20 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Lug, 2026

La libertà non coincide con l'uscita da una prigione

Felice Guascone, Allegoria della Libertà

Libertà. La invochiamo per sottrarci a un comando, affermare un desiderio, difendere uno spazio: storia di un concetto al centro della filosofia


Usciti dalla «profonda notte» infernale, Dante e Virgilio si trovano, sul far dell’alba, nella pianura ai piedi del monte del Purgatorio. Non sono ancora sul «lito diserto», che raggiungeranno più tardi. Nel cielo d’Oriente torna la luce e Dante vede «un veglio solo»: Catone Uticense. Ha attraversato la selva oscura e l’Inferno; eppure, non è ancora libero.

La libertà non coincide con l’uscita da una prigione: è una montagna da salire, un desiderio da educare, un rapporto con se stessi da riconquistare.

Virgilio lo presenta così: «libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta». Dante cerca la libertà morale dal peccato; Catone, che a Utica scelse la morte dopo la vittoria di Cesare, incarna quella civile spinta fino al sacrificio. Non sono identiche, ma il poema le pone in rapporto. È «cara» non solo perché preziosa: è costosa. Non è un ornamento, ma una prova decisiva.

Liberi da qualcosa, liberi per qualcosa

Poche parole sono state pronunciate con altrettanta enfasi e ambiguità. In nome della libertà si sono abbattuti tiranni e innalzate nuove tirannie; si sono difesi diritti e privilegi. La invochiamo per sottrarci a un comando, affermare un desiderio, difendere uno spazio privato. Vogliamo essere liberi dalla paura, dal bisogno, dalla censura; ma anche liberi di parlare, scegliere, amare, diventare ciò che ancora non siamo. La libertà ha due direzioni: è liberazione da qualcosa e libertà per qualcosa. È una porta che si apre, ma anche il passo con cui la attraversiamo.

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Isaiah Berlin ha distinto libertà negativa e positiva. La prima indica lo spazio nel quale nessuno può impedirci di agire: essere liberi significa non essere ostacolati o costretti dalla volontà altrui. La seconda riguarda la capacità di governare la propria vita: non solo essere lasciati in pace, ma diventare autori delle proprie decisioni.

Entrambe sono indispensabili e rischiose. La prima può diventare indifferenza verso le condizioni concrete: un diritto scritto non sempre è una possibilità reale. La seconda può degenerare nella costrizione esercitata «per il bene» degli altri. La libertà deve difendersi da due illusioni: che basti eliminare ogni limite e che qualcuno possa scegliere al nostro posto.

Il limite che dà forma alla libertà

Siamo inclini a immaginarla come assenza di vincoli. Libero sarebbe chi non dipende da nessuno, non obbedisce a regole, segue ogni desiderio. Ma un’esistenza priva di legami non sarebbe umana. Non scegliamo di nascere, né il corpo in cui veniamo al mondo; non scegliamo la lingua con cui nominiamo le cose, il tempo storico che ci accoglie, la vulnerabilità che ci espone alla perdita e all’amore. Prima di essere individui autonomi siamo figli, corpi, eredi di una memoria. La libertà non comincia nel vuoto, ma dentro una condizione che non abbiamo deciso.

Il limite non è sempre il contrario della libertà. Può essere ciò che le dà forma. Una parola è comprensibile perché appartiene a una lingua; una musica è possibile perché accetta un ritmo; una promessa vale perché vincola il futuro. Persino un sentiero, per condurci da qualche parte, deve rinunciare a essere tutte le strade. Non ogni vincolo è giusto. Esistono legami che sostengono e legami che soffocano, regole che consentono la convivenza e imposizioni che umiliano. Il problema non è vivere senza legami, ma distinguere quelli che ci fanno crescere da quelli che ci impediscono di essere.

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Quando il desiderio diventa una prigione

La libertà non consiste neppure nel fare tutto ciò che si vuole. A volte ciò che vogliamo è proprio ciò che ci domina. Un’abitudine, una paura, un risentimento, una dipendenza possono parlare con la voce del desiderio. Possiamo obbedire agli impulsi credendo di affermare noi stessi, mentre ne siamo trascinati.

Kant chiamava autonomia la capacità della volontà razionale di darsi una legge; nell’eteronomia, invece, essa è guidata dal piacere, dall’interesse, dalla pressione sociale o dal timore.

Essere liberi, per Kant, non significa seguire le inclinazioni, ma agire secondo un principio che possa valere universalmente. Sono libero non quando faccio ciò che desidero, ma quando posso rispondere delle ragioni per cui agisco.

Il desiderio non è necessariamente un nemico, ma non è una garanzia. Chi non sa dire di no a se stesso difficilmente può dirsi libero.

