosto: l’ordigno per far innalzare la scorta del conduttore, passata poi da due a otto uomini. In ogni caso, rivendicare di aver messo in guardia l’amico dai pericoli, e poi essere quel pericolo, resta una forma di premura curiosa da spiegare senza la psicanalisi.

Il silenzio di Ranucci

Un altro elemento che, secondo chi indaga, è da chiarire, riguarda il silenzio di Ranucci, che agli inquirenti non ha mai riferito di aver ricevuto quell’allarme. «Lavitola ritiene che avesse reputato la cosa non importante, l’avesse affrontata con superficialità, non gli avesse dato retta», ha spiegato ieri Cola.

Ranucci sarà sentito, su questo e altri aspetti, come persona informata sui fatti, non prima di settembre, ad analisi concluse sul computer e sul telefono dell’amico. Se Ranucci dovesse confermare di aver ricevuto l’avvertimento da Lavitola il 7 settembre, si porrebbe una domanda sulla sua deposizione del 17 ottobre, quando, sentito in procura dopo l’esplosione dell’ordigno, non ne fece menzione. Più che una linea difensiva, quella del faccendiere sembra una trappola per il conduttore.

«Un figlio e un fratello»

Ma Lavitola, ha poi riferito il difensore, è affranto ed è pentito «per avere messo nei guai persone a cui tiene»: un figlio, e parla di Gomes, e un fratello, e parla di Ranucci. Il rimorso riguarda le conseguenze giudiziarie ricadute su di loro, non l’ordigno detonato davanti a una casa abitata.

«La scelta dell’attentato è solo sua»

A chi gli chiedeva se dietro Lavitola ci sia un secondo mandante, il legale ha risposto che «la scelta dell’attentato è solo sua, una iniziativa solo sua», liquidando l’ipotesi di un terzo livello come una congettura.

Poco prima aveva insistito sul fatto che «il mandato è stato generico» e che l’unico vero ordine impartito era che non si dovesse fare male a nessuno, richiamando a riscontro le dichiarazioni spontanee rese il 2 luglio da uno degli esecutori, «in epoca non sospetta». Quel gruppo, però, Lavitola, stando a quanto sappiamo, non lo conosceva: il riscontro può riguardare al massimo l’ordine impartito da Tavares.

Lavitola infatti dice di aver chiesto quattro o cinque colpi di pistola contro il muro e di aver saputo solo dopo che al loro posto era stata impiegata gelatina da cava. Si rivendica la paternità dell’idea e la si nega sullo strumento.

Il paradosso del movente

I due punti che andranno al Riesame, del resto, tirano in direzioni opposte. Se lo scopo era il raddoppio della scorta, una bomba lo ottiene e quattro colpi contro un muro molto meno: più la modalità si alleggerisce, meno il fine dichiarato regge. Lo stesso Cola sostiene che penalmente il movente «incide poco».

La catena che porta a Tavares

Sui quattro esecutori che ora vogliono parlare l’avvocato, infine, si dice tranquillo: «È un reo confesso (parla del suo assistito, ndr), nulla potrebbe aggiungersi». Sono però gli unici a poter aggiungere la sola cosa che manca, se, appunto, l’incarico comprendesse l’esplosivo o si fermasse ai colpi di pistola.

I rapporti con il factotum Tavares che si preparano ad ammettere renderanno però più solida per il magistrato la catena che dovrebbe risalire fino a lui. Per la difesa, che rivendica un contributo decisivo a un quadro altrimenti indiziario, a questo punto non esistono più esigenze cautelari per Lavitola. La soap più cliccata dell’estate continua.

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