Il difficile e delicato rapporto con l’infertilità o il rifiuto della maternità in un mondo pieno di pregiudizi fin dai babilonesi e gli egizi
Parole non dette, a volte solo sussurrate, sguardi velati da una profonda ombra di malinconia, il tutto condito da un radicato senso di colpa e di vergogna, misto ad una sensazione di vuoto e di mancanza.
Simili sensazioni sono il frutto del fardello doloroso dell’infertilità che frantuma il desiderio di avere una discendenza, compromettendo, talvolta, anche le dinamiche sociali. Un tema controverso, pieno di pregiudizi ma vivo, anzi vivissimo. Perché l’evento riproduttivo non risponde soltanto ad un’esigenza biologica, ma riveste anche una forte valenza sociale.
Il desiderio di un figlio non è un’aspirazione come un’altra. Anche se si può essere madri in tanti modi, anche se la maternità non è necessaria per sentirsi pienamente donne, è indubbio che essa rappresenti un’esperienza enorme e unica, non surrogabile, che va a toccare profondamente l’identità femminile, di cui rappresenta una delle espressioni più complesse, ambivalenti e creative.
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l peso dell’infertilità
Un dolore, quello dell’infertilità, che arriva da lontano, affondando le sue radici in una cultura in cui la donna è custode della famiglia e della prosecuzione della stessa. Testi babilonesi, papiri egizi, la Bibbia, il Talmud, tutti parlano di come le donne «non possono dare figli agli uomini». Nei tempi antichi la sterilità era considerata una disgrazia. Rachele fu accompagnata per vent’anni dalla vergogna della sterilità, e quando dopo sei anni di matrimonio finalmente rimase incinta e diede alla luce Giuseppe, gridò: «Dio ha tolto il mio disonore dandomi un figlio».
La convinzione di Rachele ha accompagnato altre donne, come Sara, Rebecca o Anna che, sebbene amata dal marito, ha vissuto la sua condizione di sterilità in maniera drammatica. Tutto questo ha, per secoli, legittimato gli uomini, ed in alcune culture lo sono ancora, a lasciare le loro mogli o a sposarne altre se non riuscivano ad avere figli. Testimonianze che esprimono con grande chiarezza quale importanza abbia rivestito nella storia avere una discendenza, e soprattutto, una progenie di sesso maschile.
L’infertilità sociale
La mancanza di un erede veniva percepita come una forma di infertilità sociale.
Nell’antica Grecia l’essere donna andava a coincidere con colei che rendeva possibile il perpetuarsi della specie: generando figli maschi, una madre garantiva alla comunità sopravvivenza, conoscenza e civiltà.
Il mito delle Danaidi racconta la storia di donne che uccidono i loro mariti, non raggiungendo il loro fine, cioè il matrimonio e la procreazione.

Per questo motivo vengono condannate a trasportare acqua con un secchio rotto per constatare, al momento di travasarne il contenuto, che è vuoto.
Il loro è un agire che non trova compimento, perché quel secchio non si riempirà mai, così come il loro utero non ha mai accettato l’idea di accogliere il seme del marito.
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Quando la sterilità era una colpa
L’assenza di prole costituiva un serio problema nel mondo antico, cui l’intera comunità si impegnava a porre rimedio. La polis cerca di contrastare l’infertilità, come attestato nel mito, nelle orazioni e nella documentazione epigrafica. Ma le soluzioni offerte erano molteplici solo nei casi di impotenza maschile. Dall’analisi del «Corpus Hippocraticum» emerge che l’infertilità maschile non è da considerarsi una vera e propria malattia, ma una condizione fisica curabile, una disfunzione derivata da una malattia cui si può porre rimedio. L’uomo senza figli avrebbe potuto divorziare e contrarre un nuovo matrimonio, avrebbe potuto adottare o far ricorso alla divinità.