Occorre una distanza interiore, lo spazio nel quale l’impulso non diventa subito azione e il desiderio può essere interrogato. Che cosa sto scegliendo? Da dove nasce ciò che voglio? È una voce mia o l’eco di un’attesa altrui? Sto andando verso qualcosa oppure sto soltanto fuggendo?

Comprendere ciò che ci muove

Spinoza mette in discussione l’idea ingenua del libero arbitrio. In una celebre lettera immagina una pietra lanciata nell’aria che, se fosse cosciente del proprio moto ma ignorasse la forza che l’ha avviato, crederebbe di volare liberamente. Così gli uomini conoscono i propri desideri, ma spesso ne ignorano le cause.

La sua provocazione non nega ogni forma di libertà: mette piuttosto in discussione l’idea di una volontà assolutamente indipendente.

Non siamo liberi perché privi di cause, come se ogni decisione sorgesse dal nulla. Lo siamo di più quando comprendiamo ciò che ci muove e riconosciamo paure, condizionamenti e storie che agiscono in noi.

La conoscenza non elimina la necessità, ma ci rende meno passivamente dominati da ciò che ci muove. Diventare liberi significa passare dall’essere mossi al comprendere, almeno in parte, ciò che ci muove. Non esiste soltanto una prigionia esterna. Si può essere formalmente liberi e vivere nell’incapacità di scegliere. Tra troppe possibilità, l’individuo può sentirsi non più potente ma smarrito. Ogni scelta comporta una rinuncia: scegliere una strada significa abbandonarne altre; pronunciare un sì significa accettare i no che quel sì contiene. È anche per questo che la libertà incute paura.

La tentazione di consegnare la libertà

Nel racconto del “Grande Inquisitore”, inserito nei “Fratelli Karamazov”, Cristo ritorna sulla terra e viene imprigionato dall’autorità religiosa. L’Inquisitore gli rimprovera di avere affidato agli uomini un dono troppo gravoso. Essi, sostiene, desiderano il pane, la sicurezza e un’autorità che li sollevi dal peso della decisione. Preferiscono consegnare la libertà in cambio della certezza. Dostoevskij coglie una tentazione profonda: non sempre qualcuno ci sottrae la libertà con la forza; a volte siamo noi a deporla ai piedi di chi promette di liberarci dall’incertezza.

La libertà è faticosa perché ci espone all’errore. Chi decide può fallire; chi agisce può ferire; chi parla può essere smentito. Non esiste libertà senza rischio, perché non è libero un gesto dal risultato già assicurato.

Sartre ha espresso questa condizione con una formula paradossale: l’uomo è «condannato a essere libero». Non possiamo sottrarci del tutto alla responsabilità. Anche il rifiuto di scegliere diventa una scelta; anche l’obbedienza implica il riconoscimento dell’autorità a cui obbediamo. Eppure la libertà non può essere pensata come se ogni individuo si trovasse davanti al mondo nelle stesse condizioni. Non tutti dispongono delle medesime possibilità, risorse e forme di riconoscimento. Povertà, discriminazione, ignoranza, violenza e paura restringono la scelta.

La libertà dentro una condizione

Simone de Beauvoir ha corretto ogni concezione astratta insistendo sul carattere situato della libertà. Siamo liberi entro una condizione storica, corporea e sociale non scelta. Essa non annulla la libertà, ma ne definisce le possibilità effettive. Essere liberi significa assumere e trasformare, per quanto possibile, ciò che ci è stato dato.

Per questo non basta proclamare che tutti sono liberi. Occorre domandarsi che cosa una persona sia davvero in condizione di fare e diventare.

Amartya Sen ha chiamato “capabilities” le possibilità sostanziali di essere e di fare ciò che una persona ha ragione di considerare importante. La libertà di studiare vale poco senza un’istruzione adeguata; quella di partecipare alla vita pubblica, senza accesso all’informazione e alla parola; quella di scegliere il futuro, quando l’esistenza è assorbita dalla sopravvivenza. La libertà individuale ha bisogno di condizioni comuni: diritti, educazione, salute, giustizia, dignità materiale. Non perché lo Stato debba prescrivere una vita, ma perché una società libera deve renderne possibili molte.

Nessuno è libero completamente da solo

Nessuno è libero completamente da solo. La libertà dell’altro non segna soltanto il limite della mia; ne è anche una condizione. Ho bisogno che l’altro possa parlarmi senza paura, contraddirmi, promettermi qualcosa, scegliere di restare o andarsene. Un amore ottenuto con la costrizione non è amore; una parola sotto minaccia non è una parola; una fedeltà senza possibilità di abbandono non è fedeltà. La libertà dà valore alle relazioni proprio perché le rende fragili. Chi rimane potendo partire compie un gesto diverso da chi resta perché non ha alternative. La possibilità del no dà consistenza al sì.

