13 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

13 Ago, 2026

Caso Ranucci, la missione della Rai e il potere dei giornalisti-tribuni

Può una democrazia delegare la formazione del consenso a soggetti più potenti dei politici ma senza le stesse responsabilità?


La cosa più stupefacente della vicenda Ranucci-Lavitola è che, a forza di discutere se Ranucci sia colpevole, si rischia ancora una volta di non vedere la questione decisiva. Ranucci non è indagato. Non risponde dunque, sul piano giudiziario, delle azioni di Lavitola. Punto. E questo principio non è negoziabile.

Ma proprio perché non è indagato, e proprio perché non gli viene contestato alcun reato, è possibile – anzi necessario – porre una domanda diversa, che appartiene non al diritto penale ma alla natura stessa del giornalismo e del potere che il giornalismo televisivo ha progressivamente assunto.

La confessione di Lavitola e la questione che resta

La novità delle ultime ore è di quelle che incentivano una discussione più politica e molto meno giudiziaria. Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’attentato e ha dichiarato di averlo organizzato per far innalzare il livello della scorta di Ranucci.

La sua spiegazione non assolve naturalmente nulla, né rende meno grave ciò che è accaduto: al contrario, aggiunge un elemento paradossale e inquietante alla vicenda. Resta da stabilire, sul piano giudiziario, ogni responsabilità e ogni movente ulteriore.

Ma una cosa appare ormai evidente: la relazione fra Lavitola e Ranucci non può essere liquidata come un dettaglio biografico irrilevante. E tuttavia sarebbe altrettanto arbitrario trasformare questa relazione in una colpa di Ranucci. Nulla autorizza a sostenere che egli conoscesse le intenzioni più oscure dell’amico. Se davvero Lavitola ha agito autonomamente, come sostiene oggi, Ranucci sarebbe semplicemente il destinatario inconsapevole di una macchinazione che gli era estranea. La sua eventuale buona fede non è dunque il punto da mettere in discussione.

Quel sondaggio sulla possibile candidatura

Il punto però è un altro. Sappiamo che Lavitola aveva coltivato l’idea di una candidatura politica di Ranucci e aveva fatto elaborare un sondaggio sulla sua possibile discesa in campo. Sappiamo anche che Ranucci era a conoscenza dell’esistenza di quel sondaggio e che, secondo quanto è emerso, contribuì a integrarne le domande.

Il questionario non era una vaga indagine sulla popolarità di un giornalista: testava esplicitamente l’ipotesi di un candidato proveniente dall’informazione capace di collocarsi oltre la contrapposizione fra Schlein e Conte.

Anche qui: non c’è necessariamente nulla di illecito. Ma è davvero impossibile vedere il problema politico?

Quando il conduttore diventa un soggetto politico

Forse è arrivato il momento di porre una questione che riguarda Ranucci solo come caso esemplare e che precede di molto la sua vicenda. Da anni la televisione italiana produce una figura anomala: il giornalista-conduttore che, attraverso la forza reiterata della propria esposizione mediatica, finisce per assumere una funzione che non è più soltanto giornalistica.

Diventa interprete dell’opinione pubblica, giudice dei comportamenti politici, selezionatore dei temi del dibattito, talvolta persino possibile candidato.

È accaduto con Santoro. È accaduto, in una forma completamente diversa, con Vespa. È accaduto con altri conduttori e con altre trasmissioni che hanno progressivamente trasformato il programma televisivo in una sorta di soggetto politico senza essere formalmente un soggetto politico.

Non è necessario condividere le loro idee per riconoscere il fenomeno. Anzi, proprio il fatto che esso attraversi orientamenti diversi dovrebbe indurci a considerarlo nella sua struttura e non nelle sue simpatie.

Il problema è il potere

Il problema è il potere. La crisi dei partiti ha lasciato un vuoto che la televisione ha occupato con impressionante naturalezza. Dove i partiti non producono più leader capaci di rappresentare una parte della società, emergono figure televisive che dispongono di qualcosa che ai leader politici manca: un pubblico già costituito, una reputazione già sedimentata, una macchina comunicativa permanente e soprattutto la possibilità di stabilire quotidianamente l’agenda delle questioni sulle quali il pubblico deve esercitare il proprio giudizio.

Il conduttore d’inchiesta possiede così una forma di potere singolare: non deve chiedere voti, e tuttavia può contribuire a orientare quelli degli altri; non deve presentare un programma politico, e tuttavia può definire quali programmi politici siano degni di essere discussi; non deve assumere la responsabilità di un partito, e tuttavia può diventare il punto di aggregazione di una domanda politica.

La contraddizione resa visibile dal caso Ranucci

È questa la contraddizione che il caso Ranucci rende improvvisamente visibile. Perché quando un giornalista diventa abbastanza potente da essere studiato dai sondaggisti come possibile leader politico, la questione non è più soltanto se egli abbia intenzione di candidarsi.

La questione è se la funzione giornalistica e quella politica siano ormai diventate, nel sistema televisivo e particolarmente in quello pubblico, così contigue da non poter essere più separate con un semplice «non mi candido».

Non c’è bisogno di sostenere che Ranucci volesse entrare in politica. Può benissimo essere vero il contrario. Ma la politica, ormai, può cominciare ad accadere attorno a un giornalista anche senza che il giornalista abbia formalmente deciso di farla. È precisamente questa la trasformazione che dovremmo avere il coraggio di discutere.

La responsabilità di chi esercita un potere pubblico

E qui torna la questione etica dalla quale eravamo partiti. Un giornalista non è responsabile dei reati commessi da un suo amico. Ma un giornalista che esercita un enorme potere pubblico è responsabile della natura di quel potere e dei confini entro i quali decide di esercitarlo.

Non può pretendere che la trasparenza richiesta alla politica, alle imprese, ai poteri economici e agli altri giornalisti non riguardi mai la propria posizione.

Forse dovremmo cominciare a chiederci se la Rai debba ancora affidare a singoli conduttori e a singole trasmissioni un potere di influenza così sproporzionato rispetto alla loro funzione istituzionale. Non per imbavagliarli, ma per sottrarli alla tentazione – loro e del pubblico – di trasformarsi in ciò che non sono: partiti personali, tribunali permanenti, luoghi di formazione della leadership politica.

La domanda non è se Ranucci sia colpevole

Non si tratta di stabilire se un giornalista debba essere santo, né se debba vivere in un convento di relazioni immacolate. Si tratta di capire se una democrazia possa permettersi che una parte crescente della formazione del consenso venga affidata a figure che non sono sottoposte alle stesse forme di responsabilità pubblica dei politici, ma che dispongono talvolta di un’influenza politica persino maggiore.

La domanda, dunque, non è: Ranucci è colpevole? La risposta, oggi, è no: non è indagato e non gli si possono attribuire i reati di Lavitola.

La domanda seria è piuttosto: che cosa è diventato, in Italia, il potere del giornalista televisivo? E forse sarebbe il caso di cominciare finalmente a discuterne senza aspettare che un altro sondaggio, un’altra candidatura mancata o un’altra bomba ci costringano a scoprire che il giornalismo, quando diventa troppo potente, non è più soltanto giornalismo.

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