Parigi è pronta a consegnare all’Italia documenti relativi al periodo 1981-1994, tra cui nove file informatici e due atti del ministero della Difesa. La Procura di Roma ritira la richiesta di archiviazione. Lo Voi: «Si apre un nuovo filone con nuove prospettive»
Dopo 46 anni e tre mesi, una luce si profila nella ricerca sulla verità per la strage di Ustica. La Procura di Roma ha ritirato la richiesta di archiviazione dei due fascicoli contro ignoti, aperti nel 2008 e nel 2022 e poi riuniti, dopo che la Francia ha comunicato la propria disponibilità a collaborare. E a trasmettere all’Italia la documentazione in suo possesso.
«Si apre un nuovo filone con nuove prospettive», ha spiegato in aula il procuratore capo Francesco Lo Voi davanti al gip Livio Sabatini, che si è riservato di decidere formalmente sull’istanza.
Le nuove carte dalla Francia
La svolta arriva da una nota dell’ambasciata francese alla Farnesina. Parigi si è detta pronta a consegnare documenti relativi al periodo 1981-1994, tra cui nove file informatici e due atti del ministero della Difesa, e ad accogliere eventuali nuove richieste italiane.
Una disponibilità che arriva dopo decenni di rogatorie, risposte incomplete e silenzi su molti degli aspetti più delicati della notte del 27 giugno 1980, quando il Dc-9 Itavia, partito da Bologna, precipitò nel Tirreno causando la morte di 81 persone.
Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime, ha accolto con soddisfazione la prosecuzione delle indagini ma ha frenato gli entusiasmi: «Dopo 46 anni di attesa e di lavoro, adesso servono i fatti». La disponibilità francese, ha aggiunto, dovrà tradursi nella consegna delle carte e sarà la magistratura a valutarne il peso.
Cauto anche l’avvocato Daniele Osnato, che rappresenta 140 famiglie e ha definito «molto strana, molto anomala» la tempistica della mossa francese. Il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha parlato di una notizia importante «per l’Italia e soprattutto per i familiari delle 81 vittime», ringraziando anche il Governo e la presidente Giorgia Meloni per l’iniziativa diplomatica. Dal Pd Andrea De Maria auspica che l’indagine prosegua e che Parigi consegni tutto il materiale utile.
Il punto, ora, è capire se questa apertura tardiva produrrà elementi realmente nuovi o soltanto documenti già noti. Perché proprio la Francia, a Ustica, non è mai stata un attore marginale. Ed è qui che la vicenda torna al suo nodo.
Le reticenze francesi mai chiarite
Il capitolo francese di Ustica, infatti, è segnato da reticenze mai chiarite. Francia e Libia in quell’epoca erano contrapposte, soprattutto sul Ciad, e Parigi aveva un interesse diretto nel contenimento di Gheddafi. Alle undici rogatorie inviate dal giudice Priore, Parigi rispose solo in parte; sulla base corsa di Solenzara fu fornita la versione del radar non operativo, poi smentita da un ex addetto militare francese, che ha raccontato di avere ricevuto l’ordine di comunicarla agli italiani.
Restò senza risposta anche l’identità della traccia militare LL004, rilevata dal sistema radar italiano di Poggio Ballone nell’area corrispondente alla Corsica/Solenzara. Nessun chiarimento neanche sui piani di volo francesi verso la Libia di Gheddafi.
Incongruenze documentali invece per la posizione delle portaerei Clemenceau e Foch, secondo i francesi in porto a Tolone, ma quest’ultima invece neanche nelle carte ufficiali di Parigi risulta in quel sito. Ma a gettare le ombre più pesanti sulle responsabilità della Francia è l’operazione di recupero del DC-9.
Il recupero del DC-9 e i dubbi sull’Ifremer
Nel 1987 l’allora ministro del tesoro Giuliano Amato, che ritornerà tra poche righe, stanziò i fondi per il recupero del relitto del DC-9, che si trovava a 3700 metri di profondità nel mar Tirreno. Un’operazione fondamentale, la base per capire la caduta dell’aereo.
Per la complessità dell’operazione, e nonostante da più parti venissero avanzate riserve sull’affidamento proprio a una ditta francese, l’operazione fu affidata alla Ifremer, Istituto di ricerca francese per lo sfruttamento del mare.
Successivamente il giudice Priore, mentre indagava sul SuperSismi, una frangia deviata dei nostri servizi segreti militari, venne in possesso di documenti dei Servizi secondo cui la ditta Ifremer era legata, attraverso il comandante Jacques Cousteau, ai servizi segreti francesi.
Dopo due campagne, nel 1987 e nel 1988, lasciò sul fondo una parte consistente del relitto. Le prime operazioni furono inoltre sospese per esigenze organizzative dell’ente, allora impegnato anche sul Titanic.
Quando nel 1991 intervenne la britannica Wimpol, vennero individuati molti altri pezzi proprio in aree già esplorate dai francesi. Circostanza che suscitò pesanti interrogativi in Commissione parlamentare.
A ciò si aggiunsero immersioni dei francesi non richieste dagli italiani, ammesse dall’Ifremer e giustificate come prove tecniche. Dubbi sui filmati consegnati e sul fatto che quella documentata fosse davvero la prima ispezione del relitto.
Da Cossiga ad Amato, l’ipotesi francese
Non è stato provato che l’ente abbia sottratto o manipolato reperti, ma la sua condotta costituisce uno dei punti più controversi dell’intera vicenda.
Colpisce, rispetto a questa circostanza, che proprio Giuliano Amato, nel settembre 2023, abbia rilanciato pubblicamente una ricostruzione secondo cui il DC-9 sarebbe stato coinvolto in un’operazione diretta contro Gheddafi. E la responsabilità materiale sarebbe stata francese.
Prima di lui, nel 2007, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga aveva riferito che i servizi italiani avevano indicato i francesi come responsabili dell’abbattimento. Con un missile a risonanza.
Tra le molte piste seguite in questi 46 anni, che un caccia francese abbatté il DC-9 resta un’ipotesi investigativa importante, ma non giudiziariamente accertata.
































