Lavitola chiede di essere risentito, gli esecutori vogliono parlare e a settembre sarà ascoltato anche Ranucci. Intanto rapporti, telefonate e dichiarazioni aprono nuovi interrogativi sul perimetro dell’inchiesta
In attesa che esca anche la confessione di qualche compagno di scuola a cui Ranucci rubava le merendine, un fatto è certo: se il movente dell’attentato fosse stato screditare il conduttore di Report, l’obiettivo sarebbe stato centrato in pieno.
Non è il movente che risulta dagli atti, dove Ranucci resta la vittima e nessuno mette in discussione che lo sia. È però l’unico effetto misurabile a dieci mesi di distanza, e adesso tutto si sposta dentro le stanze di piazzale Clodio.
Lavitola vuole essere risentito
Valter Lavitola vuole essere risentito. Dopo il rigetto della richiesta dei domiciliari, con cui la gip Iole Moricca ha definito fumose e prive di riscontro le dichiarazioni rese mercoledì a Rebibbia, il difensore Sergio Cola valuta un nuovo interrogatorio davanti al pubblico ministero e a inizio settimana depositerà il ricorso al Riesame, contestando sia la necessità del carcere sia l’aggravante del metodo mafioso, con udienza attesa tra fine agosto e i primi di settembre.
A settembre sarà sentito come persona informata sui fatti anche Sigfrido Ranucci, quando finirà l’analisi sui dispositivi sequestrati all’imprenditore.
Vogliono parlare anche gli esecutori dell’attentato
La novità che pesa di più, però, è che vogliono parlare anche i responsabili materiali dell’attentato. Antonio Passariello, Saverio Mutone, Pellegrino D’Avino, tutti dell’avellinese, in carcere dal 30 giugno, e Marika De Filippis, ai domiciliari, depositeranno a inizio settimana la richiesta di essere interrogati dal pm.
Fin qui, davanti al gip e davanti al pubblico ministero, si erano sempre avvalsi della facoltà di non rispondere, rendendo solo dichiarazioni spontanee. Da un’intercettazione nella cella dei tre uomini è apparso chiaro che il silenzio era una linea concordata: uno dei tre ricorda agli altri che devono avvalersene tutti. Avrebbero agito, secondo il quadro accusatorio, per poche migliaia di euro.
È la seconda volta che annunciano di voler parlare: lo avevano già fatto a fine luglio, senza seguito. Il loro obiettivo dichiarato non riguarda i mandanti, anche se fin qui non ne hanno fatto parola, ma l’aggravante del metodo mafioso, che il tribunale del Riesame ha confermato respingendo tutte le istanze delle difese, e contro cui gli avvocati Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri hanno annunciato ricorso in Cassazione appena saranno depositate le motivazioni.
La richiesta arriva ora, dopo la confessione di Lavitola che sminuisce l’obiettivo della bomba esplosa sotto casa di Ranucci.
Il ruolo di Gomes Clesio Tavares
Il punto di equilibrio della vicenda, però, è Gomes Clesio Tavares, quarantasette anni, camerunense, factotum di Lavitola, destinatario della stessa ordinanza di custodia che lunedì scorso ha portato il faccendiere a Rebibbia. Lui è in Camerun, latitante, e la procura ha avviato l’iter per l’estradizione.
Secondo l’accusa ha reclutato il gruppo campano, ha messo a disposizione la Renault Megane intestata al suocero per il sopralluogo del 10 ottobre 2025, ed era con Lavitola davanti alla villetta di Torvaianica il 15 settembre.
È anche l’uomo su cui Lavitola, mercoledì, ha scaricato la scelta di usare un ordigno al posto dei quattro o cinque colpi di pistola che dice di aver ordinato, e su cui ha negato il sopralluogo di settembre.
Il gip lo ritiene inverosimile: nelle chat Tavares lo chiama dottore, lui risponde figlio mio, e a luglio il collaboratore gli scrive che per lui è come un padre. Un rapporto che il provvedimento definisce para-familiare e che rende difficile immaginare iniziative autonome.
Pesa anche che, dopo gli arresti degli esecutori, sarebbe stato Lavitola a indicare a Tavares i propri avvocati, gli stessi a cui gli uomini del gruppo avevano pensato di rivolgersi in caso di guai. Dal Camerun, Tavares ha detto che vorrebbe tornare a spiegare la sua versione e capire perché lo cerchino, ma che il cardiologo gli ha sconsigliato di viaggiare.
I rapporti tra Ranucci e Tavares
Ranucci conosceva personalmente Tavares. Nell’ordinanza che ha portato in carcere Lavitola c’è una foto del gennaio 2022 in cui i tre sono abbracciati, e c’è un messaggio dell’ottobre 2024 in cui il conduttore, in difficoltà con la Rai, chiede scherzando all’amico se può prestargli Gomes. Il gip lo cita per dimostrare che Ranucci sapeva chi fosse il factotum e che ruolo avesse.
Resta il fatto che negli atti Ranucci è la parte offesa, non è indagato, e l’ordinanza esclude qualsiasi accordo tra i due, ritenendolo anzi vittima della manipolazione dell’amico. Eppure il suo nome sta entrando nell’inchiesta da un’altra porta.
La telefonata su Signal
C’è la telefonata della notte successiva alla perquisizione del 4 luglio: Lavitola lo chiama con Signal, applicazione che rende impossibile l’ascolto, ma mette il vivavoce e così la conversazione finisce dentro un’intercettazione ambientale. Sono due ore, di cui solo una parte registrata perché a un certo punto lui scende dall’auto. Del contenuto si sa pochissimo, ed è esattamente il buco su cui si concentreranno le prossime settimane.
Il metodo Lavitola
Ed è qui che torna il metodo. Lavitola dice cose che sul momento non hanno senso e che mesi dopo diventano punti di difesa. I messaggi in cui insisteva perché Ranucci si facesse aumentare la scorta sembravano premure di un amico apprensivo: mercoledì sono diventati il movente della bomba.
Al giornalista di Report Daniele Autieri aveva suggerito la pista dei servizi italiani e israeliani: oggi quei servizi sono il pericolo da cui dice di aver voluto proteggere l’amico. E c’è il “no comment” con cui Cola, all’uscita dall’interrogatorio, ha risposto a chi gli chiedeva se Ranucci sapesse.
L’avvocato ha spiegato che era un silenzio senza ambiguità, leale verso la Procura, e che aveva concordato con i magistrati di divulgare solo lo stretto indispensabile. Nel frattempo ha riferito ai giornali che il suo assistito non esclude che l’amico possa averlo sospettato, e gli ha attribuito una frase che la Procura smentisce categoricamente sia stata pronunciata nell’interrogatorio.
Prima le dice, poi le usa: frasi in apparenza banali il cui significato diventa più chiaro dopo un po’ di tempo. Ed è così che il nome di Ranucci, che negli atti compare solo come quello della vittima, sta lentamente diventando un’altra cosa.



































