1 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Ago, 2026

Disarmo di Hamas: cosa sta cambiando in Medio Oriente

Che la situazione in Medio Oriente non fosse immobile si era capito dal prosieguo dei colloqui fra governo israeliano e governo libanese, sfociati in un primo ritiro dell’Idf da due zone pilota nel Sud del Libano per lasciare il posto all’esercito libanese che ha l’incarico di contrastare Hezbollah, e dalla ripresa degli scontri in Yemen inaugurata dai bombardamenti sauditi, che mostrano la consueta ambiguità mantenuta in questi anni di conflitto mediorientale.

Da un lato l’Arabia si è sempre proposta come Paese mediatore, dall’altro non ha mai mancato di approfittare delle difficoltà iraniane. Anzitutto, nessuno ha ancora risposto ai dubbi sul bombardamento di Doha così destabilizzante per l’area: per colpire il Qatar, Israele deve sorvolare (con missili o con aerei) lo spazio aereo di Riyad. Secondo, mentre l’Iran subisce il controblocco mortifero di Hormuz, i sauditi si arricchiscono aumentando la capacità dell’oleodotto di Yanbu che ha portato un minimo di sollievo alla tutt’altro che risolta crisi energetica globale. Last but not least, la pugnalata dietro la schiena della riapertura del fronte yemenita, da cui è sorto un ciclo azione-reazione sfociato nei raid sauditi sul territorio iraniano a fianco dei caccia statunitensi. Davvero un plastico esempio del famoso detto: dai nemici mi guardi Iddio che dagli amici mi guardo io.

Il possibile disarmo di Hamas: cosa c’è dietro l’annuncio di Trump


La notizia del disarmo di Hamas è stata annunciata da Donald Trump con un tweet enfatico, che mette il carro davanti ai buoi. Come sempre, del resto, perché è parte del suo metodo di trattativa esposto apertis verbis nel libro “The art of the deal” scritto con Tony Shwarz (il ventennio berlusconiano dovrebbe aver insegnato a noi italiani quanto sia pericoloso fare caricature di personaggi solo apparentemente folli). Visti i precedenti annunci, dall’Ucraina alla Groenlandia passando per i dazi, non ci sarebbe tanto da stare allegri, se non fosse che la notizia è stata riportata dai principali giornali israeliani e, soprattuto, da un’intervista, disponibile su YouTube, concessa da Samir al-Masharawi, vice di Tayyar al-Islah al-Dimuqrati, la corrente riformista di Fatah guidata politicamente da Mohammed Dahlan, il politico palestinese in rotta da tempo con Abu Mazen, di stanza negli Emirati Arabi Uniti, dove coltiva un rapporto molto stretto con l’emiro Mohammed bin Zayed.

Il ruolo di Mohammed Dahlan nelle trattative su Gaza

Se si ascolta l’intera intervista, i toni sono molto diversi da quelli trumpiani, così come risulta molto ottimista il titolo con cui viene lanciato il video. Oltre a ribadire la vicinanza alla sofferenza dei palestinesi di Gaza, senza mancare di rimarcare l’assenza di solidarietà dell’Autorità nazionale palestinese, Masharawi ribadisce che la questione del disarmo di Hamas rientra nel più ampio quadro dell’accordo in 20 punti con cui fu siglato il cessate il fuoco dell’ottobre scorso. Come dire, Hamas disarma se Israele esce. Condizione irricevibile per lo Stato ebraico (chiunque ne sarà il primo ministro), che la vede esattamente all’opposto: usciamo quando Hamas disarma.

Il comitato palestinese e il futuro delle armi di Hamas

È vero, però, che nell’intervista esistono dei piccoli – vedremo quanto significativi – elementi di novità. Musharawi descrive un barlume di meccanismo in cui Hamas, cui si chiedono «passi coraggiosi», dovrebbe consegnare le armi ad un comitato palestinese in cui un ruolo da protagonista occuperebbe Mohammed Dahlan, mentre assai dubbia resterebbe la presenza dell’Anp per le «colpe» di cui sopra. Si respingono, così, «invasioni» di altri Paesi arabi e della Turchia di Erdogan. Ora starebbe a Kushner, Witkoff e Mladenov, il rappresentante bulgaro del Board of peace, convincere Israele ad accettare l’ipotesi che si profila all’orizzonte: Hamas non deterrà più il controllo solitario della Striscia, ma resterà con dei rappresentanti nel nuovo comitato e da lì continuerà a gestire armi e strategie, seppur, appunto, in sinergia con altre componenti. Posizioni distanti anni luce da quelle israeliane che, non solo chiede la consegna della armi da parte del gruppo terroristico palestinese, ma proprio la loro uscita dalla Striscia.

Perché Israele difficilmente accetterà questo accordo


Vedremo lo svolgersi di una situazione che dovrà in qualche modo sbloccarsi per non essere consegnata all’ennesimo status quo mediorientale, che, proprio il 7 ottobre dovrebbe aver insegnato non essere più una condizione sostenibile. Nel frattempo, sembra di trovarsi davanti al solito conflitto fra fazioni palestinesi, con il tentativo di Tayyar al-Islah al-Dimuqrati di scavalcare l’Anp.


Sullo sfondo, le elezioni del 28 novembre prossimo in Cisgiordania. Tutte queste trattative, compresa quella citata all’inizio fra il governo libanese e quello israeliano, testimoniano però una vera crisi del fronte iraniano, strozzato dal blocco e dai bombardamenti trumpiani, che aggravano una crisi economica senza precedenti in un Paese già soffocato da decenni di sanzioni. Di fronte a questa pressione Teheran risponde con la consueta idea di non mostrarsi debole. Di qui le escalation di questi giorni a Hormuz, in Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Bab-El-Mandeb, persino Egitto. Una rigidità che rischia di esserle fatale. Mentre lei spara a tutti, tutti lavorano alle sue spalle.

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