Tante e diverse erano le forze divine che sovrintendevano al concepimento. La scelta di rivolgersi ad una piuttosto che a un’altra poteva dipendere da diversi fattori: il tipo o lo stato dell’infertilità, la distanza da un santuario rispetto a un altro, le condizioni economiche e il livello di alfabetizzazione degli individui coinvolti.
Una possibile soluzione al problema della sterilità era anche quella di ricorrere ad un aiuto «esterno».
Anche se argomenti come infertilità e maternità surrogata possono sembrare questioni moderne, sono sempre stati tema di discussione.

La «sacra prostituzione»
A quei tempi c’erano le ierodule, giovani schiave che amministravano il culto sacro nei templi, e che in alcune occasioni esercitavano una forma di «sacra prostituzione»: per la schiava era prevista la possibilità di guadagnare la libertà, una volta donato alla coppia il primo, atteso figlio maschio.
Così, se l’uomo percepiva l’assenza di prole come una condizione sfortunata, ma dipendente da altri, non sentendosi responsabile di un destino che lo voleva privo di figli, ma vivendo la mancanza di un erede come un problema sociale cui poter porre rimedio. Perché la comunità assicurava sempre all’uomo una paternità sociale. Diversamente, per la donna non erano previste soluzioni per ovviare al problema dell’infertilità e non era possibile compensare tale mancanza, perché l’unica maternità concepibile era quella biologica.
Instillando nella donna un profondo senso di colpa per la mancata procreazione, chiamata a sopportarne da sola tutto il peso.
Il lungo pregiudizio contro le donne
Nonostante si acquisisca progressivamente una maggiore consapevolezza di un’infertilità maschile e femminile in percentuali paritarie, il dito è però sempre stato puntato contro la donna. Del resto, l’idea che la capacità di creare la vita sia prerogativa del sesso femminile è così ancestrale che alcune culture primitive, come quella degli aborigeni australiani, ritenevano che l’uomo ne fosse del tutto estraneo, persino per quanto riguardava la fecondazione.
Ancora oggi, l’impossibilità di procreare è una problematica che assilla principalmente il genere femminile, fino al punto di essere considerata da alcuni popoli una vera e propria maledizione. Enrico VIII ebbe numerose mogli attribuendo a loro il problema di non riuscire ad avere un erede maschio. Sarà la scienza medica poi a dimostrare che è il cromosoma maschile che determina il genere nella prole.
Analogo destino è quello di Luigi XVI, re di Francia che sposò la bellissima Maria Antonietta. Per anni il popolo francese con rabbia accusò la «prostituta austriaca» di non riuscire a dare alla Francia un erede. L’accusarono di omosessualità arrivando persino a scrivere opuscoli in cui la istruivano su come «svolgere adeguatamente» il suo lavoro. Ma la storia racconta un’altra verità: era il Re Sole a soffrire di problemi fisici.
A parlare di infertilità maschile, sia pure in termini indiretti, è anche William Shakespeare nel «Macbeth».
Qui, il tormento dell’infertilità, simboleggiando la totale mancanza di vita e di eredi, rappresenta la sterilità del potere, a causa della tragica incapacità di creare un futuro e una dinastia, tale da alimentare la più atroce furia assassina. Proprio l’impossibilità di avere una progenie spinge Macbeth e sua moglie, non avendo discendenti a cui tramandare una corona, ad impadronirsi del futuro attraverso il crimine, cancellando la linea dinastica altrui.
Tra medicina, superstizione e fede
Un problema, quello dell’incapacità di generare figli, sentito trasversalmente da tutte le classi sociali, a cui si è cercato di porre rimedio, talvolta rasentando i confini della fantasia. Tante, diverse e un po’ bizzarre erano le soluzioni adottate nei secoli scorsi per contrastare l’infertilità, un misto tra religione, magia e superstizione.
Terapie che oggi possono far sorridere, come una polvere a base di fegato e testicoli di maialino «figlio unico», lana imbevuta di latte d’asina da applicare sull’ombelico o elisir a base di latte di cavalla.
