13 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Ago, 2026

Lavitola resta in carcere, il gip: «Ricostruzione inverosimile»

Nell’ordinanza in cui viene confermato il carcere per Lavitola la gip parla di disinvoltura criminale e pericolo di fuga


Valter Lavitola resterà in carcere. È questa la decisione del gip, che respinge quindi la richiesta di custodia cautelare ai domiciliari avanzata da Sergio Cola, legale dell’ex faccendiere oggi proprietario di un ristorante di pesce nel quartiere romano di Monteverde vecchio. La notizia che la richiesta sarebbe stata respinta circolava già dalla mattinata di ieri, da quando cioè era stato reso noto che la procura di Roma avrebbe dato parere non favorevole al trasferimento di Lavitola ai domiciliari. Il suo avvocato aveva motivato la richiesta sostenendo che, dopo la confessione del suo assistito, cadeva il rischio di inquinamento probatorio e di pericolo di fuga e che l’ammissione di responsabilità nell’attentato a Ranucci avrebbe aperto la strada a una fase di collaborazione con gli inquirenti.

L’ordinanza

Motivazioni respinte dal gip nelle tre pagine di ordinanza con cui ha confermato la detenzione in carcere. Secondo la giudice Iole Moricca, Lavitola «ha fornito ricostruzioni inverosimili sia per quanto concerne la sua estraneità alla scelta di utilizzare un ordigno esplosivo, sia per quanto concerne il movente della condotta criminosa ricondotto esclusivamente alla volontà di potenziare la scorta del Ranucci». Nell’ordinanza si legge inoltre che «rimane totalmente immutato il rischio di azioni recidivanti – anzi aggravato dalle stesse dichiarazioni dell’indagato che hanno ulteriormente evidenziato la disinvoltura criminale con cui ha programmato l’atto intimidatorio che, comunque, anche seguendo la sua tesi -, allo stato priva di qualsivoglia riscontro-, avrebbe dovuto essere compiuto mediante l’uso di armi».

Nel corso della mattinata di ieri, infatti, sono emersi nuovi particolari della confessione rilasciata da Lavitola al gip due giorni fa, durante le cinque ore di colloquio in cui ha ammesso di essere il mandante dell’attentato alla casa del conduttore di Report a Pomezia, a circa trenta chilometri a sud di Roma. La versione inizialmente emersa era che la bomba fosse stata messa per convincere l’amico conduttore ad accrescere i livelli di protezione personale. Secondo quanto si è appreso di ieri, però, Lavitola aveva commissionato alla banda un attentato con «diverse modalità». Non un ordigno, quindi, bensì «quattro o cinque colpi di pistola verso il muro» della villetta del conduttore di Report. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola non avrebbe comunque protestato, ritenendo che l’esplosione di un ordigno rudimentale assolvesse al compito dimostrativo a cui mirava il suo progetto.

Il pericolo di fuga

Oltre alla scarsa credibilità del movente, si aggiunge il fatto che, come si legge ancora nell’ordinanza, «parimenti immutato deve ritenersi il pericolo di inquinamento probatorio a fronte del fatto che l’indagato anche in sede di interrogatorio ha confermato di godere di una fitta e ramificata rete di contatti, sicché è di tutta evidenza che la sostituzione della misura cautelare agevolerebbe non solo i suoi contatti con Clesio Tavares (il tuttofare che avrebbe assoldato la banda, ndr) ancora in libertà (trovandosi in Africa), ma consentirebbe di corroborare la sua tesi difensiva, ostacolando le ulteriori eventuali indagini che il pm intenda compiere». La difesa ha annunciato il ricorso al tribunale del Riesame, deputato a verificare merito e legittimità delle misure di custodia cautelare. Per il momento, quindi, nessuna possibilità che si aprano le porte del carcere per il faccendiere, a cui è contestato il reato di strage aggravato dal metodo mafioso.

Nell’ordinanza viene poi menzionato il viaggio in Camerun che Lavitola sostiene di aver programmato prima che finisse sotto la lente degli inquirenti per una conferenza a cui avrebbe dovuto partecipare. Tale circostanza, scrive la gip, «allo stato non pare assolutamente provata». Ne viene fuori un quadro chiaro e non certo favorevole per l’ex faccendiere: dichiarazioni poco credibili, rischio di inquinamento probatorio e pericolo di fuga. Di più: una «disinvoltura criminale» che, sempre secondo la gip, giustificherebbe l’applicazione della misura cautelare in atto.

Il ruolo di Ranucci

C’è poi il ruolo di Ranucci. Dopo la confessione di Lavitola, alla domanda dei giornalisti sul fatto che il conduttore di Report fosse o meno al corrente del progetto del faccendiere, l’avvocato Cola aveva risposto con un “no comment” che ha subito scatenato retroscenisti e dietrologi. Da quanto si apprende, il giornalista dovrebbe essere sentito dagli inquirenti al termine dell’analisi forense sul cellulare di Lavitola. Ranucci verrebbe a quel punto convocato come persona informata sui fatti. La perizia informatica sui dispositivi di Lavitola durerà comunque alcune settimane.

L’altra indagine

Mentre tutti gli occhi sono puntati sulle conseguenze di questa vicenda, interne alla Rai e alla politica, tra le carte degli inquirenti sull’attentato spuntano anche alcune indagini venete sul proprietario del Cantiere Navale Vittoria di Adria Roberto Cavazzana. Si tratta per lo più di intercettazioni telefoniche, connesse alla coincidenza temporale tra la bomba sotto casa del conduttore e le inchieste giornalistiche di Report sul cantiere Vittoria. Nella trasmissione dello scorso 19 aprile, la trasmissione di Ranucci aveva infatti svelato presunte irregolarità e reati nell’acquisizione dell’azienda, rilevata da Cavazzana nel febbraio del 2025.

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