10 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

9 Ago, 2026

Iran: ultimatum agli Usa su Hormuz, l’ottimismo debole di Vance

Lo Stretto di Hormuz

L’Iran lancia l’ultimatum su Hormuz agli Stati Uniti e chiede la revoca del blocco navale, il ritiro delle forze americane e la fine della guerra



«Siamo a metà partita». È un insolitamente ottimista JD Vance nel programma di Kayleigh McEnany a sparigliare le carte della domenica mediorientale. «Abbiamo distrutto il programma nucleare iraniano. Abbiamo distrutto il loro esercito convenzionale. Abbiamo ridotto radicalmente quelle che si potrebbero definire le loro capacità militari». Parole che suonano carta carbone della narrativa del presidente Trump negli ultimi mesi ma, anche questa volta, non trovano riscontro nella realtà. Anche ieri infatti lo Stretto risulta chiuso al 98% rispetto ai dati di traffico pre-guerra, sotto la minaccia dei missili e dei droni iraniani.
Sabato sera alla Fox il vicepresidente ha aggiunto che gli iraniani «stanno soffrendo parecchio» e spingono per chiudere. Poi conclude: «Stiamo cercando di capire se sono disposti a fare i cambiamenti di lungo periodo necessari ad avere un rapporto migliore con gli Stati Uniti. E se non lo sono, va bene lo stesso».

Le richieste di di Teheran

I persiani rispondono tramite Mohammad Bagher Zolghadr, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, chiudendo la saracinesca a qualsiasi spiraglio diplomatico: «Finché l’America non correggerà il proprio comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto».
Le richieste di Teheran per una risoluzione sono sempre quelle: fine di attacchi e minacce contro l’Iran e i suoi alleati in Libano, territori palestinesi, Yemen e Iraq; revoca del blocco navale sui porti iraniani; ritiro di forze navali e aeree Usa dall’area; risarcimento integrale dei danni di guerra; fine delle sanzioni; sblocco incondizionato degli asset congelati. Rincara la dose il ministro degli Esteri Abbas Araghchi: nessun negoziato diretto in corso, solo messaggi consegnati per interposta persona. Nessuna ripresa possibile, spiega alla Mehr, finché Washington non avrà sanato le violazioni del memorandum d’intesa di giugno.

Gli Houthi

Sul campo gli Houthi, la milizia sciita fedele a Teheran, lanciano missili e droni dallo Yemen mettendo in serie difficoltà l’Arabia Saudita. All’alba di ieri infatti un incendio è divampato in un impianto della raffineria Aramco di Jizan, porto sul Mar Rosso a poche decine di chilometri dal confine yemenita. Nessun ferito, rogo domato in mattinata. La rivendicazione arriva poco dopo, via Al Masirah e via il portavoce militare Yahya Saree: «Le forze armate yemenite sono riuscite a colpire la raffineria di Aramco a Jizan con un drone, e il colpo è stato preciso». Rappresaglia, sostiene, per le incursioni dei droni sauditi su Saada e Hajjah.
Non un bersaglio qualunque quello colpito dalle milizie sciite. Nell’impianto infatti vengono raffinati quattrocentomila barili al giorno: una struttura fondamentale, che permette a Riad di esportare i prodotti aggirando Hormuz.

Il no di Bibi

Intanto Israele, il grande assente della battaglia del Golfo da quando sono ripresi i combattimenti, alza la voce tramite il proprio primo ministro, Bibi Netanyahu. Al centro c’è il piano di pace per Gaza: un risultato da sempre sbandierato come successo dall’amministrazione Trump che vive una sonora battuta d’arresto. «Voglio essere preciso: Israele respinge il documento in quindici punti. L’Idf non effettuerà alcun ritiro finché Hamas non sarà davvero disarmata», ha scandito ieri in Consiglio dei ministri. Disarmo «reale, non fittizio»: armi pesanti e armi leggere. Poi diventa ancora più duro: «Finché sarò primo ministro non nascerà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Giudea e Samaria. Né “Fatahstan” né “Hamastan“».

Hamas: sì alla road map

Hamas, dal canto suo, conferma. In una nota su Telegram il movimento «riafferma il proprio impegno alla road map in quindici punti del presidente Trump» e chiede a mediatori e garanti di far rispettare l’intesa. Un paradosso comunicativo all’apparenza. Il piano americano lo accetta chi dovrebbe disarmarsi, lo respinge chi dovrebbe ritirarsi. Per Mitchell Barak, ex collaboratore del premier, è solo una «posizione momentanea»: Israele accetterà, è questione di «sequenza e tempistica».
Parole forti quelle pronunciate da parte del primo ministro di Tel Aviv che si intrecciano tuttavia con la campagna elettorale che entra nel vivo e che porterà alle urne gli israeliani in ottobre. Tra un Bennett, candidato anti-Bibi rampante, che si pone in chiave anti-turca, e Netanyahu che rilancia la linea inflessibile su Gaza, coadiuvato dalle azioni violente dei coloni in Cisgiordania.

Il video di Khamenei

Da leader a leader. Dopo le news diffuse nei giorni scorsi dall’opposizione iraniana su un Mojtaba Khamenei in fin di vita, i pasdaran non perdono tempo e fanno uscire un comunicato dove si annuncia presto un video della Guida suprema. Le immagini, promette il vice comandante del Basij Qasem Qoraishi, mostreranno Khamenei «tra la gente e per le strade, oltre che negli incontri con i comandanti delle forze armate». Peccato che sabato la Mehr ne avesse già diffuso uno: senza data, senza luogo, la Guida seduta a una lezione di studi religiosi. Il figlio di Ali non compare in pubblico dalla nomina dell’8 marzo, dopo l’uccisione del padre nei raid del 28 febbraio. Da una parte Vance che annuncia vittoria, dall’altra i pasdaran che promettono un leader tra la gente. Le elezioni si avvicinano per Israele, ma la campagna elettorale di Hormuz sembra ormai globale.

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