Anche se l’azione più diffusa e consigliata restava la preghiera e l’uso di amuleti.

Ancora adesso esistono chiese e oggetti votivi a cui chiedere la grazia, come la nota sedia di Sant’Anna a Napoli. Se poi, nonostante le preghiere, gli eredi non arrivavano, allora si poteva fare un ultimo tentativo con la medicina.
Alcuni dei rimedi e consigli seguiti erano quelli presenti nel discusso trattato «Sulle malattie delle donne prima e dopo il parto», attribuito a Trotula de Ruggiero, medico dell’XI secolo che fece nascere la branca di ginecologia e ostetricia. Si racconta che anche Anna di Boemia, moglie di Riccardo II, abbia fatto largo uso dei consigli del trattato di Trotula, forse più di qualsiasi altra donna, visto che la capacità di generare eredi era imprescindibile per il loro ruolo.
Le regine ripudiate perché senza eredi
Rimedi che, però, non sempre riuscivano a coronare il tanto agognato sogno di maternità. La storia di Soraya di Persia ne è una vivida testimonianza.
L’unione tra Soraya Esfandiari Baktiari e lo scià di Persia non ha lunga vita. Il matrimonio viene crudelmente invalidato dalla ragion di Stato.
Sposata in seconde nozze dal Re di Persia, a seguito di un divorzio causato dalla nascita di una sola figlia femmina che non avrebbe potuto ereditare il trono per un’anacronistica «legge salica», tuttora vigente in soli tre Paesi al mondo, Giappone, Giordania e Liechtenstein, Soraya a causa della sua sterilità viene ripudiata dal marito, che viveva nel culto della centenaria storia della Persia e dei suoi monarchi.
Un destino che in passato era stato vissuto da un’altra donna, anche lei detronizzata a causa della sua infertilità.
È Giuseppina (Joséphine per i francesi) de Beauharnais. Destinata a vivere nel pieno sfarzo e nelle grandi stanze del potere, perché in quanto sposa di Napoleone Bonaparte era chiamata a diventare imperatrice, anche Joséphine vede il destino andarle contro. Un’indovina martinicana le predisse che sarebbe diventata «più che regina», anche se destinata a una triste fine, rimpiangendo la vita semplice e dolce delle sue origini. Verità o leggenda, la storia le darà ragione.
Lo spettro dell’infertilità diventa un’effettiva minaccia per il futuro della loro unione: rimasta sterile, Joséphine non può dare alla luce un erede. Ed ecco che ancora una volta una questione privata diventa ben presto un affare di Stato, con forti pressioni sulla coppia: il divorzio diventa l’unica soluzione per garantire una discendenza all’imperatore.
Così, in un documento ufficiale, Joséphine è costretta a dichiarare di non aver alcuna speranza di avere figli acconsentendo alla dissoluzione di un matrimonio che ormai era diventato solo un ostacolo al bene della Francia.
Essere donna oltre la maternità
Venendo ad oggi, anche se la cultura occidentale egemonica ha ampiamente tramandato e diffuso l’archetipo della donna duale: concepita come moglie e come madre. Un essere che si pensa in relazione diretta con l’altro e che raramente appare come un soggetto indipendente, svincolato dai legami biologici, culturali o religiosi radicati in una determinata società.
Le grandi rivoluzioni degli anni ’60-’70, l’introduzione della pillola anticoncezionale, la legalizzazione dell’aborto, hanno finito con lo scardinare definitivamente le giustificazioni sociali, riformulando i rapporti di forza e di equilibrio all’interno della famiglia, influendo in tal modo direttamente anche sulle scelte della donna.
È così che si è arrivati, oggi, ad elaborare una nuova identità femminile in cui la maternità è una parte dell’insieme, non più la totalità.





























