Lungi dall’essere un semplice errore cognitivo o un fenomeno da sradicare con l’educazione, la superstizione è un fatto sociale nel pieno senso durkheimiano
Quando un calciatore fa il suo ingresso in campo sempre posando per primo lo stesso piede sull’erba, quando si evita di passare sotto una scala, quando si sceglie un numero ritenuto fortunato o si consulta un oroscopo prima di una decisione importante, non si sta semplicemente cedendo a un residuo di irrazionalità. Si sta partecipando, spesso inconsapevolmente, a una pratica socialmente strutturata, storicamente trasmissibile e culturalmente significativa.
La superstizione, lungi dall’essere un semplice errore cognitivo o un fenomeno da sradicare con l’educazione, è un fatto sociale nel pieno senso durkheimiano: esiste al di là dei singoli individui, si impone come vincolo simbolico, si trasmette per socializzazione e svolge funzioni riconoscibili all’interno dei gruppi. Analizzare il fenomeno da un punto di vista sociologico non è, ovviamente, stabilire se le credenze superstiziose siano vere o false quanto piuttosto comprendere perché persistono, come si organizzano socialmente e cosa rivelano della struttura delle società in cui emergono.
La superstizione non nasce in isolamento
In questa prospettiva, probabilmente la prima mossa consiste nello spostare l’attenzione dalla mente individuale al tessuto relazionale. La sociologia ci insegna che il fatto sociale è un modo di agire, pensare e sentire esterno all’individuo, dotato di un potere coercitivo e diffuso collettivamente. La superstizione rientra pienamente in questa categoria: non nasce in isolamento, ma si apprende in famiglia, si rinforza nei gruppi, si normalizza attraverso rituali condivisi e si tramanda come repertorio culturale.
Così intesa, la superstizione appare quindi un dispositivo simbolico di gestione dell’incertezza, che agisce dove la conoscenza tecnica è insufficiente, dove il controllo sull’esito è parziale, dove le conseguenze sono percepite come rilevanti.
In questi interstizi, la pratica superstiziosa offre una parvenza di agenzia, riduce l’ansia da imprevedibilità e crea coordinate cognitive condivise. Non è un fenomeno marginale o arcaico: è strutturale. Si manifesta negli ambienti di lavoro, nello sport, nella sanità popolare, nei mercati finanziari e persino nell’interazione con le tecnologie digitali. Perché, in definitiva, siamo superstiziosi? Solo spostando la domanda dal piano ontologico a quello relazionale si coglie la vera natura sociale della superstizione.
I classici e il disincanto
Gli studi sociologici classici hanno affrontato la superstizione soprattutto in dialogo con la religione e il processo di modernizzazione.
Durkheim in “Le forme elementari della vita religiosa”, distingue tra sacro e profano e mostra come le credenze e i rituali funzionino da collante della coesione sociale. La superstizione, pur non avendo la sistematicità istituzionale della religione, condivide con essa la logica del simbolismo collettivo e della partecipazione emotiva. In questo senso, molti gesti superstiziosi sono micro-rituali di appartenenza, modi per marcare un “noi” simbolico contro l’imprevedibilità del mondo.
Max Weber descrive la modernità come un processo di razionalizzazione e disincanto del mondo. Secondo questa visione, la scienza, il calcolo economico e il diritto formale avrebbero gradualmente sostituito le spiegazioni magiche e provvidenziali. Weber non prevedeva la scomparsa del magico, bensì la sua trasformazione e marginalizzazione, dato che la razionalizzazione produce sistemi efficienti ma spesso freddi, che lasciano insoddisfatto il bisogno umano di senso. La superstizione, in questa prospettiva, non è un’anomalia storica, ma un sintomo della tensione permanente tra efficienza strumentale e ricerca di significato.
Se a tutto ciò aggiungiamo che Karl Marx suggerisce che le credenze non sono solo illusioni, ma riflettono condizioni materiali e rapporti di potere, possiamo affermare che la sociologia classica non liquida la superstizione ma piuttosto la contestualizza.
