Trent’anni fa la nascita della prima pecora clonata: riflessione su quella soglia varcata
La tentazione più antica del mondo non veste i panni del male, ma quelli di una promessa: bastare a se stessi, non dovere la vita a nessuno. E trent’anni fa quella promessa indossò il vello di una pecora clonata. Il 5 luglio 1996, in un laboratorio del Roslin Institute alle porte di Edimburgo, nacque una pecora: un agnello come tanti. Eppure quella pecora – che i ricercatori chiamarono Dolly, e che ebbe vita breve – portava in sé qualcosa che nessun vivente aveva mai portato prima: non era stata generata, ma prodotta per clonazione.
Un bilancio a trent’anni di distanza
Primo mammifero ottenuto dal nucleo di una cellula adulta, era la copia genetica di un’altra, la riproduzione tecnica di un esistente. E già allora la novità sollevò interrogativi non solo biologici ma giuridici: toccava qualcosa che non era mai stato nelle mani dell’uomo. Trent’anni dopo, l’anniversario merita una sosta: non per rievocare una curiosità scientifica, ma per riconoscere la soglia simbolica che allora fu varcata.
Il sogno di produrre la vita
Perché il vero avvenimento non fu zoologico, ma spirituale. Con Dolly l’essere umano non scoprì soltanto una tecnica: assaporò un sogno antichissimo, quello di passare dalla parte di chi riceve la vita a quella di chi la produce – non più custode, ma autore. Due secoli prima, una giovane scrittrice lo aveva già intravisto: Mary Shelley intitolò il suo capolavoro Frankenstein , o il moderno Prometeo e, nello scienziato che dà la vita a una creatura per poi, atterrito, abbandonarla, fissò il vero peccato dell’uomo-artefice: non creare, ma rifiutarsi di essere padre di ciò che si è chiamato all’esistenza.
La Genesi e Babele
È la più vecchia delle tentazioni, scritta nelle prime pagine della Scrittura. Eritis sicut dii, sarete come Dio: così il serpente seduce, in Genesi, promettendo all’essere umano non un peccato qualsiasi, ma quello che li contiene tutti. La radice del male non è anzitutto la trasgressione di una regola: è il rifiuto della condizione stessa di creatura, la pretesa di fondarsi da sé, di non dovere a nessuno il proprio esistere. Babele – evocata anche da Magnifica humanitas – ne sarà la versione collettiva: «facciamoci un nome», costruiamo la torre che ci porti al cielo. Sempre la stessa logica: cancellare la distanza fra il Creatore e ciò che è creato.
La Chiesa e la scienza
Una precisazione, però, è decisiva. La Chiesa non guarda con sospetto la scienza, né la tecnica: riconosce anzi nella ricerca una delle espressioni più alte dell’intelligenza, partecipe della sapienza creatrice di Dio. È ciò che san Tommaso d’Aquino (†1274) aveva visto nella dottrina delle cause seconde: Dio non crea servi né rivali, ma collaboratori, e comunica alle creature la dignità altissima di essere, a loro volta, vere cause. L’essere umano opera come causa seconda – coltiva, trasforma, genera –, partecipando, in modo subordinato, all’opera del Creatore. La causa seconda, però, resta tale: agisce in virtù di un’altra, non da sé. Il peccato comincia nell’istante in cui la creatura dimentica di essere causa seconda e pretende di porsi come causa prima: sorgente e non più canale, padrone e non più amministratore della vita che ha soltanto ricevuto.
Dalla logica del generare a quella del produrre
Lo dice il Simbolo, del Verbo incarnato: genitus, non factus, generato e non fatto. La differenza fra generare e fabbricare non è sottigliezza da teologi: è la differenza fra un figlio e un prodotto. Ciò che si genera è dello stesso rango di chi lo genera, ed è accolto come dono; ciò che si fabbrica è disponibile alla volontà di chi lo fa, gli appartiene, è misurato su un’utilità. Quando l’essere umano tende a sostituire la logica del generare con quella del produrre, cambia inevitabilmente anche il modo di guardare a chi viene al mondo: da figlio diventa manufatto, da dono diventa progetto.
La fine dell’epoca moderna
Romano Guardini, già a metà del Novecento, aveva dato un nome a tutto questo: la fine dell’epoca moderna. Ciò che caratterizza il tempo che viene – scriveva – è il potere: cresciuto a dismisura, ma incapace di trovare in sé la misura per governarsi. La natura cessa di essere creato e diventa materiale a disposizione della volontà; e l’uomo si scopre capace di un dominio cui non è ancora, spiritualmente, all’altezza. Il problema non è che egli abbia troppo potere, ma che lo possieda sempre più vicino alle sorgenti della vita, senza una crescita pari della sapienza che dovrebbe custodirlo.
Una frontiera superata
E la frontiera, da allora, è soltanto avanzata: dalla clonazione di materiali non umani alla riscrittura del genoma, agli embrioni «corretti», al «bambino su misura», fino al sogno di un’intelligenza artificiale invocata come una nuova genesi. E se Dolly rese pensabile una vita ottenuta senza generazione, l’intelligenza artificiale rende oggi pensabile un’intelligenza prodotta senza nascere: in entrambi i casi affiora la stessa immagine, quella di chi non si riconosce più come figlio, ma soltanto come autore di se stesso.
