Ai quarti di finale del mondiale sei squadre su otto sono europee; e gli “europei” abbondano anche nelle restanti due squadre
Il Mondiale adesso è un Europeo. A dispetto (che è più riguardoso che non dire “alla faccia”) di Trump. Il Tycoon in Chief avrebbe fatto carte false e ha fatto telefonate vere (specialità della casa, Bianca) per impedirlo. Ed alla faccia (okay, a dispetto) di Compare Infantino che s’è allargato parecchio, portando a 48 le squadre ammesse (vuole fare di più: 64, che nella Smorfia napoletana è la marsina, cioè il vecchio frack, ma nei Quartieri è “’a sciammeria” che indica anche, per dire bene, l’amplesso) e moltiplicando pani, pesci ed elettori d’Africa e d’Asia, s’è garantito una maggioranza bastevole. E se non bastasse potrà sempre cambiare il sistema di voto, imponendo un “Infantinellum”, che tanto il rispetto delle regole non è precisamente il suo forte.
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Tutti europei
Il Mondiale è un Europeo: i quarti di nobiltà che si prospettano in calendario da qui al 19 luglio appartengono per sei ottavi alla Vecchia Europa (Francia, Spagna, Norvegia, Inghilterra, Belgio e Svizzera in ordine sparso, favorita la prima) e per altri due sono l’Argentina e il Marocco. L’Argentina è Messi, che di laggiù non ha che il passaporto, visto che è stato preso da piccolo, curato e cresciuto in un vivaio di quelli che «c’era una volta in Italia», cioè la cantera del Barcellona.
Il Marocco ha una rosa principalmente basata su quella che viene chiamata “diaspora”. E che in realtà è il segnale di due processi che dovrebbero guidare chi guida il mondo: accoglienza e inclusione.
E non lasciarsi ispirare da quella scena di un film di Checco Zalone nella quale migranti s’aggrappano alla rete di un centro di accoglienza e implorano vantando la propria formazione, medico, ingegnere eccetera, e sento rispondersi «a noi serve un centrocampista». Che poi, a ben guardare, a noi servono gli uni e gli altri, e mandiamo via quelli di noi che tali sono.
America, la terra dei liberi
Certo che è curioso che il Mondiale organizzato in Nord America, e principalmente negli Stati Uniti, giacché il Messico e il Canada sono poco più di una nota a margine, abbia proposto, come messaggio più importante, un torneo che più globalizzato e da “melting pot” non si potrebbe proprio nel Paese che sta vivendo il suo periodo più “restrittivo” di sempre dopo essere stato, come ha detto Papa Leone, «sinonimo di libertà consentendo agli immigrati e ai loro figli di contribuire a plasmare il futuro della nazione». E ha poi aggiunto, sottolineando l’anniversario 250 dell’indipendenza, che sarebbe opportuno «riflettere ancora una volta sui principi fondanti della nazione, nella speranza che l’America rimanga sempre fedele al sogno che le è valso il titolo di terra dei liberi e patria dei coraggiosi».
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I riscatti nello sport
Il Mondiale adesso è un Europeo e chissà che questa ventata continentale che viene dallo sport non possa essere presa a simbolo e stimolo di un mondo che potremmo anche costruire diverso da quello che oggi appare. Lo sport ha avuto di questi momenti: un lustrascarpe nero di Cleveland, Jesse Owens, sbatté quattro ori in faccia a Hitler a Berlino ’36 e lo fece vincendo il salto in lungo (uno dei quattro) grazie al consiglio sulla rincorsa che gli dette in pedana un tedesco ingegnere ariano puro, Lutz Long, che con quel suggerimento si condannò all’argento ma non gli importava perché era una competizione fra atleti non tra furbi.
Un capellone beat californiano, Glenn Cowan, perse l’autobus americano e salì su quello cinese a un mondiale di tennis tavolo. E dette il via alla politica del ping pong, il disgelo fra Stati Uniti e Cina. La Francia del ’98, black, blanc e beur, aprì la strada all’accettazione della Francia multietnica; l’aborigena Cathy Freeman, accendendo il tripode olimpico a Sydney 2000, mise fine a quelle rivalità e rivincite razziali che si sentivano anche laggiù; il rugby di Nelson Mandela cambiò il Sudafrica dell’apartheid nella “rainbow nation”, per non citare che pochi eventi nati sportivi e cresciuti politici.
Portieri che parano e centravanti che segnano
Può darsi che questo calcio che doveva passare nell’indifferenza almeno qui, data l’assenza azzurra, e invece riempie serate, nottate e dati auditel. Questo calcio di algoritmi e big data che però alla fine riporta al vecchio insegnamento di Nereo Rocco («datemi un portiere che para e un centravanti che segna e al resto penso io».
Qui si sono visti portieri che parano, pure se inattesi, e centravanti che segnano, e al resto pensano Deschamps e Solbakken, Scaloni e Tuchel, De La Fuente e Ouhabi, Garcia e Yakin, i mister dei quarti). Questo calcio europeo ci segnali, nel suo piccolo d’un pallone e di un “giuoco” che «si può». Aspettando che tornino al loro posto la Germania affidata a Klopp e l’Italia affidata a… Giorno verrà.
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Per adesso godiamoci, da europei, la quattro giorni dei quarti. Oggi Francia-Marocco che sa di derby francofono. Domani Spagna (con Yamal, simbolo della next generation che è già qui, marocchino e guineano e spagnolo, in una parola uomo) contro Belgio. Dopodomani Norvegia-Inghilterra (Haaland è nato a Leeds). E domenica Svizzera contro l’Argentina di Messi, un gaucho di Catalogna, il calciatore che appena fatto in una stessa partita mondiale un assist e un gol, ribaltando in 11 minuti l’Egitto. Era successo solo a Nils Liedholm. Il Barone il rigore non lo avrebbe sbagliato…































