9 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Lug, 2026

Iran-Usa, quella tregua impossibile

La fine della tregua tra Usa e Iran riapre lo scenario di guerra e alimenta i dubbi sulla strategia americana e sulla leadership di Donald Trump


Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente, diceva una volta Mao Tse-tsung. Donald Trump sembra pensarla allo stesso modo, peccato che della citazione del Grande Timoniere non abbia compreso che ad essere confuso dev’essere il nemico, non sé stesso. La decisione del presidente americano di annullare il memorandum di Islamabad con cui aveva dichiarato la cessazione delle ostilità con l’Iran rappresenta infatti un cambio di passo che non può che lasciare perplessi circa le intenzioni dell’egemone americano.

Cosa si può pensare infatti di una leadership politica che, dopo averlo presentato in pompa magna, rinneghi così perentoriamente un accordo senza nemmeno fargli maturare un mese di vita? L’intesa siglata lo scorso 17 giugno aveva molti difetti e ancora più lacune ma, del resto, aveva la cornice di un accordo provvisorio. Fissare alcuni punti fermi per un periodo limitato (60 giorni) durante il quale negoziare un accordo quadro più dettagliato.

Il crollo della tregua tra Washington e Teheran

Il dialogo – si può dire adesso – non è mai partito. Le due parti infatti non hanno potuto (o voluto) fare altro che ricorrere al linguaggio delle minacce e della forza per cercare di costringere la controparte a restare vincolato a delle condizioni che, evidentemente, non aveva sottoscritto in buonafede. Il primo banco di prova è stato il Libano. Teheran chiese la cessazione delle ostilità su tutti i fronti, compreso quello dell’invasione israeliana contro Hezbollah. Lo Stato Ebraico rispose picche dicendo di non aver sottoscritto quegli accordi e procedendo a bombardare Beirut solo per mostrare al mondo che poteva farlo.

L’Iran replicò bombardando Israele e costringendo gli Stati Uniti a imporre all’esercito israeliano la fine dei raid e lo stop dell’avanzata. Non esattamente una buona partenza. Le settimane successive lo hanno dimostrato. Nonostante gli impegni infatti, gli Stati Uniti hanno seguitato a cercare modi per aggirare l’accordo, che – pur di ottenerlo – avevano accettato a condizioni piuttosto favorevoli per l’Iran.

Trump aveva continuato a minacciare apertamente i leader iraniani, punto questo esplicitamente vietato dall’intesa. Non ha avviato i colloqui sul nucleare né ha sbloccato i fondi congelati che a questi erano collegati. Martedì scorso ha reimposto le sanzioni contro il petrolio iraniano, che la cui sospensione era stata concordata come parte delle condizioni per il cessate il fuoco.

Lo Stretto di Hormuz riaccende lo scontro militare

Martedì scorso, la marina americana ha cercato nuovamente di forzare lo stretto di Hormuz facendo da scorta a un convoglio di petroliere in uscita dal Golfo Persico. La mossa è avvenuta in violazione degli accordi sulla base dei quali Teheran accettava di non imporre tasse di transito durante il periodo provvisorio di 60 giorni ma si vedeva riconosciuto il diritto di regolare il passaggio delle navi straniere all’interno di quelle che sono pur sempre sue acque territoriali.

I Pasdaran hanno prontamente intimato lo stop agli americani e, vistisi ignorati, hanno aperto il fuoco colpendo alcune delle navi mercantili coinvolte. Spingendo Washington a replicare con una serie di bombardamenti che, nel giro di poche ore, hanno portato Trump a dichiarare la fine della tregua. Un collasso dei negoziati assurdo, quasi incidentale, che priva nuovamente la regione della sua stabilità, il mondo della sua energia, milioni di persone della loro pace.

E senza nemmeno offrire la sicurezza – concettuale, non reale – di un piano militare ben definito. Cosa conta di fare adesso la Casa Bianca? Colpirli duramente e di notte, come ha promesso ieri Trump e il capo del Pentagono Pete Hegseth? Magari distruggendo le infrastrutture civili o occupando l’isola di Kharg come minacciato dal presidente americano? Ripristinare il blocco navale contro Teheran, opzione ventilata dal tycoon?

Il dilemma americano sulla guerra all’Iran

Ma, soprattutto, in cosa differirebbe questo approccio da quello fallimentare andato in onda nei mesi scorsi quando Washington ha tentato, senza successo, di piegare la Repubblica Islamica manu militari? «Questa non è una guerra, è la de-nuclearizzazione dell’Iran. Lo faremo senza un accordo perché è più facile», ha risposto Trump a un giornalista che gli chiedeva lumi sullo scopo del conflitto.

Antitesi perfetta del Trump di giugno che giustificava la tregua spiegando che de-nuclearizzare Teheran con la carota fosse più semplice che farlo col bastone. È il sintomo di una schizofrenia strategica malcelata dal ricorso a temi, come quello atomico, che appaiono sempre più slogan che proposte o priorità.

LEGGI Hormuz, colpite tre navi dall’Iran mentre la tensione torna a salire

Con l’ombra della demenza che affaccia ormai sempre più prepotente. Ieri il presidente degli Stati Uniti ha giustificato i raid come una risposta a un presunto attacco «della Repubblica Islamica del Giappone» a una portaerei americana. Come ha dire che si fa la guerra e non si sa nemmeno a chi, figuriamoci il come.

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