Hannah Arendt ha sottratto la libertà all’immagine della sovranità assoluta. Essere liberi non significa dominare ogni conseguenza delle proprie azioni. La libertà appare quando gli esseri umani agiscono e parlano insieme, introducendo nel mondo qualcosa che non esisteva. Ogni azione autentica è un inizio e interrompe l’automatismo di ciò che sembrava inevitabile. Qui la libertà incontra il mistero della nascita.

Ogni essere umano viene al mondo come qualcuno che non era mai esistito. Non siamo soltanto il risultato del passato: portiamo la possibilità di cominciare. Non possiamo cancellare ciò che è accaduto, ma possiamo impedire che determini interamente ciò che accadrà. La libertà non elimina la storia: le impedisce di diventare destino.

La libertà ha bisogno della verità

La libertà ha bisogno della verità. Possiamo scegliere soltanto dentro il mondo che riusciamo a vedere. La menzogna altera il campo della decisione. Chi controlla le parole, nasconde i fatti o manipola la memoria non ci ordina sempre che cosa fare: rende alcune scelte invisibili e altre inevitabili. Senza verità, la scelta rischia di essere una rappresentazione. Ci sembra di decidere, ma ci muoviamo dentro una realtà preparata da altri. Essere liberi richiede attenzione, capacità critica, disponibilità a essere contraddetti; richiede il coraggio di distinguere ciò che ci rassicura da ciò che è vero.

Oggi la libertà viene spesso identificata con la moltiplicazione delle opzioni. Più merci, immagini, opinioni e percorsi sembrano significare più libertà. Ma l’abbondanza delle alternative non coincide con l’autonomia. Una volontà sempre distratta e sollecitata può disporre di innumerevoli opzioni e non riuscire più a desiderare in profondità. La prima soglia della libertà è forse l’attenzione: essere presenti a ciò che facciamo, sottrarre il desiderio all’urgenza, tollerare il silenzio in cui una decisione matura. Talvolta siamo meno liberi non perché qualcuno ci impedisca di scegliere, ma perché non sappiamo più sostare davanti a ciò che merita di essere scelto.

Il tempo, la promessa e la fedeltà

La libertà è legata al tempo. L’impulso vuole tutto subito; la libertà sa attendere. L’impulso dimentica; la libertà ricorda. L’impulso cambia direzione a ogni richiamo; la libertà sa promettere. La promessa è uno dei suoi gesti più alti e paradossali. Con essa usiamo la volontà presente per vincolare quella futura. Non la perdiamo: le diamo continuità. Diciamo che, nonostante il mutare del tempo e delle circostanze, qualcosa continuerà a dipendere da noi. La libertà diventa fedeltà, non all’immobilità, ma a una parola riconosciuta come vera.

Alla fine del cammino, quasi sulla cima del Purgatorio, Dante ascolta da Virgilio parole diverse da quelle pronunciate ai piedi del monte: «Libero, dritto e sano è tuo arbitrio». Virgilio può congedarsi perché Dante non ha più bisogno della stessa guida. Il suo desiderio è stato purificato, la volontà sa orientarsi. La libertà non gli è consegnata come un oggetto: matura attraverso la conoscenza del male, la responsabilità, la fatica e l’incontro con gli altri.

La libertà come pratica

Forse è questo il punto decisivo. La libertà non è uno stato posseduto una volta per tutte. È una pratica. Può crescere o diminuire, essere esercitata, trascurata, ceduta. Non è assenza di ogni dipendenza, ma capacità di discernere ciò da cui non vogliamo dipendere e ciò a cui scegliamo di essere fedeli. Essere liberi non significa non appartenere a nulla; significa non appartenere ciecamente. Significa dire «io» senza trasformare l’io in una prigione e «noi» senza scomparire nel gruppo. Significa accettare che ogni scelta abbia un limite, un costo e una conseguenza. La libertà attraversa così le grandi parole dell’esistenza.

È legata all’inizio, perché essere liberi significa introdurre qualcosa di nuovo. È legata all’essere, perché non siamo soltanto ciò che ci è accaduto, ma anche ciò che scegliamo di diventare. È legata alla verità, perché una scelta fondata sull’inganno è già in parte espropriata. È legata al tempo, perché soltanto nel tempo una decisione può trasformarsi in responsabilità, promessa e fedeltà.

La domanda della libertà, allora, non è soltanto quante porte troviamo aperte davanti a noi. È quale porta decidiamo di attraversare, per quale ragione e di quali conseguenze siamo disposti a rispondere. Perché la libertà non è poter fare indifferentemente qualsiasi cosa. È riconoscere ciò che merita di essere scelto — e avere il coraggio di sceglierlo.

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