Ordine simbolico e controllo
In tempi a noi più vicini, contributi interessanti arrivano anche da altri studiosi. Gli studi antropologici di Malinowski sui pescatori delle isole Trobiand suggeriscono che la superstizione fiorisca negli interstizi del controllo: non è ignoranza, ma una strategia culturale per gestire la probabilità non calcolabile.

Mary Douglas sposta invece l’attenzione sulla dimensione simbolica dell’ordine sociale. Le credenze su ciò che è fortunato, sfortunato, contaminato o protetto non sono arbitrarie: mappano i confini morali e identitari di un gruppo.
La superstizione funziona da sistema di classificazione che riduce l’ambiguità e rafforza la coerenza culturale. Quando una società attraversa transizioni rapide, crisi normative o frammentazione valoriale, le pratiche superstiziose spesso si intensificano per necessità di ri-ordinamento simbolico. Quando le istituzioni tradizionali (religione, famiglia estesa, comunità locale) si indeboliscono, le strutture di plausibilità si frammentano, ma non scompaiono: si privatizzano, si commercializzano, si ibridano.
Sport, salute e mercati
Cosa accade con le grandi trasformazioni contemporanee, la digitalizzazione, il mercato e le nuove grammatiche? Qual è il grado di tenute con le teorie sociologiche sulla superstizione? Contrariamente alla tesi del disincanto irreversibile, la superstizione non è scomparsa: si è trasformata, adattata e spesso professionalizzata. Alcuni tratti distintivi della contemporaneità meritano attenzione sociologica, a partire dallo sport e dalla richiesta di performance in generale.
I rituali pre-gara, le sequenze scaramantiche, le maglie portafortuna sono pratiche collettive che rinforzano la coesione di squadra, gestiscono la pressione competitiva e creano narrazioni condivise. Sociologicamente, funzionano da vere e proprie “tecnologie dell’ansia”, normalizzate e istituzionalizzate.
Nel campo della salute e del benessere, invece, la diffusione di cristalli, energie, allineamenti cosmici e pratiche di “vibrazione positiva” mostrano come la superstizione si ibridi con il linguaggio della psicologia del benessere e del marketing olistico. Più che un regresso, si tratta probabilmente di risposta a una medicalizzazione percepita come fredda, e forse anche ad una crisi di fiducia nei sistemi sanitari.
Sul fronte economico-finanziario, nei mercati ad alta volatilità, trader e imprenditori ricorrono a rituali, numeri, oggetti o consulti astrologici. La razionalità economica strumentale non elimina il bisogno di narrazioni rassicuranti; anzi, in contesti di incertezza sistemica, le due logiche coesistono. Se ci spostiamo invece nell’ambiente digitale, possiamo notare come algoritmi percepiti come ostili o fortunati, la paura del malocchio digitale, l’uso di emoji o sequenze come talismani virtuali, la diffusione di catene di messaggi portafortuna mostrano come la superstizione migri nelle infrastrutture della comunicazione. La tecnologia non disincanta ma raddoppia, creando nuovi spazi di ambiguità in cui il simbolico si riannoda.
