26 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Lug, 2026

Il mondo globale, ultima fase del colonialismo

Tiziano Terzani

L’attualità delle analisi di Tiziano Terzani, il cronista che vide arrivare la globalizzazione e la creazione mondiale delle periferie del risentimento


A ventidue anni dalla sua scomparsa, avvenuta nell’estate del 2004, la figura di Tiziano Terzani richiede una rilettura che superi la consueta. Seppur meritata, categorizzazione di grande giornalista, cronista di guerra o, successivamente, di ricercatore spirituale. Se osservato attraverso la lente della sociologia, il fulcro del suo pensiero si rivela essere una delle più lucide e anticipate critiche all’epistemologia occidentale del tardo Novecento e dell’alba del nuovo millennio.

Terzani, infatti, non si è limitato a descrivere i fatti. Ha decostruito le narrazioni dominanti, indagando le fratture profonde non solo tra l’Occidente e il resto del mondo, ma anche quelle frequenti all’interno della sfera intermedia dei legami affettivi e, in modo speculare, nel microcosmo del corpo umano.

Il suo pensiero offre quindi un terreno fertilissimo per un’analisi sociologica, con un approccio olistico che, muovendosi fra il macrocosmo della geopolitica, il mesocosmo delle relazioni primarie e il microcosmo della biopolitica della salute e della malattia, suggerisce come la logica di dominio che l’Occidente esercita sul pianeta sia la medesima che esso applica ai legami umani e alla biologia.

LEGGI TUTTI GLI ARTICOLI DI MIMÌ

La globalizzazione come nuovo colonialismo

Per comprendere la sua concezione della globalizzazione, è necessario partire dalla sua esperienza asiatica. Dai reportage sulla guerra in Vietnam alla reclusione a Pechino, fino alle riflessioni post-sovietiche, Terzani assiste in diretta alla nascita della globalizzazione. La cosa che lo contraddistingue e rende il suo approccio sociologicamente interessante, però, è che la legge non come un processo neutro di integrazione o di progresso ineluttabile, quanto vettore di omologazione culturale e di violenza simbolica.

La globalizzazione, nella lettura di Terzani, è solo l’ultima fase del colonialismo occidentale. Non si tratta più solo di estrazione di risorse materiali. Ma di un vero e proprio colonialismo epistemologico: l’imposizione di un unico paradigma di realtà, fondato sul profitto, sulla velocità e sulla mercificazione.

Terzani anticipa con lucidità spaventosa le dinamiche dello scontro di civiltà e del terrorismo globale. Dimostrando come l’odio verso l’Occidente non nasca da un’atavica incomprensione culturale, ma sia la reazione viscerale di chi vede la propria identità, il proprio sacro e il proprio tessuto sociale triturati dall’ingranaggio del mercato globale.

L’Occidente, incapace di concepire l’alterità se non in termini di subordinazione o di esotismo, genera una modernità che è strutturalmente incapace di includere. Producendo così le periferie del risentimento e distruggendo quel pluralismo ontologico che aveva caratterizzato per secoli il resto del mondo.

LEGGI Tutti gli articoli di Cleto Corposanto

La solitudine dell’osservatore

Ma è nel passaggio dal macrocosmo globale al mesocosmo delle relazioni umane che, probabilmente, il pensiero di Terzani rivela una delle sue tensioni più profonde e sociologicamente fertili. Il conflitto perenne tra la solitudine strutturale dell’osservatore e il desiderio viscerale di comunione.

La vita di Terzani è stata un paradosso vivente. Da un lato, il giornalista d’assalto, l’inviato speciale, figura per eccellenza dell’individuo moderno, sradicato, mobile, condannato a una solitudine ontologica necessaria per mantenere la distanza analitica dal mondo che si osserva. Dall’altro, l’uomo legato indissolubilmente alla sua famiglia. Alla moglie Angela e ai figli Folco e Saskia, in una ricerca affannosa di radici e di appartenenza, pur se spesso travagliato dal desiderio di essere altrove.

Questa tensione si inscrive nella crisi della famiglia nucleare occidentale, spesso descritta come un’istituzione atomizzata, funzionale alle esigenze di mobilità e produttività del capitalismo globale. Terzani sente acutamente il senso di colpa per l’assenza, per aver sacrificato la presenza fisica sull’altare della curiosità per l’altrove.

Tuttavia, la sua risposta a questa alienazione non è il ripiegamento nel modello borghese occidentale, ma la ricerca di una comunione che superi i confini ristretti della famiglia nucleare, ispirandosi ai modelli comunitari asiatici che aveva osservato e studiato.

