In «Bellezza artificiale» Paolo Euron ci porta nel labirinto dell’altra libido: quella non progettata dalla natura
Belle come dee, seducenti e giovani per sempre. Mai una ruga, mai un capello fuori posto, mai un segno di stanchezza. Mai una reazione scomposta, un cedimento alla fatica, agli sgambetti del destino, alla nostalgia, alle paure, alle solitudini, ai sentimenti, ai desideri, alle passioni. Ai vuoti e ai pieni che la vita riserva. Perfette (o quasi). Peccato siano finte!
Donne sintetiche e desideri umani
Sono le protagoniste di questa storia: sono donne sintetiche, statue animate dell’antichità, ginoidi dalle forme conturbanti e rotonde che ricordano la Venere di Willendorff dai seni prosperosi. Ma sono anche i robot sessuali o di compagnia. Sono replicanti e sono umanoidi ubbidienti e servizievoli (fino a un certo punto), come la Caterina del film di Sordi. Oggi, sono anche affascinanti alter ego digitali: avatar così realistiche da ingannare l’occhio e catturare l’anima, se non ci si sta attenti.
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Dall’Occidente all’Oriente, le donne artificiali finiscono dritte dritte in una narrazione laterale di cui si sono nutriti il mito, l’arte, la letteratura, il cinema, la cultura pop. Bellezze diventate icone, in alcuni casi. Frutto di artefatti e diavolerie varie hanno a che fare con i desideri e i turbamenti erotici degli umani ma non solo.
A loro è dedicato un libro fresco di stampa, pubblicato da Gremese. Si intitola “Bellezza artificiale” ed è firmato da Paolo Euron (nella foto). Scrittore, saggista e docente, Euron si occupa di estetica interculturale e letteratura. Professore di filosofia all’università di Torino, oggi vive a Bangkok dove insegna alla European International University – Paris (Asia Office).

Sul tema delle donne artificiali, ha pubblicato diversi studi accademici e interventi su riviste internazionali, oltre a opere narrative tra cui “La trappola di Venere” (Delos Digital, 2021) e “Androidi ai tropici” (Urania Collezione, Mondadori, 2026).
Il libro di Paolo Euron
“Bellezza artificiale” segna il suo ultimo ritorno in libreria. Un lavoro che si muove lungo alcuni punti di domanda: Perché il fascino dell’artificio? Cosa accade quando la bellezza smette di essere naturale e diventa progettata? Dove finisce l’empatia e comincia l’inganno? E perché continuiamo a immaginare donne artificiali, sintetiche, create dall’uomo? Il filo rosso del ragionamento è chiaro: attraverso ciò che non è umano, forse, possiamo capire meglio ciò che ci rende umani. Punti deboli compresi. L’autore si muove sulle tracce di presenze femminili sintetiche che seducono, inquietano e interrogano la nostra idea di umanità. Il volume affronta questioni oggi più vive che mai: il confine tra autenticità e artificio, il rapporto tra corpo e tecnologia, il fascino dell’iperrealismo ma anche il suo opposto indicato come “uncanny valley” (valle perturbante).
Si tratta di una reazione di disgusto davanti all’artefatto “quasi umano” . Per spiegarla Euron ricorda il concetto elaborato dall’ingegnere robotico giapponese Masahiro Mori nel suo celebre saggio del 1979 “Bukimi no Tani” (La Valle Perturbante, o Uncanny Valley). In “Bellezza artificiale”, Euron procede attraverso l’analisi di opere occidentali e orientali e mostra come la figura della donna artificiale non sia soltanto una fantasia futuristica, ma uno specchio delle paure, dei desideri e delle contraddizioni della nostra contemporaneità (e non solo).
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Robot sessuali e mancanze umane
A proposito dei robot sessuali ad esempio, scrive: «Uno dei nodi più discussi, oggi, riguarda proprio l’uso delle donne artificiali come robot sessuali: tema sollevato dalla presenza corporea del robot e costantemente rielaborato dalla cultura popolare. È una questione complessa e merita una riflessione articolata, che questo saggio intende affrontare almeno in parte. Ridurre questi dispositivi a semplici strumenti di soddisfacimento sessuale è una semplificazione che non spiega l’immenso fascino delle donne artificiali in ambito mitologico, letterario e cinematografico, né, soprattutto, chiarisce che cosa ci attragga davvero in esse. Proprio perché sono esseri artificiali, i robot sessuali ci obbligano a ragionare su bellezza, piacere e desiderio in termini che non possono essere confinati alla sola fisiologia. In altre parole, le donne artificiali possono rivelare qualcosa degli esseri naturali: di noi, delle nostre speranze, delle nostre mancanze».
