Il premier israeliano boccia pubblicamente il piano in 15 punti e pone il disarmo totale di Hamas come condizione per il ritiro dell’Idf. A meno di dodici settimane dalle elezioni, irritare Trump potrebbe essere il rischio minore
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha scelto. Israele non accetta il documento in 15 punti proposto dall’amministrazione Trump per portare avanti l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza. E stavolta l’ha detto pubblicamente, per due volte, durante la riunione domenicale del governo israeliano.
«Voglio essere preciso: Israele non accetta il documento in 15 punti», ha dichiarato. Poi lo ha ripetuto: «Ho sentito persone dire: “Non l’hai detto”. Quindi lo dico di nuovo: Israele non accetta il documento in 15 punti».
Una presa di posizione insolitamente netta per il premier israeliano e potenzialmente rischiosa.
Lo scontro sul piano per Gaza
Il presidente americano è tornato a investire politicamente sul dossier Gaza dieci giorni fa, annunciando che il suo Board of Peace aveva raggiunto un «accordo storico» con Hamas per il completo disarmo del gruppo.
L’inviato principale del Board, Nickolay Mladenov, aveva invece spiegato che la consegna delle armi avrebbe dovuto procedere parallelamente al ritiro delle forze israeliane: un processo graduale. L’Idf avrebbe lasciato progressivamente le proprie posizioni nella Striscia, Hamas avrebbe consegnato il proprio arsenale. Netanyahu ha respinto questa impostazione.
«L’Idf non effettuerà alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato. E quando dico disarmo di Hamas intendo armi pesanti, armi leggere, tutte le armi. Stiamo parlando di un disarmo autentico, non fittizio», ha dichiarato.
Trump, almeno fino a domenica pomeriggio, non ha replicato. Mladenov, intervistato da Channel 12, ha invece lasciato aperta la possibilità di un processo graduale, precisando tuttavia che Hamas dovrebbe compiere il primo passo.
«Nessuno è tenuto a fare nulla, men che meno Israele, prima che siano stati verificati passi concreti sul terreno. Se ci sarà una consegna verificata delle armi, se queste saranno sottratte alle fazioni, immagazzinate e infine rese inutilizzabili, allora Israele si ritirerà da Gaza», ha spiegato.
Hamas: «Restiamo impegnati nel piano»
Sul terreno resta una profonda diffidenza tra le parti. Israele e Hamas hanno entrambi interesse ad attribuire all’avversario la responsabilità di un eventuale fallimento dell’intesa.
La risposta di Hamas alle parole di Netanyahu è stata relativamente misurata. Il gruppo ha ribadito di essere impegnato nella roadmap e ha chiesto al Board of Peace di esercitare pressioni sul premier israeliano affinché la rispetti.
Restano tuttavia forti dubbi sulla reale disponibilità di Hamas a consegnare le proprie armi. L’arsenale rappresenta infatti non soltanto uno strumento militare, ma anche una delle principali garanzie della sopravvivenza politica del movimento e del suo ruolo nella resistenza palestinese. Dopo quasi vent’anni al potere nella Striscia.
Le elezioni israeliane dietro lo strappo
Secondo l’analisi della CNN, la presa di posizione di Netanyahu dipende dalle elezioni. Mancano meno di dodici settimane al voto e i sondaggi lo indicano è ancora in difficoltà.
Per restare primo ministro avrà bisogno ancora una volta di costruire una coalizione e, soprattutto, dell’appoggio degli alleati dell’estrema destra. Netanyahu è stato colpito dalle critiche pubbliche arrivate proprio da quell’area politica contro la roadmap americana. E dalle richieste di cancellare una precedente decisione del governo israeliano che aveva approvato il dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione a Gaza.
La forza avrebbe dovuto garantire la sicurezza in una piccola area pilota della Striscia. Secondo Army Radio, Netanyahu avrebbe inoltre autorizzato discretamente l’avvio della ricostruzione in quella zona, una decisione interpretata dai suoi alleati più radicali come un ulteriore segnale di debolezza. Il premier deve quindi rassicurare la destra prima del voto e assicurarsi che, dopo le elezioni, quei partiti siano ancora disponibili a sostenerlo.
Non è soltanto una concessione all’estrema destra
Ridurre la posizione di Netanyahu alla necessità di compiacere i suoi alleati più radicali sarebbe tuttavia fuorviante.
Secondo CNN, la grande maggioranza degli elettori israeliani continua ad avere un giudizio favorevole su Trump, ma considera profondamente sbagliata qualsiasi iniziativa americana che possa limitare la libertà d’azione di Israele a Gaza.
È significativo che neppure i principali potenziali rivali di Netanyahu sembrino intenzionati a fare propria la posizione sostenuta da Mladenov. L’inviato americano ha avvertito che soltanto l’attuazione completa del piano del Board of Peace potrebbe garantire che non si ripeta un attacco di massa come quello del 7 ottobre 2023 contro le comunità israeliane vicine alla Striscia.
«Se finiamo per discutere continuamente di questo o di quello, ricorrendo a tattiche dilatorie, posso assicurarvi che l’unica alternativa sarà un nuovo processo di riarmo di Hamas e un aumento del rischio di un altro 7 ottobre», ha detto Mladenov.
È però difficile immaginare, osserva CNN, che candidati alla guida del governo come Gadi Eisenkot o Naftali Bennett possano conquistare molti voti facendo propria questa linea.
La collaborazione dietro le quinte
Nonostante lo scontro pubblico, un funzionario del Board of Peace americano ha sottolineato la moderazione mostrata negli ultimi giorni dalle forze israeliane a Gaza e un cambiamento nelle politiche di individuazione degli obiettivi.
«Stiamo vedendo cooperazione dietro le quinte», ha assicurato. Resta quindi aperta una distanza tra ciò che accade pubblicamente e i negoziati che continuano lontano dai riflettori.
Per Netanyahu, però, il calcolo politico appare sempre più evidente: a poche settimane dalle elezioni, il rischio di irritare Trump potrebbe essere considerato meno pericoloso che perdere gli alleati della destra e una parte dell’elettorato israeliano.
E mentre Washington, Hamas e il governo israeliano discutono del futuro della Striscia, i circa due milioni di palestinesi che vivono a Gaza restano esclusi da una trattativa destinata a decidere il loro futuro.
































