5 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Lug, 2026

I lefebvriani, l’Occidente e la nostalgia per l’autorità perduta

Lo scisma dei lefebvriani nella Chiesa cattolica non è un semplice scontro tra conservatori e progressisti, ma rivela il desiderio per un mondo più ordinato in cui le cose abbiano un nome, un posto e un significato definibili


Il primo errore che si compie parlando dei lefebvriani è pensare che si tratti soltanto di una questione religiosa. È come nei film di Hitchcock: tutti inseguono il MacGuffin – la valigetta, il microfilm, i documenti segreti – e alla fine si scopre che l’oggetto in sé conta poco. Anche qui c’è un MacGuffin: la messa in latino. Ma la vera questione è un’altra: il desiderio dell’Occidente di ritrovare un’autorità perduta. Ci sono scismi che nascono per una sottigliezza teologica – il famoso sesso degli angeli, che in realtà non interessò mai seriamente i teologi medievali ma continua a interessare i loro caricaturisti – e scismi che, pur travestiti da disputa religiosa, raccontano un malessere più vasto, quasi geologico, che attraversa un’intera civiltà. Il caso dei lefebvriani appartiene a questa seconda categoria.

La nostalgia per un mondo ordinato

Il tradizionalismo cattolico è soltanto la forma più elegante di una malattia molto più vasta. Lo stesso impulso lo troviamo nel nazionalismo, nei movimenti identitari, nelle guerre culturali, perfino in certe forme di ecologismo apocalittico. Tutti dicono la stessa cosa: la realtà è diventata troppo complessa, troppo ambigua, troppo liquida. Vogliamo tornare a un tempo in cui le cose avevano un nome preciso, un posto preciso, un significato preciso. Il tradizionalismo cattolico è soltanto una delle forme attraverso cui si manifesta un sentimento più generale: la nostalgia per un mondo più ordinato, in cui le cose sembravano avere un nome, un posto e un significato definiti.

La crisi della tradizione

Ma forse il problema è ancora più profondo. Ogni scisma è innanzitutto una domanda sulla legittimità. Nasce quando una comunità non riconosce più come vincolante la forma attraverso la quale l’autorità si manifesta. Per questo il caso dei lefebvriani è infinitamente più importante della controversia che lo ha generato. Ciò che è in gioco non è semplicemente la liturgia o il rapporto con il Concilio Vaticano II, ma la crisi della tradizione in Occidente.

Le istituzioni “svuotate”

Da secoli l’Occidente vive in una condizione singolare: le sue istituzioni continuano a esistere, ma il principio che le fondava si è progressivamente svuotato. La politica sopravvive senza sovranità, il diritto senza giustizia, l’economia senza finalità, la scuola senza una vera trasmissione del sapere, la religione senza una forma condivisa del sacro. Siamo circondati da apparati che continuano a funzionare anche se il loro centro è diventato inaccessibile.

La vicenda della Chiesa

La Chiesa non è estranea a questo processo. La liturgia, che per secoli era stata il luogo in cui la comunità dei credenti faceva esperienza del sacro, è stata investita dalla logica dell’efficienza e della comunicazione immediata. Non si tratta di stabilire se fosse inevitabile, ma di comprendere che questo ha modificato il rapporto tra il rito e la vita. Ogni rito autentico è una soglia: sospende il tempo ordinario e introduce l’uomo in un’altra esperienza del tempo. Non è un semplice insieme di formule, ma una forma di vita.

La “trasmissione interrotta”

Ciò che i lefebvriani difendono, forse senza esserne pienamente consapevoli, è proprio questa esperienza della soglia. Per questo il loro gesto non può essere liquidato come semplice nostalgia. La tradizione non è la conservazione del passato. Se così fosse, sarebbe un museo. La tradizione è la trasmissione di una possibilità di esperienza. Quando questa trasmissione si interrompe, gli uomini ricevono in eredità forme che non sanno più abitare. L’Occidente è diventato un immenso archivio di gesti privati della loro efficacia simbolica: continuiamo a celebrare istituzioni, valori e parole senza sapere più quale esperienza rendessero possibile.

Il tentativo dei ribelli

Il fenomeno lefebvriano è paradigmatico perché esprime il tentativo di riattivare una forma di vita minacciata dall’omogeneizzazione del presente. Ma ogni tentativo di restaurazione è ambiguo. Il passato, una volta perduto, non può essere semplicemente riprodotto. La tradizione vive soltanto nella trasmissione e, quando questa si interrompe, ciò che resta è spesso soltanto la sua rappresentazione. L’intera crisi dell’Occidente può essere letta da questo punto di vista. Ovunque assistiamo allo stesso fenomeno: la sopravvivenza delle forme dopo la perdita della loro vita. È ciò che potremmo chiamare la condizione postuma dell’Occidente.

La separazione tra le forme e la vita

Lo scisma dei lefebvriani non è dunque uno scontro tra progressisti e conservatori. È il segno di una frattura più profonda: la separazione tra le forme e la vita. Da una parte istituzioni che continuano a funzionare; dall’altra uomini che non riescono più a riconoscersi in esse. Il loro errore, se di errore si può parlare, non consiste nel voler custodire una tradizione. Consiste nel credere che la tradizione possa essere salvata mediante una semplice restaurazione delle forme. Nessuna forma può essere salvata se non torna a essere vita.

La questione di fondo

La questione decisiva, allora, non è se il rito antico debba essere conservato o abbandonato, né se il Concilio abbia avuto ragione o torto. La vera domanda è un’altra: siamo ancora capaci di fare esperienza di una forma di vita nella quale i gesti, le parole, i riti e le istituzioni non siano separati dall’esistenza? Da questa domanda dipende non soltanto il destino della Chiesa, ma il destino spirituale dell’Occidente. Perché una civiltà muore non quando perde le proprie istituzioni, ma quando pretende di conservarle senza essere più in grado di abitarle.

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