Nel mito, fino a Pandora
Tra ginoidi, androidi dalle sembianze femminili, robot, love doll (bambole sessuale o bambola gonfiabili), replicanti, trucchi e inganni il viaggio proposto da Euron ci fa fare un balzo indietro nei secoli. Nel mito, fino a Pandora: la prima donna artificiale della tradizione occidentale. «La sua storia si lega al mito del titano Prometeo che ruba il fuoco agli dèi per restituirlo agli uomini. Per vendicarsi, Zeus ordina a Efesto di fabbricare una donna con della creta, mentre gli altri dèi le donano le varie abilità e, soprattutto, una bellezza straordinaria».
A farle buona compagnia è un’altra famosa figura femminile della mitologia greca. Il suo nome è Galatea. «Per certi versi complementare a Pandora e come lei divenuta proverbiale Galatea ha suggestionato il teatro, il cinema e l’immaginario collettivo. Secondo il racconto di Ovidio, lo scultore Pigmalione è stanco della dissolutezza delle donne del suo tempo. Un giorno, prendendo a modello la dea dell’amore erotico Afrodite, scolpisce nell’avorio una statua di bellezza ineguagliabile, e così simile al vero che l’artista prende a comportarsi con lei come con una donna reale, vezzeggiandola e facendole doni». Con Galatea, lo scultore innamorato di una donna di marmo entrerà per sempre nell’immaginario collettivo (e nel lessico). Di lui e della sua amata, nelle Metamorfosi, Ovidio annota: «Tutto le sta bene, ma nuda non appare meno bella (…) la chiama sua compagna…».
Da Olympia a Metropolis
Non solo creta e marmo. Si chiama, Olympia la ragazza meccanica de “L’uomo della sabbia” di Hoffmann, «di cui s’innamora Nathaniel, guardandola da lontano, con un binocolo, mentre lei siede nello studio del padre, il dottor Spalanzani. Tuttavia, come scopre il protagonista, la bellezza di Olympia è un inganno e i suoi occhi sono vuoti, il suo corpo è artificiale…». Freud – ricorda l’autore – riferisce al racconto su Olympia il concetto di perturbante.
Olympia sarà una musa per cinema, musica e balletto. Così come diversi sono gli esempi degli esseri artificiali femminili sul grande e piccolo schermo passati in rassegna dall’autore. Si va dalla falsa Maria di “Metropolis” del regista tedesco Fritz Lang – uno dei primi robot femminili e forse ancora oggi il più famoso – a “La bambola di carne” (Die Puppe) del collega Ernst Lubitsch, continuando con l’inquietante moglie di Frankenstein del film di James Whale. Anche la serie originale di “Star Trek” offre il suo contributo all’immaginario anni Sessanta della donna artificiale. Rachel, Pris e Zhora sono replicanti in “Blade Runner” di Ridley Scott. L’elenco è lungo. Non manca “La fabbrica delle mogli” (1975), di Bryan Forbes – prima trasposizione cinematografica del romanzo di Ira Levin – dove la donna artificiale è metafora amara di una condizione femminile ridotta a oggetto. C’è poi Rosalba, la bambola meccanica sedotta e infine rimpianta dal protagonista di “Il Casanova” di Fellini. Un oggetto inanimato diventa il simulacro dell’amore perfetto.
Dal Sol Levante al futuro
Chiuso l’approfondito capitolo dedicato a cinema e tv, si passa alle ginoidi dai dolci occhi a mandorla con un focus su bellezza e artificio nella cultura pop del Sol Levante; passando per la Tanya di Bukowski, le bambole di von Kleist e Rilke fino alle nuove frontiere dei prototipi orientali. Tirando le somme, secondo Euron «la bellezza degli esseri artificiali femminili non è solo un fatto di superficie, ma coinvolge necessariamente elementi biologici, cognitivi, sociali, culturali ed etici. Nella nostra esperienza delle donne artificiali questi elementi possono essere esagerati, trascurati, accantonati, perfino rimossi; non sono però mai del tutto perduti. Colorano il nostro presente e alludono al nostro futuro. La loro presenza nelle narrazioni e nella tecnologia pone interrogativi più che fornire risposte, ma proprio per questo può offrire o almeno suggerire nuove prospettive esistenziali».
Il cuore di latta
Restano le suggestioni di cui questa narrazione è ricca. Alla fine vien da chiedersi: ma siamo così sicuri che nel petto di queste bellezze artificiali non batta un cuore di latta come nella favola “Il soldatino di piombo” di Andersen? La risposta non c’è, ma il titolo di uno dei capitoli di “Bellezza artificiale” sembra svelare il rebus: «Ti amo così tanto che per te potrei anche vivere». E qui il gioco (serio) tra la realtà e l’inganno, l’umano e il non umano ricomincia.





