La superstizione nell’epoca digitale
D’altro canto, con la globalizzazione e il sincretismo le credenze superstiziose viaggiano, si mescolano, si adattano. Ciò che era locale diventa transnazionale; ciò che era marginale entra nel mainstream attraverso influencer, serie TV, podcast. La superstizione contemporanea è spesso de-territorializzata ma iper-connessa. Tutto quello che avviene con le grandi trasformazioni in atto, di certo non smentiscono la sociologia classica ma piuttosto la confermano. La superstizione persiste perché risponde a bisogni strutturali di senso, controllo e appartenenza che la razionalizzazione tecnica non soddisfa. Ora, naturalmente, riconoscere le funzioni sociali della superstizione non equivale certo a giustificarla acriticamente,
La sociologia mantiene uno sguardo analitico che distingue tra adattamento culturale e riproduzione di disuguaglianze, tra coesione e controllo, tra significato e manipolazione. (In foto lo Sciò Sciò napoletano)

Funzioni, rischi e disuguaglianze
Da questo punto di vista, certamente si possono individuare funzioni positive della superstizione, che spaziano dalla riduzione dell’ansia in contesti di incertezza al rafforzamento della coesione relazionale attraverso rituali condivisi; e ancora, dalla creazione di narrazioni collettive che facilitano la cooperazione all’offerta di canali espressivi in assenza di linguaggi istituzionali accessibili (e qui le istituzioni e soprattutto la scienza dovrebbero cercare soluzioni molto più avvincenti da un punto di vista comunicativo: ma questo è un altro discorso). Il rovescio della medaglia parla invece di molte criticità e altrettanti rischi, a partire dalla considerazione che l’accesso a informazioni validate è distribuito in modo ineguale.
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La superstizione può diventare un surrogato forzato in contesti di marginalizzazione educativa o sanitaria, perpetuando così l’annosa questione delle disuguaglianze. Inoltre, la superstizione è facilmente mercificata (settori del benessere, giochi d’azzardo, marketing della paura) e strumentalizzata per deviare l’attenzione da responsabilità strutturali. Inoltre, c’è un problema di stigma, visto che il termine superstizione è spesso usato in modo asimmetrico per marginalizzare pratiche di gruppi minoritari, mentre analoghe credenze in contesti dominanti sono etichettate come tradizione o spiritualità. Infine, certo non meno importante, il palese conflitto con politiche cosiddette “basate sulle evidenze”.
Superstizione, religione, scienza
In ambito sanitario, ambientale o educativo, la persistenza di credenze non verificate può ostacolare interventi collettivi efficaci, specialmente quando alimentate da disinformazione strutturata. La questione centrale, sociologicamente, non è se le credenze siano razionali, ma chi detiene il potere di definire cosa conta come conoscenza legittima. La demarcazione tra superstizione, religione, scienza e pseudoscienza è un campo di lotta simbolica, storicamente variabile e socialmente contestato.
La sociologia della conoscenza e degli esperti mostra che l’autorità epistemica non è neutra: è istituzionalizzata, distribuita e contestata. In definitiva, la superstizione non è il contrario della società razionale quanto piuttosto ne è il complemento strutturale.

Rivela i limiti del controllo tecnico, la persistenza del bisogno di senso, la capacità umana di creare ordine simbolico laddove la previsione fallisce. Studiarla sociologicamente significa smettere di chiedersi “perché le persone ci credono” e iniziare a chiedersi “cosa fa questa credenza all’interno di un gruppo, in un dato contesto storico, in relazione a quali istituzioni e quali disuguaglianze”. I classici ci hanno insegnato che il magico non scompare con la modernità ma si trasforma. I contemporanei ci mostrano che in un’epoca di algoritmi opachi, crisi sistemiche e riflessività istituzionale, la superstizione non è un anacronismo, ma un sintomo della ricerca di stabilità in un mondo percepito come sempre più imprevedibile. Non si tratta di romanticizzarla né di demonizzarla, ma di decodificarne la grammatica sociale.
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La ragione incompleta
La sfida per la sociologia, e per il discorso pubblico, è duplice: da un lato, riconoscere le funzioni adattive delle pratiche simboliche senza ridurle a semplice ignoranza; dall’altro, vigilare sulle asimmetrie di potere che trasformano il bisogno di senso in merce, in controllo o in esclusione. In un’epoca in cui l’incertezza è strutturale, la superstizione ci ricorda che gli esseri umani non sono solo calcolatori: sono narratori, ritualizzatori, cercatori di punti fissi. Finché le società produrranno ambiguità, continueranno a produrre superstizione. Non come fallimento della ragione, ma come testimonianza della sua incompletezza.





























