28 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Giu, 2026

La spalla sbagliata del segno della croce. La liturgia come cornice dei sacramenti

Dettaglio da "La Prima Comunione" di Elisabeth Nourse

La crisi dell’iniziazione cristiana: molti ragazzi arrivano alla Cresima senza sapere tante cose


C’è una scena che vedo sempre più spesso. Un ragazzo arriva alla Cresima. Ha frequentato alcuni anni di catechismo: incontri, ritiri, celebrazioni, campi estivi. Gli si chiede di fare il segno della croce. Esita. Parte dalla spalla sbagliata. Si ferma a metà. Alcuni anni per non riuscire a compiere il gesto più elementare del cristianesimo.

E non è il caso isolato di un ragazzo distratto: è una normalità di cui ci siamo abituati a non stupirci più nelle nostre comunità. Eppure nessuno si scandalizza. Si dice che i tempi sono cambiati, che la società è secolarizzata, che la famiglia non trasmette più la fede, che la parrocchia non segue bene i cammini catechistici. È tutto vero: nessuno ignora i profondi cambiamenti culturali e familiari di questi decenni.

Ma proprio per questo vale la pena interrogarsi su ciò che resta nelle nostre mani. Se dopo anni di catechesi un ragazzo non conosce il Padre Nostro, non sa dire chi è Gesù Cristo e sparisce dalla Messa domenicale il giorno dopo la Cresima, il problema è davvero soltanto la società? O anche il modello di iniziazione che abbiamo costruito?

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I sacramenti diventati un congedo

Basta guardare. Le chiese si riempiono il giorno della Prima Comunione e si svuotano la domenica successiva; si celebra la Cresima come un congedo, e un sacramento che congeda non inizia nulla. I numeri li conosciamo da anni: non è mancata l’analisi, ma l’onestà di trarne le conseguenze. Eppure è anche una speranza: se il problema è anche nel nostro modo di iniziare alla fede, allora dipende da noi – e ciò che dipende da noi possiamo cambiarlo.

Per decenni abbiamo attraversato stagioni di intenso rinnovamento – riforme, sussidi catechistici, nuovi linguaggi e itinerari – sempre con la promessa di rendere più accessibile la vita di fede.

Non sono mancati sforzi seri e intelligenti, dal «Rinnovamento della catechesi» del 1970 fino a «Incontriamo Gesù» del 2014. Ma l’equilibrio ha oscillato come un pendolo: ora l’enfasi sull’esperienza, ora la nostalgia della dottrina perduta. (In foto Lezione di Catechismo di Jules-Alexis Meunier)

Nel frattempo le conoscenze elementari della dottrina cristiana (quelle condensate nel catechismo in forma di vera scuola) sono crollate e i sacramenti dell’iniziazione si sono ridotti troppo spesso a un congedo dalla comunità, in attesa, si spera, della celebrazione del matrimonio. A questo si aggiunge un’assenza più silenziosa: la liturgia, luogo formativo per eccellenza, è rimasta troppo spesso sullo sfondo, ridotta a cornice per la celebrazione dei sacramenti più che riconosciuta come fonte e culmine della vita cristiana. E senza una liturgia realmente vissuta, nessuna iniziazione è in grado di reggere a lungo.

Non è una critica ai catechisti: molti compiono autentici miracoli. Il problema è più profondo. Abbiamo progressivamente trasformato l’iniziazione in una preparazione ai sacramenti, come se il fine fosse ricevere la Prima Comunione o la Cresima, fissando i tempi minimi per essere ammessi a queste celebrazioni. Ma i sacramenti non sono il traguardo: sono l’inizio. Quando diventano il traguardo, tutto si svuota.

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Il grembo della fede

Per questo colpisce che la Conferenza Episcopale Italiana, nella sua 82ª Assemblea Generale di maggio 2026, abbia rimesso al centro proprio l’iniziazione cristiana – non per varare l’ennesima riforma, ma per prendere atto di un dato. Con il documento «Radicati e costruiti in Cristo», i Vescovi hanno scelto di riportare al centro il dono della fede, riconoscendo che essa non è più un’eredità sociale: non si respira più nell’aria italiana. Deve essere generata.

È l’immagine consegnata da Leone XIV chiudendo quei lavori: l’iniziazione non è preparazione ai sacramenti, ma il «grembo» nel quale una comunità genera alla fede. Ed è qui il nodo decisivo. La fede non nasce anzitutto da un percorso. Nasce da una generatività della Madre Chiesa, nasce dall’incontro. Il kèrigma, di cui tanto si è discusso in questi anni, non è una tecnica pastorale: è l’annuncio esistenziale di un fatto. Cristo è vivo, presente. Cambia la vita.

Ma se quell’annuncio non genera una comunità, una vita sacramentale, relazioni e testimoni credibili, resta una formula e il grembo battesimale della Chiesa resta sterile. La lunga discussione tra chi privilegiava il kerigma e chi insisteva sui contenuti della catechesi, è stata, in fondo, una contrapposizione su un falso fronte. La radice e l’albero non si contendono il terreno: lo abitano insieme.