Orsigna e la resistenza dei legami

In questo senso, molti dei suoi scritti assumono un valore sociologico primario. Non sono semplici resoconti intimi, ma veri e propri atti di sociologia epistolare, tentativi di ricucire lo strappo tra l’io giornalistico e il noi familiare.

La montagna di Orsigna, sull’Appennino tosco-emiliano, diventa il laboratorio sociologico di questa resistenza. Orsigna non è una semplice casa di vacanza. È è il rifugio dalla Gesellschaft, la società globale, razionale e mercificata, per rifugiarsi nella Gemeinschaft, la comunità autentica, basata sui legami di sangue, sulla natura e sulla memoria.

Lì, il rapporto con la famiglia si trasfigura. Non è più la famiglia borghese chiusa in sé stessa, ma diventa una cellula comunitaria in armonia con i cicli naturali, un microcosmo che resiste alla disgregazione dei tempi globali.

Tuttavia, Terzani non si illude. Sa che la comunione assoluta è un’utopia. Il desiderio di fusione con l’altro, con la famiglia, con la natura, si scontra inevitabilmente con l’ineluttabile solitudine dell’individuo moderno e, in ultima analisi, con la solitudine di fronte alla morte.

Il dialogo finale con il figlio Folco ne «La fine è il mio inizio» è il tentativo supremo di trasformare la solitudine della fine in un atto di comunione intergenerazionale. Di trasmettere non solo ricordi, ma un’epistemologia della vita, un «noi» che sopravviva alla dissoluzione del corpo fisico. La famiglia, in Terzani, diventa così l’ultimo baluardo di umanità contro la reificazione globale. Un luogo di resistenza affettiva dove il tempo non è denaro, ma memoria e condivisione.

La malattia e la critica alla medicina occidentale

È nel binomio salute/malattia, tuttavia, che la critica sociologica di Terzani raggiunge la sua massima radicalità, chiudendo il cerchio tra macro e micro.

Negli ultimi anni di vita, segnati dalla lotta contro il cancro, Terzani applica alla medicina la stessa critica mossa alla globalizzazione e alla frammentazione dei legami.

Il paradigma biomedico occidentale viene smascherato nella sua natura di strumento di controllo e di mercificazione.

Facendo eco, seppur in modo intuitivo e narrativo, alle tesi di Ivan Illich sulla «nemesi medica» e alle riflessioni di Foucault sulla biopolitica. Terzani denuncia come la medicina occidentale abbia trasformato il corpo in una macchina da riparare, scindendolo dalla mente, dallo spirito e dal contesto ambientale e relazionale.

La salute cessa di essere uno stato di armonia ed equilibrio per diventare un imperativo categorico, un obbligo morale e, soprattutto, un business globale. L’industria farmaceutica e il complesso medico-industriale rappresentano, a livello micro-sociologico, l’equivalente delle multinazionali che sfruttano le risorse del Sud del mondo. Entrambi operano secondo una logica di estrazione, di standardizzazione e di profitto, ignorando le specificità locali e i saperi tradizionali.

Inoltre, Terzani intuisce come la medicina occidentale sia profondamente alienante dal punto di vista delle relazioni umane. L’ospedale moderno è il luogo della solitudine assoluta del malato, spogliato della sua identità, isolato dai suoi affetti, ridotto a un caso clinico.

Di contro, il suo viaggio attraverso le medicine alternative – dall’Ayurveda in India alla medicina tradizionale cinese, fino allo sciamanesimo e ai guaritori filippini – non va letto come una mera regressione nel misticismo, ma come un’esplorazione di quello che la sociologia definisce pluralismo medico.

Terzani cerca epistemologie altre, sistemi di cura in cui il malato non è un oggetto passivo, ma un soggetto attivo il cui squilibrio è il sintomo di una rottura con il proprio ambiente. In queste culture, la guarigione è un atto profondamente comunitario: il guaritore, la famiglia, il villaggio e il cosmo partecipano al processo di ricongiunzione dell’individuo. La medicina occidentale, al contrario, medicalizza l’esistenza e lo isola, esattamente come la globalizzazione isola le culture locali e il capitalismo frammenta le famiglie.

La logica occidentale del dominio

La grande forza sociologica del pensiero di Terzani risiede nell’aver compreso che la dicotomia salute/malattia, la crisi dei legami familiari e il rapporto tra Occidente e resto del mondo sono governati dalla medesima matrice culturale. L’illusione cartesiana del controllo e la hybris della tecnoscienza.