Il pensiero di Ratzinger
Il paradosso andrebbe gridato: la vera grandezza dell’uomo non sta nel farsi da sé, ma nell’essere fatto e amato. «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?», chiedeva Paolo (1 Cor 4,7). Lo ha racchiuso Joseph Ratzinger nella distinzione fra il fare e il ricevere: quando la logica del «si può fare» arriva a investire l’uomo stesso, a progettarlo come un oggetto, è la sua dignità a vacillare, perché essa non riposa sull’essere ben riusciti, ma sull’essere voluti. E chi pretende di fabbricarsi da sé non deve gratitudine a nessuno; ma chi non deve gratitudine a nessuno resta, alla fine, solo.
Il dono di essere creatura
Essere creatura non è un’umiliazione da riscattare: è la condizione di chi è stato voluto, chiamato all’esistenza per amore. L’uomo è «a immagine di Dio» proprio in quanto creatura, non malgrado esserlo: la somiglianza con il Creatore non è una conquista da strappare, ma una dignità ricevuta con l’esistenza. Per questo la pretesa di farsi creatore non eleva l’uomo, lo deforma: lo rende «scimmia di Dio», come il diavolo. Volendo afferrare ciò che gli è già stato donato, perde la sola via per cui quel dono è davvero suo: accoglierlo. È il paradosso di chi, per possedere meglio il proprio volto, finisce per spezzare lo specchio.
La sfida a Dio
C’è, infine, una parola che la fede oppone, decisiva, alla tentazione del serpente. Uno solo è stato veramente «come Dio», e proprio Lui non lo ha considerato una preda da afferrare: «non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso» (Fil 2,6-7). Adamo, che era creatura, allungò la mano per strappare la divinità come un furto; Cristo, che era Dio, rinunciò ad aggrapparvisi e discese, anzi si annichilì.
La distinzione fatta da Dostoevskij
Dostoevskij l’ha detto in due nomi: l’«uomo-dio», la creatura che pretende di farsi Dio, sale per usurpare e resta solo; il «Dio-uomo», Dio che si fa creatura, scende per amore e ci porta con sé. La via per essere «come Dio» non è occupare il posto del Creatore, ma scendere nell’amore, servire, donarsi, fino a nascere dal grembo di una donna. Tutto il Vangelo, a ben vedere, è il racconto di un Dio che si fa creatura per insegnare alle creature a non voler più essere dèi.
Il Golem
C’è un filo, in tutta la Scrittura, che lega questa verità a una sola parola: il nome. A Babele gli uomini gridano «facciamoci un nome»: pretendono di darselo da sé. Ma nella Bibbia il nome non si fabbrica, si riceve: è Dio che chiama ciascuno per nome, prim’ancora che venga al mondo. Persino la leggenda lo intuiva: il Golem, l’uomo d’argilla, si anima soltanto quando gli s’imprime il Nome divino – emet, «verità» – e ricade in polvere – met, «morto» – appena glielo si toglie. Anche chi fabbrica la vita, dunque, non crea: ruba un nome che non è suo. Sono tre i modi di stare davanti al nome – chi se lo fabbrica, chi lo sottrae, chi lo riceve dal Pastore che lo pronuncia –, ma una sola è la posta in gioco. L’essere umano che vuole farsi creatore è, in fondo, colui che pretende di darsi il nome da sé: e che proprio per questo, alla fine, non sa più chi è.
Signori che afferrano o creature che ricevono
Trent’anni dopo Dolly, la domanda vera non è più se possiamo – possiamo, e potremo sempre di più –, ma chi accettiamo di essere: signori che afferrano o creature che ricevono. Non si tratta di rinunciare a sapere o a servirsi delle opportunità della tecnica, ma di custodire, dentro il sapere, la coscienza – conoscitiva ed etica – di un limite che non umilia, perché ricorda all’essere umano di non essere il primo, e proprio così lo libera dall’angoscia di doversi inventare da solo. Non creatori, dunque, ma – come dice la Genesi del giardino – custodi chiamati a «coltivare e custodire» (Gen 2,15): signori, sì, ma della signoria di chi amministra un bene ricevuto, non di chi lo possiede. E l’albero della vita, perduto nel primo giardino, torna a fiorire dal legno della croce, nel giardino del Golgota, e ci attende – lo promette l’Apocalisse – alla fine.
La pecora amata, cercata, custodita
In fondo, c’è un’ultima ironia in quella prima pecora di laboratorio. Nel Vangelo la pecora è la creatura che si perde e viene cercata, caricata sulle spalle, riportata a casa da un Pastore che la conosce per nome e di cui essa sa riconoscere la voce. Si può sognare di diventare dèi solitari, artefici di una vita che non si deve a nessuno; oppure accettare di essere la pecora amata, cercata, custodita. La prima strada finisce nella solitudine di chi non deve nulla. La seconda, soltanto, conduce a casa. Perché la creatura non è mai tanto vicina al suo Creatore quanto nell’istante in cui accetta, consapevolmente, di riceversi da Lui.






