La crisi della trasmissione

La crisi, allora, non è della prassi catechistica o degli anni obbligatori di preparazione alla prima Eucaristia o alla Cresima. È della trasmissione, anzi del cammino comune nel corso del quale avviene la trasmissione. Abbiamo continuato a spiegare una fede che non riuscivamo più a mostrare, neppure in famiglia. Abbiamo moltiplicato i contenuti, i libri e le presentazioni per la catechesi, mentre diminuivano le esperienze, perfezionato i percorsi mentre si indebolivano le comunità, parlato di Dio mentre diventava raro incontrare persone la cui vita lo rendesse credibile. Non abbiamo perso la capacità di parlare di Dio; abbiamo perso quella di farlo intravedere. La domanda, dunque, non è come fare più catechesi. È più radicale.

Chi mostra che il Vangelo è una possibilità concreta?

Chi genera, oggi, alla fede? Mostra che il Vangelo è una possibilità concreta di esistenza? Un ragazzo può dimenticare una lezione, un sussidio, perfino una comunicazione catechistica o una predica brillante. Ma difficilmente dimentica un adulto che vive ciò che annuncia: si genera soltanto ciò che si vive. E non servono eroi. Serve qualcuno. Una famiglia che prega davvero e non se ne vergogna. Un adulto – un catechista, un nonno, un amico… – che davanti alla prova non maledice la vita, ma la affida. Un prete che insegna con l’umiltà della vita, non con la saccenteria del professore.

Un ragazzo dimentica le nostre parole su Dio; non dimentica il volto di chi gli ha fatto “sospettare” che vi sia un Dio Padre affettuoso e provvido. Lo sapevano i Padri: nel catecumenato antico, annuncio, catechesi, celebrazione e vita erano un solo arco, e quell’arco aveva un sigillo che ogni cristiano portava inciso sul corpo: il segno della croce.

Nel tracciarlo si nomina la Trinità e si disegna su di sé la croce che salva – kerigma, dottrina e vita in tre secondi. Per questo il ragazzo che non sa più farlo non ci sta accusando: ci sta indicando da dove ricominciare. Romano Guardini, nei «Santi segni», ammoniva: «Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, che nessuno capisce cosa debba significare; ma un segno lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Senti come esso ti abbraccia tutto?».

Il segno insegnato da un incontro

Il ragazzo della Cresima, con la mano che parte dalla spalla sbagliata e si ferma a metà, è l’immagine rovesciata di quell’abbraccio: un gesto rattrappito, perché rattrappita è stata la trasmissione che doveva consegnarglielo. Eppure basta un incontro vero perché quel gesto torni pieno.

A Lourdes, Bernadette – ragazza poverissima e dalla formazione religiosa frammentaria – alla prima apparizione non riusciva a segnarsi: la mano non le arrivava alla fronte, finché la Signora stessa non tracciò il segno della croce. Da allora il suo modo di segnarsi divenne così solenne che le consorelle, vedendola, dicevano: «glielo ha insegnato la Madonna». Non l’aveva appreso da un corso, ma da un volto: ciò che un incontro autentico genera in un cuore, supera quanto anni di istruzione, da soli, non riescono a trasmettere. E non è soltanto un ricordo del passato. Dove qualcosa è tornato a funzionare – parrocchie che hanno ripreso il cammino catecumenale, giovani Chiese ricche di vocazioni, famiglie in cui la fede si trasmette per contagio – là si vede ancora che la strada esiste.

Il limite dell’aula parrocchiale

C’è poi un equivoco di fondo da avere il coraggio di riconoscere: il modello oggi prevalente, soprattutto per i bambini, non corrisponde pienamente né alla logica catecumenale antica, né alle acquisizioni della pedagogia contemporanea; assomiglia piuttosto a un percorso scolastico e a un’aula parrocchiale, da cui ci si attende una maturazione sacramentale che, da sola, difficilmente può produrre.

Nulla di tutto questo è un metodo che sostituisce la testimonianza: ne è piuttosto il frutto. E ricominciare è meno complicato di quanto temiamo, e insieme più esigente. Significa pensare l’iniziazione come un cammino in cui i sacramenti aprano invece di chiudere. Avere il coraggio della catechesi degli adulti e dei giovani, perché una fede adulta non può reggersi sui ricordi dei sette anni. Significa restituire alla famiglia il suo posto di prima chiesa, e non avere paura del contenuto: dire ai ragazzi che cosa crediamo, e perché.

La fede che torna credibile

E c’è un’ultima soglia, che il carisma del Boccone del Povero conosce bene: la fede si genera anche, e forse soprattutto, là dove diventa carità, prossimità, condivisione del pane. Il povero servito è una catechesi vivente: dove un povero viene amato, un Vangelo viene annunciato, e qualcuno – magari proprio quel ragazzo della Cresima – può finalmente vedere, e non soltanto sentir dire, che cosa significa credere. La missione, allora, non è un’aggiunta facoltativa, ma una dimensione costitutiva dell’iniziazione cristiana: una fede che non si dona, si affievolisce; una comunità che non esce da sé, difficilmente genera nuovi credenti. Dove la carità diventa stile, la fede torna a essere credibile.

L’iniziazione cristiana ricomincerà il giorno in cui smetteremo di pensare che basti trovare un metodo migliore, e torneremo a chiederci se abbiamo ancora qualcosa da testimoniare. Resta, alla fine, una domanda da porsi uno per uno: chi ha mostrato a me che il Vangelo era vero? E io, oggi, lo sto mostrando a qualcuno?

Arcivescovo emerito
di Catanzaro-Squillace

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