Al vertice di Ankara Trump è tornato a sfidare l’Europa, ma si iniziano a intravedere i primi movimenti in direzione di una nuova Nato autonoma da Washington
I leader europei ormai hanno imparato la lezione: “gestire” Trump è una classica mission impossible, soprattutto in occasione di vertici o incontri bilaterali e davanti alle telecamere: impossibile ma anche necessaria – soprattutto per evitare escalation verbali, minacce e ritorsioni – sia pure non al prezzo di dover accettare richieste oltraggiose o rinnegare valori ed interessi essenziali.
Il summit Nato di Ankara ne è una prova. Dopo un anno vissuto pericolosamente fra Gaza, Groenlandia e Golfo, il segretario generale Mark Rutte e 31 capi di governo dell’Alleanza sono stati impegnati in un altro difficile esercizio di “Trump management”.
Già alla vigilia del vertice il presidente ha rilanciato la sua polemica contro gli alleati europei poco “leali” (sull’uso delle basi militari Usa nella guerra contro l’Iran) e troppo dipendenti dalla protezione militare americana (un suo post su Truth Social esibiva lo scarto fra i bilanci della difesa di Washington e di alcuni europei), ed ha perfino ribadito le sue rivendicazioni sulla Groenlandia.
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L’elogio di Rutte
Rutte, per parte sua, ha invece evidenziato il notevole progresso conseguito nell’ultimo anno in termini di investimenti sulla difesa (con un aumento di 139 miliardi di dollari per i 31 alleati) attribuendone il merito al presidente, definendo “The Trump Trillion” la crescita totale della spesa dal 2016, e ricordando che si è tradotto anche in più ordini e più profitti per lo stesso “complesso militare-industriale” d’oltre Atlantico. Ma Trump è anche tornato sugli alleati considerati inadempienti (Slovenia, Albania e Repubblica Ceca sono ancora al di sotto del vecchio target del 2% del Pil) e ventilando l’eventualità di un’applicazione selettiva, condizionata e discrezionale della garanzia di sicurezza contenuta nell’articolo 5 del trattato.
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La Nato 3.0
Ma la vera questione che attraversa il summit di Ankara è il possibile futuro dell’Alleanza, destinata ormai a diventare più europea e meno americana. In discussione non è infatti più il se, ma il quando e il come si materializzerà quello che è stato definito il “burden-shifting”. Cioè lo spostamento del “fardello” della difesa convenzionale dell’Europa dalle spalle di Washington a quelle degli altri alleati, dopo che per decenni si era parlato invece di “burden-sharing”, cioè della sua condivisione. Questa nuova “Nato 3.0”, come l’ha battezzata il Pentagono (dopo quella della guerra fredda e quella di questi ultimi decenni), dovrebbe infatti comportare un sostanziale ridispiegamento di forze e capacità militari Usa verso altri teatri – le Americhe, il Medio Oriente in senso lato, l’Indo-Pacifico – e un conseguente rafforzamento della componente europea all’interno dell’Alleanza.
La transizione verso la nuova Nato
La transizione verso questa nuova architettura, tuttavia, potrebbe avvenire in forme diverse: “the easy way”, come si dice in inglese, e cioè in modo ordinato e coordinato fra gli alleati, oppure “the hard way”, cioè attraverso decisioni unilaterali (e presentate come punitive) da parte di Washington, tali da costringere gli altri alleati a misure d’emergenza ma anche tali da intaccare la coesione interna e la credibilità complessiva della Nato. E se finora gli europei hanno ben rimediato ai primi spostamenti effettuati dal Pentagono – come ha riconosciuto lo stesso comandante supremo alleato, il generale americano Alexus Grynkewich – sembra comunque realistico aspettarsi un mix fra i due approcci, con la leadership militare Usa (consapevole dei vantaggi offerti dalle basi e dalla presenza in Europa) più cooperativa e pragmatica e la leadership politica più incline invece ad una retorica ed una pratica aggressive.
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Le tre iniziative
Per gli europei, in ogni caso, la sfida è (e sarà) notevole, nonostante i maggiori investimenti stanziati – sia pure in misura ineguale – per la difesa. Non si tratta infatti solo di sostituire, almeno in parte, il personale e l’equipaggiamento americano in termini quantitativi, ma anche di compensarne la qualità e la centralità (in termini di comando e controllo, esperienza, accesso a tecnologia e intelligence).
Le iniziative per il “riarmo” lanciate nei mesi scorsi dall’Ue sono senz’altro utili anche in questa direzione, ma molto dipenderà dalla volontà dei governi, delle opinioni pubbliche e, perché no, delle imprese di farsi carico, appunto, del “fardello”.
Ad Ankara sono state annunciate – un po’ una sorpresa – almeno tre inizative che fanno ben sperare. Il Canada ha deciso di assegnare alla tedesca Thyssen-Krupp (piuttosto che all’industria Usa) la costruzione della sua nuova flotta di sommergibili. Un consorzio di paesi solo europei produrrà una nuova generazione di missili a lunga gittata. E la stessa Nato ha commissionato alla svedese Saab i nuovi aerei-radar dell’Alleanza (i famosi Awacs, fino ad ora prodotti da Lockheed-Martin). La ‘europeizzazione’ della Nato e l’autonomia da Washington passano anche da qui.

































