19 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

19 Set, 2026

Eurofighter colpito, perché all’Italia servono più difese e all’Europa più coraggio

Il danneggiamento del caccia italiano mostra quanto siano cresciuti i rischi anche per il nostro Paese. Gli strumenti europei esistono: il nodo è rafforzare le capacità di difesa e trovare la volontà politica di usarli


Il danneggiamento di un caccia Eurofighter da parte degli Houthi ha ribadito, qualora ve ne fosse bisogno, i rischi a cui il nostro Paese è sempre più esposto in quest’epoca assai turbolenta delle relazioni internazionali. La guerra tra Russia e Ucraina e il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran evidenziano, ogni giorno di più, che l’epoca del dormire a sogni tranquilli è finita e che bisogna farsene una ragione.

Questo non vuol dire rinunciare agli sforzi diplomatici e far abdicare la fiducia nel principio del negoziato, bensì prendere atto che l’uso della forza e, di conseguenza, la necessità della deterrenza, in tutte le sue accezioni militari, politiche ed economiche, sono tornati ad essere pilastri dei rapporti tra Stati e alleanze.

In questo contesto geopolitico, dunque, l’esposizione e la magnitudo del rischio sono cresciute sensibilmente: ignorarli né aiuta la difesa dell’interesse nazionale né disinnesca i fattori di vulnerabilità.

L’Eurofighter e i rischi per l’Italia

L’incidente occorso all’Eurofighter italiano ci dice che non siamo esenti da questi rischi e che per difendere il nostro interesse nazionale e dimostrare la nostra affidabilità agli alleati, dall’Europa al Medio Oriente, dobbiamo essere disposti ad affrontarli.

In tal senso, il nostro governo deve dotare gli apparati militari e di sicurezza delle risorse adeguate a fronteggiare un mondo sempre più burrascoso e bellicoso, a cominciare, ad esempio, da un numero maggiore di sistemi di difesa aerea per gli obiettivi sensibili in patria e all’estero.

Se l’ecosistema geopolitico cambia, con esso devono cambiare gli obiettivi, le metodologie e le capacità, altrimenti si rischia di rimanere impantanati in un’immagine traviata della realtà, trovandosi impreparati di fronte ai pericoli e alle sfide del presente e del futuro.

La Difesa europea e ciò che già esiste

In tal senso, appare quasi inevitabile continuare, seppur con le note difficoltà, la riflessione strategica sulla Difesa europea. La razionalizzazione e l’allocazione ottimale delle risorse, la creazione di un piano industriale condiviso, la creazione di una filiera tecnologica e produttiva meno esposta alla dipendenza dall’estero sono fondamentali, ma risultano comunque ancillari rispetto alla priorità di una governance più armoniosa e cooperativa.

In tal senso, senza cadere nella trappola di lunghissime negoziazioni sulla riforma dei trattati, già esistono gli strumenti per consentire, a quei Paesi che intendono compiere un salto di qualità nel settore della difesa, di farlo: la cooperazione rafforzata.

Dunque, il problema non è la burocrazia, bensì i correttivi al mercato interno della difesa, la volontà politica e le garanzie alle industrie militari.

La guerra ibrida e la paralisi europea

Lo stesso discorso può essere fatto per il contrasto alle minacce ibride. Nel discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha proposto la creazione di un meccanismo di consultazione in caso di eventi “ibridi” sul modello dell’articolo 4 del trattato Nato. Un’idea interessante, ma che rischia di divenire l’ennesima formula ridondante e limitata ad azioni consultive.

Anche in questo senso, l’Ue dispone di tutti gli strumenti normativi, dottrinali e decisionali per affrontare la guerra ibrida russa (e non solo) almeno dal 2022. Moltiplicare formule, consessi e formati di dialogo costituisce un messaggio politico dall’importante portato simbolico ma dalle limitate applicazioni pratiche.

La politica di difesa e sicurezza comune europea ha già tutto quello che le serve, in teoria, per affrontare l’Idra della minaccia ibrida.

Il vero problema è l’ambiguità sulla risposta, la drammatica paralisi legata alla paura dell’escalation e la mancanza di volontà politica di affrontare il problema con durezza e chiarezza.

Si parla di droni sugli aeroporti di mezza Europa, di sabotaggi alle linee ferroviarie e di attacchi cyber come se i malware, gli esplosivi e i velivoli a pilotaggio remoto fossero autocoscienti e agissero di propria iniziativa.

Soltanto il cancelliere tedesco Merz, di recente, ha avuto il coraggio di puntare il dito contro Mosca a seguito del tentato attacco di Lipsia, minacciando rappresaglie. Dopo oltre dieci anni di guerra ibrida, è qualcosa. Speriamo di non doverne aspettare altri dieci per migliorare l’apparato di sicurezza e passare da un approccio passivo a uno più proattivo.

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