12 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Ago, 2026

Attentato a Ranucci, le carte: «Lavitola era pronto a partire per il Camerun»

Valter Lavitola

Il 4 luglio, giorno della perquisizione, Lavitola sarebbe stato pronto a lasciare l’Italia per il Camerun. Il 12 agosto l’interrogatorio di garanzia a Rebibbia


Si terrà domani, in tarda mattinata, nel carcere di Rebibbia, l’interrogatorio di garanzia di Valter Lavitola, il faccendiere arrrestato lunedì con l’accusa di essere il mandante dell’attentato dinamitardo contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci, avvenuto lo scorso ottobre davanti all’abitazione del giornalista a Pomezia. A lui i pm della Dda di piazzale Clodio contestano l’aggravante del metodo mafioso.

Resta latitante il cittadino camerunense Gomes Clesio Tavares, factotum di Lavitola e indicato come l’intermediario con la banda che ha materialmente piazzato l’ordigno: per lui i pm sono pronti ad avviare la procedura di estradizione.

Tra Italia e Camerun non esiste un trattato bilaterale in materia, ma entrambi i Paesi hanno ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, firmata a Palermo nel 2000, che consente di usarla come base per l’estradizione anche in assenza di un accordo diretto, quando il reato coinvolge un gruppo criminale organizzato con proiezione internazionale.

Le intercettazioni della banda

Dalle carte dell’inchiesta emergono anche alcune intercettazioni in carcere di tre dei quattro componenti della banda, tre uomini e una donna, arrestati a fine giugno come esecutori materiali dell’attentato e accusati di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le stesse aggravanti contestate a Lavitola. Dopo la perquisizione subita il 4 luglio scorso, quando il faccendiere si è avvalso della facoltà di non rispondere, dopo la messa in onda di un servizio al telegiornale, i tre indagati «esplodevano in una clamorosa manifestazione di giubilo, applaudendo e incitandosi vicendevolmente», scrive il gip, aggiungendo che «il gruppo attribuiva questa linea difensiva all’astuzia di Lavitola».

«Sanno proprio tutto», è il commento di uno dei tre, che però sottolinea anche la scaltrezza del faccendiere:

«Questo non è uno scemo sto Lavitola, ha ristoranti a Roma, adesso sta a lui a come si deve comportare».

Qualcosa però non li convince e successivamente si chiedono per quale motivo, a fronte degli stessi reati contestati a loro, e nonostante non sia incensurato, l’imprenditore rimanga a piede libero, pur essendo indicato come il mandante dell’intera operazione. Testualmente:

«Però scusami un attimo, i reati e non vai carcerato? Com’è stai ancora a piede libero? Cioè capisci? Tu che sei il mandante e sei ancora a piede libero».

Le pressioni sulla scorta di Ranucci

Nei giorni successivi all’attentato, secondo un altro passaggio dell’ordinanza, Lavitola avrebbe insistito con Ranucci perché rafforzasse la propria scorta, arrivando a chiedergli il via libera per intervenire pubblicamente sulla vicenda qualora non gli fosse stata assegnata una seconda auto di protezione. Per il gip si trattava di un ulteriore tentativo di mantenersi al centro della vicenda mediatica.

A dicembre, quando dagli esami sull’ordigno era emerso che non si trattava di un congegno rudimentale, Lavitola avrebbe inviato a Ranucci un articolo sul punto, suggerendogli anche le modalità operative da adottare con il caposcorta.

Ranucci: il peso della vicenda sui figli

Nella giornata di oggi sono arrivate le reazioni di Ranucci e del suo entourage. In un’intervista il conduttore ha parlato del peso della vicenda sui figli, dicendo che vederli soffrire lo fa impazzire dopo trent’anni di sacrifici professionali.

Il suo legale, l’avvocato Roberto De Vita, ha definito Ranucci tre volte vittima: dell’attentato, del tradimento di un amico e, con forse maggiore gravità, di una campagna mediatica e politica che ne avrebbe tentato la trasformazione da vittima a beneficiario, anche inconsapevole, dell’episodio. De Vita ha aggiunto di attendere l’esito delle denunce per diffamazione aggravata presentate contro chi, a suo dire, ha contribuito a questa narrazione.

L’audit Rai e la posizione della Fnsi

Sul fronte Rai, la procura di Roma ha risposto oggi a una richiesta dell’azienda datata 30 luglio scorso, con cui si chiedeva un via libera per procedere a un audit interno sul conduttore di Report. La richiesta era stata avanzata dall’azienda per evitare possibili interferenze e sovrapposizioni con l’attività d’indagine relativa all’attentato.

Per i pm, tuttavia, non è necessario alcun assenso da parte dell’ufficio giudiziario, trattandosi di un’attività amministrativa interna all’azienda che non riguarda l’indagine in corso.

Della vicenda si è occupata anche la Fnsi: il presidente Vittorio Di Trapani ha invitato a ripristinare i fatti, ricordando che i documenti dell’arresto di Lavitola confermano Ranucci come vittima e non ipotizzano un suo coinvolgimento, e ha definito un’eventuale sospensione del giornalista una possibile ritorsione.

Lavitola e l’ipotesi politica di Ranucci

Secondo quanto scrivono gli inquirenti nelle carte dell’inchiesta, seguita dal pm della Dda Edoardo De Santis, Lavitola già da molto tempo prima dell’attentato adulava l’amico giornalista, spronandolo a un ingresso in politica, ipotesi mai condivisa da Ranucci.

Nell’ottobre 2024 scriveva al conduttore: «Berlusconi ti avrebbe fatto copresidente» e «ti avrebbe ceduto il posto». Il faccendiere fa leva sui problemi che nel frattempo si riversano su Report per le sue inchieste.

Nel gennaio 2025 Ranucci gli gira alcuni messaggi anonimi, in cui si ipotizza un tentativo, attribuito ad ambienti vicini alla premier Giorgia Meloni, di sostituirlo alla guida di Report entro l’autunno, con un conduttore ritenuto più in continuità con l’esecutivo. Lavitola allora ne approfitta, invitando Ranucci a reagire, sostenendo di aver avuto conferma da «uno di quei comunicatori lobbisti che gravitano attorno alla politica» delle preoccupazioni espresse dal conduttore.

Il possibile viaggio in Camerun

L’ordinanza del gip conferma che l’azione non era pensata per provocare vittime, e Ranucci non ne era a conoscenza.

Emerge anche che il 4 luglio, giorno della perquisizione, Lavitola sarebbe stato pronto a lasciare l’Italia in direzione del Camerun. Ai tre telefoni cellulari, due pen drive e sette manoscritti sequestrati al faccendiere in quell’occasione, si aggiungono per l’esame dei periti un cellulare e un computer, sequestrati lunedì durante l’esecuzione dell’ordine di custodia cautelare.

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