La vittoria del Belgio sugli Usa diventa una risposta ironica alle pressioni di Trump e Infantino per il caso Balogun. Alla fine, almeno in campo, vince il calcio
«L’ultima volta che così tante persone hanno applaudito la resistenza belga è stata nel 1914, quando i tedeschi avevano appena attraversato la Mosa» ha scritto Marina Hyde, editorialista per il Guardian. Vero: «Je suis…» con il cognome di un qualsiasi “diavolo rosso” (les diables rouges per la Vallonia, de rode duivels per le Fiandre) come vengono chiamati i calciatori del Belgio, poteva essere una t-shirt mondiale, altro che il «pensati libera» di Chiara Ferragni quando influenzava prima dell’indigestione di pandoro.
LEGGI Trump e la Fifa mondiale: il caso Balogun diventa una tempesta politica
Il mondo tifava Belgio
Il mondo quasi intero tifava Belgio l’altra sera mondiale, da Seattle, dove si giocava, a su su fino a Longyearbyen, isole Svalbard, Norvegia, Haalandland, la città più a nord del mondo, e giù giù fino a Puerto Williams, in Cile, o forse Ushuaia, nella Terra del Fuoco argentina, considerate le più a sud.
Forse, in cuor suo, perfino Matteo Salvini che pure, con l’intenzione di non subire un altro smottamento a favore del generale, aveva preventivamente annunciato «fra Washington e Bruxelles sapete per chi sono» e tutt’intorno apotropaici gesti all’ambasciata americana, informata da Cia e Fbi, e forse anche dall’intelligence nostrana, degli sfortunati precedenti del ministro da tifoso (e anche da ministro…).
Non toccateci il calcio
Perché così va il mondo, ahinoi: può sopportare qualsiasi delitto, qualsiasi nefandezza, può chiudere un occhio anzi tutti e due davanti a un genocidio rifiutandosi perfino di chiamarlo con il suo nome (Gaza docet), può limitarsi a una dichiarazione di solidarietà per gli «eroici ucraini», può far finta che un “Board of Peace” non sia un comitato d’affari e che Netanyahu sia il «baluardo della democrazia occidentale» e che siano “Statisti” quelli che governano sparpagliati per «l’orbe terracqueo» (by Giorgia) a qualsiasi ideale (ideale?) o ideologia (ideologia?) si rifacciano, ma il calcio no. Non toccateci il calcio.
Le telefonate a Infantino
E così quando Trump (del quale, parlandone da golfista ma la cosa è rimbalzabile in tutto il resto, è stato detto «puoi battere il suo drive ma non puoi battere il suo caddie» alludendo alla pallina spostata acchittandola per il prossimo colpo) ha confessato delle due telefonate con Infantino per chiedere giustizia per Balogun, il calciatore squalificato (che poi era ironico già di per sé: Trump che chiedeva giustizia per un uomo dalla pelle nera!) il mondo ufficiale e ufficioso ha preso posizione. Ma come si permette d’interferire?
È Nerone che fece spostare le Olimpiadi antiche di un paio d’anni per parteciparvi perché alla data giusta era impegnato? Hitler che trasformò Berlino ’36 in Nazilympics? Videla che con i suoi generali fece quel che fece di Argentina ’78? È anche, più semplicemente, uno di quei molti che telefonavano ad arbitri e dintorni all’epoca della calciopoli italiana?
LEGGI Tutti gli articoli di Piero Mei
La divisione dei poteri
Ma no: era, semplicemente, Trump. Che ti aspettavi di diverso? E al cellulare rispondeva Infantino, il presidente che aveva “motu proprio” nominato lo stesso Trump uomo di pace da Nobel tarocco. Dicono, per chi vuole crederci (del resto «guardo gli asini che volano» come cantava Ollio con la voce di Alberto Sordi o anche credo nella veggente di Trevignano) che Trump si sia limitato a suggerire «guardate meglio» e che Infantino abbia risposto «non posso farci niente: c’è anche qui la divisione dei poteri». Trump si sarà chiesto che stranezza fosse mai questa e se Infantino non fosse diventato «comunista» anche lui…
Il caso Balogun
È assai probabile – chiedono ufficialmente di accertarlo anche alcuni allarmatissimi eurodeputati, che si sa che a Strasburgo si occupano di cose serie – che non sia andata proprio così, visto che Balogun venne riqualificato anche se poi, inconsapevole o per una crisi di coscienza, è stato presente nella partita di Seattle (USA 1, Belgio 4) ma non si può dire che abbia giocato…
Il cellulare spento
È anche possibile che, prudentemente, Infantino abbia spento il cellulare durante la partita e Trump si sia sorbito quattro volte, ad ogni gol ed eventuale richiesta di revisione, il messaggio dell’utente momentaneamente non raggiungibile, provi a richiamare più tardi. E Trump non sarà arrivato fino all’hackeraggio dell’auricolare di Adham Mohammed Tumah Makdameh, l’arbitro giordano e bosniaco (ha due passaporti) designato a dirigere l’incontro, mentre quello del cartellino rosso a Balogun era il brasiliano Claus, etichettato di «sospetto» dal Commander in Chief senza che non diciamo Infantino ma nemmeno Collina, il governatore degli arbitri della Fifa, abbia fatto lì per lì neanche un plissé per quanto, a caso ripensato, abbia dichiarato la sua «piena fiducia» nel fischietto brasiliano. Sembra un po’ di quelli che dicono sempre di avere piena fiducia nella magistratura, salvo poi…
La vittoria del calcio
Comunque, come si capisce dal risultato omologato (salvo ulteriori trumpate), alla fine ha vinto il calcio, quello che non è lo sport del duo di presidenti. Ha vinto l’irridente “Trump-dance” organizzata da Lukaku dopo la vittoria. Ha vinto quel magnifico inventore di meme che ha costruito Manneken Pis, il famoso bambino di bronzo, fontanella simbolo di Bruxelles, che fa la pipì sul ciuffo arancione di Donald.
I veri reprobi
Ci si augura che l’episodio non faccia testo e che ogni espulsione con conseguente squalifica non sia oggetto di revisione e sospensione. Però potrebbe essere un’idea mandare il reprobo ai servizi sociali, tipo pulire i bagni dello stadio… Ma poi chi è il reprobo? Il calciatore? L’arbitro? I due presidenti? Propenderemmo per quest’ultima tesi, ma non se ne farà niente: pezzi da 90 sono, e forse da 91.































