La vicenda del 13enne che ha accoltellato la prof. per un debito formativo riapre la discussione sugli adolescenti armati di coltelli e sull’uso a scuola dei metal detector
Mettetevi un paio di pantaloni, ficcatevi in una tasca un coltello da sub: si può comprare online, potete sventrarci un pesce spada di due metri, costa meno di 50 euro. Poi invece che al mare andate a scuola. Del resto avete 13 anni, c’è compito in classe di storia, a quell’età sareste ancora in tempo per intuire il senso di quella famosa frase, “la storia siamo noi”. Se invece proprio non vi va, la scuola ha qualche strumento per provare a persuadervi: il debito formativo, ad esempio. Strumento molto poco appuntito, meno affilato del vostro coltellaccio da pesca, più fioco del boato assordante di Instagram e Telegram, TikTok e OnlyFans. Un boato rispetto al quale libri e quaderni sono oggetti vuoti e lontani, vogliamo metterli a confronto con un paio di solidi occhiali da softair?
La polemica su Almirante
Giovanni Verga, un debito, una vendetta, un coltello, ansia cieca, giovani e violenza. Se unite i puntini esce fuori “Cavalleria rusticana”, celebre racconto dello scrittore verista, tradotto in opera lirica da Pietro Mascagni. Invece no: a Giovanni Verga è intitolata una scuola di Centocelle, il debito è un debito formativo appunto, il coltello è quello che un ragazzino di 13 anni si è messo in tasca per piantarlo nelle costole della professoressa di storia, forse per ucciderla. Poi, per fortuna, e anche grazie all’intervento di un compagno di classe, la professoressa è ancora viva. Si chiama Isabella Marsilio, i social li usa anche lei, ha un profilo Facebook, la Marsilio, in cui però al posto della propria foto ci ha messo quella di Giorgio Almirante. A proposito, l’alunno che l’ha salvata è afrodiscendente. Fra le tante cose, Almirante scrisse anche che “il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato”. Veda lei, signora Marsilio.
“I genitori vivono per lui”
“Figlio unico, i genitori vivono per lui”, ha detto la prof del suo aggressore, mentre veniva medicata al pronto soccorso. Una descrizione, questa, da non sottovalutare, visto come poi sono andate le cose. “I genitori vivono per lui” si sarebbe valutata non molto tempo fa come una frase che contiene premure e attenzioni, dialogo, sostegno, educazione, anche divieti, confini. Nei nostri amari tempi, al contrario, “i genitori vivono per lui” ci suggerisce altro: vestiti e telefoni, carta di credito e minicar, una guerra continua e aspra, condotta in primo luogo dai genitori stessi, magari con l’aiuto di un avvocato se serve, contro una scuola perfida e distante e nemica. Una scuola che quel ragazzino non lo capisce, che pretende assurdità come saper leggere e scrivere in epoca di messaggi vocali, imparare addizioni e sottrazioni nel mondo in cui quelle cose le fa l’Ai, studiare Dante e Beatrice quando ormai ci stanno tanto bene Fedez e Chiara Ferragni.
Il disastro culturale
Imparare la storia, poi, immaginarsi che le nostre azioni abbiano conseguenze, più lunghe di un video su TikTok che si estingue in un pomeriggio. C’è chi ha protestato perché fuori delle scuole medie non ci sono i metal detector, per davvero. E perché non perquisire i ragazzini, durante l’appello? Perché non consentire ai professori di armarsi a loro volta? Mezza Italia, tutto sommato, sembra ormai convinta che l’unico mezzo per contrastare la violenza sia altra violenza, anzi mezzo mondo sembra pensarla così. C’è un disastro culturale invisibile, dietro quest’abbaglio, che trasforma la scuola, storicamente un luogo centrale della nostra società, in un non luogo, come un aeroporto o un centro commerciale, con ispezioni e guardie, vetri blindati e armi. Vero è che se ai tempi di Verga ci fosse stato un metal detector, “Cavalleria rusticana” finiva in un’allegra bicchierata, eh sì.
La coscienza sociale
Si trascura, anche nel tuonare contro i social, un’alleanza perversa fra genitori e figli che mantiene le famiglie in un pantano adolescenziale e consumista, genitori che “vivono per lui” e “lui”, rabbiosamente compatti contro l’idea e l’esistenza stessa di educazione e scuola, arte e cultura. È un’alleanza che gli insegnanti, poveracci, non sono quasi mai in grado di infrangere: la scuola stessa ha le sue colpe, parliamoci chiaro, ma poi è vittima, anche di se stessa ma vittima, ed è difficile per chi un po’ di storia l’ha studiata non stare dalla parte delle vittime. D’altra parte, a proposito di storia, “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. L’ha detto De Gregori, cioè no, scusate l’ha detto Marx, facile confondersi in questi amari tempi.
Il ragazzino armato doveva fare un compito in classe per estinguere il suo debito formativo. Ora, in teoria, ha contratto un altro debito, un debito con la giustizia. Ma di quel debito in storia nessuno ne parla, oggi. Come si comporterà la scuola? Il compito in classe si rifà? Se ne fanno due? Che si chiede a quell’adolescente e ai suoi genitori per crescere? Ah, giusto, si rifà tutto da capo, stavolta col metal detector, però.