L’Occidente si rapporta al cancro come si rapporta alla natura, alle culture altre e persino ai legami affettivi: con la logica della guerra, dell’eradicazione, del dominio. Si taglia, si avvelena, si brucia. Non si cerca la coesistenza, non si ascolta il messaggio di diversità/devianza che il corpo – o la cultura marginalizzata, o il familiare incompreso – sta inviando.

La malattia, in Terzani, assume invece una valenza profonda: è lo sciopero del corpo contro l’alienazione della modernità globalizzata. Il corpo si ammala perché non riesce più a sopportare la scissione tra i ritmi imposti dal capitalismo globale e i bisogni profondi dell’essere umano, inclusa la necessità di una comunione autentica con i propri simili e con la terra.

Il cancro diventa così la metafora perfetta di una società che ha smarrito il limite, che cresce in modo indefinito e metastatico, consumando le proprie risorse e distruggendo l’ecosistema. Guarire, per Terzani, non significa più tornare alla normalità, poiché la normalità occidentale è essa stessa patologica, segnata dalla solitudine e dall’iperconnessione mercificata. Guarire significa decolonizzare il corpo e ritrovare quel benessere spirituale che la modernità ha dissolto.

Le contraddizioni della ricerca dell’altrove

Un’analisi sociologica rigorosa non può tuttavia esimersi dal rilevare alcune contraddizioni e anche qualche limite in questo suo approccio.

La sua critica all’Occidente e la ricerca di alternative nel «resto del mondo» o nella famiglia idealizzata sfociano talvolta in quello che gli studi post-coloniali definirebbero un orientalismo di ritorno o un essenzialismo romantico.

Nel suo desiderio di opporsi all’omologazione occidentale, Terzani rischia di idealizzare le società tradizionali, le medicine antiche e le culture asiatiche. Occultandone le gerarchie interne, le disuguaglianze materiali, il patriarcato e i dogmi religiosi.

Allo stesso modo, la visione della famiglia e della comunione ad Orsigna rischia di scivolare in un bozzettismo rurale, ignorando le durezze e le costrizioni delle vite comunitarie premoderne.

Tuttavia, anche questa contraddizione è sociologicamente fertile. Essa rappresenta la tensione irrisolta della modernità riflessiva. Il tentativo disperato di recuperare un senso del sacro, del limite e dell’appartenenza in un mondo che Max Weber avrebbe definito disincantato.

Terzani non offre una teoria sociologica sistematica ma fornisce potenti idealtipi weberiani per comprendere la crisi dell’uomo contemporaneo. Sospeso tra la sicurezza clinica e tecnologica che lo imprigiona nella solitudine e il desiderio di una riconnessione olistica con il cosmo e con i propri affetti.

La lezione di Terzani nel mondo di oggi

Insomma, a più di vent’anni dalla sua scomparsa, il pensiero di Tiziano Terzani non ha perso un grammo della sua carica eversiva. Anzi, di fronte alle crisi sistemiche del nostro tempo – dalle pandemie che hanno rivelato la fragilità dei sistemi sanitari ipermedicalizzati e la solitudine dei morti nelle Rsa, all’atomizzazione delle famiglie nucleari schiacciate dai ritmi del lavoro precario, dalle guerre asimmetriche fino al collasso ecologico – la sua lezione si impone con prepotenza.

Terzani ci ha insegnato che non esiste salute possibile in un mondo malato. Che non esiste comunione familiare duratura se isolata dalla responsabilità verso il mondo. E che non esiste pace in un sistema globale fondato sullo sfruttamento e sull’arroganza epistemologica.

La sua opera ci invita a praticare una decrescita non solo economica ma cognitiva, relazionale ed esistenziale. Ci ricorda che il corpo non è una macchina da ottimizzare, ma un territorio da abitare con rispetto, che la famiglia non è un nucleo di interessi economici, ma un luogo di memoria e comunione e che il mondo non è una risorsa da estrarre, ma una rete di relazioni da preservare.

In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale, le biotecnologie e la realtà virtuale promettono l’immortalità, il dominio totale sulla natura e la connessione perenne ma disincarnata, la voce di Terzani risuona come un monito fondamentale.

La vera guarigione, per l’individuo, per la famiglia e per la società globale, inizierà solo il giorno in cui l’Occidente accetterà di non essere il centro del mondo. E in cui l’uomo smetterà di dichiarare guerra al proprio corpo, ai propri affetti e alla Terra. Ritrovando il coraggio della lentezza, del limite e della comunione.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA