Teheran mantiene chiuso lo Stretto e chiede agli Stati Uniti risarcimenti, fine del blocco navale e revoca delle sanzioni. Trump risponde chiedendo compensazioni all’Iran e annuncia che la questione entrerà nei futuri negoziati
Lo scontro tra Stati Uniti e Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz si sposta sui risarcimenti di guerra. Teheran li mette tra le condizioni per riaprire una delle rotte energetiche più importanti del mondo. Donald Trump risponde rilanciando. Se l’Iran vuole essere risarcito per i danni subiti durante cinque mesi di guerra, allora saranno gli Stati Uniti a presentare il proprio conto.
«Vedo che i rappresentanti della Repubblica islamica dell’Iran chiedono un risarcimento per i danni subiti durante gli ultimi cinque mesi di conflitto militare», scriveTrump, sostenendo che la richiesta non era mai stata avanzata nei precedenti negoziati. Poi attacca: «È un’idea interessante, perché ora anch’io chiedo un risarcimento all’Iran».
Il presidente Usqa dice di voler chiedere compensazioni per le vittime americane che attribuisce alle azioni iraniane e alle milizie sostenute da Teheran, citando anche il generale Qassem Soleimani.
Trump chiede risarcimenti per le famiglie delle vittime delle proteste represse in Iran. E annuncia di avere dato istruzioni ai propri rappresentanti perché la questione sia inserita «in tutti i futuri negoziati».
I post del presidente
In un secondo post, Trump aggiunge: «Per quanto riguarda i negoziati con l’Iran, l’Iran dovrebbe essere ritenuto responsabile dei danni e delle morti causati alle popolazioni del Libano, della Siria, dello Yemen e di Gaza! Presidente DONALD J. TRUMP»

La risposta arriva mentre Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà chiuso fino a quando Washington non accetterà una serie di condizioni, tra cui proprio il pagamento dei danni provocati dalla guerra. La revoca delle sanzioni, alla fine del blocco navale e allo sblocco dei beni iraniani congelati.
L’accordo ormai vicino con l’Oman per consentire il passaggio sicuro delle navi, ha chiarito il governo iraniano, è un dossier separato e non comporterà la piena riapertura dello Stretto. A chiarirlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei, secondo il quale i negoziati con Mascate stanno procedendo «senza intoppi». «La questione è distinta dalla discussione sulla riapertura dello Stretto di Hormuz», ha spiegato Baghaei. La riapertura resta subordinata alla rimozione delle condizioni imposte all’Iran da Washington.
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Hormuz resta la carta più forte di Teheran
La posizione iraniana conferma che Teheran considera ormai il controllo dello Stretto la principale leva negoziale nei confronti di Donald Trump. Prima della guerra da Hormuz transitava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto commerciati nel mondo e il blocco della navigazione ha contribuito all’aumento dei prezzi dell’energia, trasformandosi anche in un problema politico interno per il presidente americano alla vigilia delle elezioni di midterm di novembre.
L’Iran aveva di fatto chiuso la rotta dopo l’inizio, il 28 febbraio, della campagna militare statunitense e israeliana contro il Paese. Da allora lo Stretto è diventato uno dei principali terreni dello scontro tra Washington e Teheran, mentre alle fasi di negoziato si sono alternate nuove escalation militari.
L’accordo con l’Oman non significa riapertura
I colloqui con l’Oman sembrano invece essere arrivati molto più avanti. Secondo Baghaei, le parti hanno già raggiunto un’intesa sulla mappa delle rotte che potrebbero essere utilizzate dalle navi e restano da definire alcuni aspetti tecnici. I negoziati riguardano anche la sicurezza della navigazione, la protezione ambientale e i servizi marittimi.
Ma Teheran insiste sul punto decisivo: un’intesa con Mascate non equivale al via libera alla riapertura dello Stretto. Lo aveva già anticipato sabato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, spiegando che Iran e Oman sono «molto vicini» a un accordo, ma che il ritorno alla piena navigazione dipende da altre condizioni.
Stati Uniti e Iran, inoltre, non stanno negoziando direttamente. Il segretario di Stato Marco Rubio ha però confermato nei giorni scorsi che Washington partecipa indirettamente al processo attraverso la mediazione omanita.
Le condizioni degli Stati Uniti
Le richieste iraniane vanno ben oltre la questione della navigazione. Teheran pretende innanzitutto la fine del blocco navale americano dei porti iraniani. Ma sul tavolo ci sono anche la revoca delle sanzioni, lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero, il ritiro delle forze americane schierate intorno al Paese, il pagamento di riparazioni per i danni provocati dalla guerra e la cessazione degli attacchi contro gli alleati regionali dell’Iran.
Molte di queste condizioni erano già contenute nel Memorandum di Islamabad, l’accordo per il cessate il fuoco raggiunto a giugno tra Stati Uniti e Iran. Quell’intesa è però rapidamente naufragata e Trump l’ha successivamente dichiarata «finita».
La scommessa iraniana sulla debolezza di Trump
Domenica Trump ha sostenuto che saranno la crisi economica e l’inflazione iraniana a costringere prima o poi Teheran ad accettare un nuovo accordo. Il presidente americano non ha però minacciato una nuova offensiva militare, spiegando che Washington sta mantenendo un atteggiamento più prudente.
A Teheran il calcolo sembra esattamente opposto. La leadership iraniana ritiene di poter sopportare le conseguenze economiche dello scontro più a lungo di quanto Trump possa sostenere negli Stati Uniti il costo politico dell’aumento dei prezzi dell’energia, soprattutto con le elezioni di midterm ormai a pochi mesi di distanza.
Ed è proprio per questo che Hormuz resta chiuso. Baghaei ha rimesso la responsabilità direttamente nelle mani di Washington: spetta agli Stati Uniti fermare e compensare quelle che Teheran definisce le loro azioni «illegali e distruttive» prima che si possa discutere dei passi successivi.
Lo Stretto, insomma, non è soltanto uno dei fronti della guerra. È diventato il principale strumento con cui l’Iran cerca di costringere Trump a tornare al tavolo alle condizioni di Teheran.






























