L’Iran torna a fare pressioni sull’applicazione del Memorandum siglato con gli Stati Uniti mentre a Hormuz vengono colpite dai Pasdaran tre navi commerciali
È un bilancio da guerra aperta quello di ieri nello Stretto di Hormuz, dove in meno di 24 ore sono state colpite almeno tre navi mercantili dall’Iran. La sensazione è che per parecchie settimane sarà questa la nuova “normalità” nel corridoio marittimo da cui passa un quinto dell’energia mondiale. Se il negoziato tra Stati Uniti e Iran è stato rimandato al termine delle esequie del defunto leader Ali Khamenei, le criticità sorte intorno all’interpretazione del Memorandum d’Intesa rimangono insolute, e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Una di esse riguarda proprio l’apertura e il controllo dello Stretto, ed è il motivo degli attacchi di ieri.
Le prime due navi colpite
Tutte e tre le navi stavano infatti transitando dal Golfo Persico verso il Mare Arabico utilizzando la rotta sud, che abbraccia le coste omanite. Evitando il coordinamento con le autorità iraniane e ricevendo anzi supporto nel transito da parte della Marina e dell’Aeronautica americana. Le prime due navi sono state colpite nella notte tra lunedì e martedì. Trattasi della Al Rekayyat, una nave cisterna battente bandiera del Qatar per il trasporto di gas naturale liquefatto (LNG) e della superpetroliera saudita Wedyan. La quale ha subito gravi danni strutturali a causa dell’impatto di un drone o missile, ma è riuscita a proseguire verso il porto successivo.
Entrambe le navi stavano transitando lo Stretto con il sistema di geolocalizzazione (AIS) spento, così da rendere più difficile la loro individuazione da parte dei Pasdaran. Ieri pomeriggio, invece, le forze navali dei Pasdaran hanno intercettato la Al Maryah, una nave cisterna per il gas di petrolio liquefatto (LPG) battente bandiera della Liberia e gestita dalla compagnia di Abu Dhabi ADNOC, intimandole di cambiare rotta e utilizzare quella designata da Teheran.
Il messaggio radio dei Pasdaran
poco dopo, una terza nave è stata colpita da un drone, mentre sulla frequenza VHF Radio Channel 16 i Pasdaran annunciavano: «Capitano, abbiamo bombardato la sua nave. È tenuto a utilizzare esclusivamente le rotte approvate dall’Autorità dello Stretto del Golfo Persico. Qualsiasi altra rotta è considerata pericolosa. Tutte le navi nelle sue vicinanze devono invertire immediatamente la rotta, pena l’esposizione a un pericolo imminente». La nave colpita faceva infatti parte di un convoglio che stava tentando di utilizzare la rotta omanita ed evitare il coordinamento con Teheran.
l’Iran appare insomma intenzionato a bloccare definitivamente qualsiasi rotta ad esclusione della propria. Forse non casualmente, ieri i funzionari iraniani sono tornati ad alzare la voce in merito al rispetto da parte di Stati Uniti e Israele del Memorandum d’Intesa (o meglio dell’interpretazione che Teheran dà di esso). Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un incontro formale con Ali al-Khatib, vice capo del Consiglio Superiore Sciita del Libano, ha dichiarato che «i negoziati con gli Stati Uniti non riprenderanno finché non sarà applicata la clausola relativa al Libano contenuta nel memorandum d’intesa, e non ci sarà alcun accordo definitivo finché le forze israeliane non si saranno ritirate dal Libano».
Lo scontro diplomatico con Washington
Dichiarazioni che hanno fatto seguito ad un messaggio pubblicato in mattinata su X, dove il capo della diplomazia iraniana, postando immagini aeree dei funerali di Khamenei, affermava che «milioni di orgogliosi iraniani si sono riuniti in unità per onorare il Grande Ayatollah Khamenei e il suo lascito. Né loro né le nostre Coraggiose Forze Armate sono mossi da alcuna minaccia. Il paragrafo 13 del MoU è chiaro: Le negoziazioni sull’Accordo finale non inizieranno se le minacce continueranno. Onorate la vostra firma». Forse una risposta alle parole pronunciate lunedì da Donald Trump. Quando il Presidente americano aveva minacciato che o «faremo un accordo o porteremo a termine il lavoro… Non voglio colpire 91 milioni di persone».
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Proseguono intanto i mastodontici funerali dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei. Ieri si è tenuta una nuova imponente cerimonia religiosa, nella città santa sciita di Qom, poco a sud di Teheran. In serata la salma è stata trasferita in Iraq, dove nella giornata di oggi si svolgeranno processioni presso le città di Najaf e Kerbala. Luoghi altamente simbolici e sacri per gli sciiti, essendo rispettivamente il luogo di riposo del primo imam, Ali, e del terzo, Hussein. I resti di Ali Khamenei saranno quindi riportati in patria e sepolti nel santuario dell’Imam Reza, nella città di Mashhad, città natia dell’ex Guida Suprema. Dopodiché, forse, verrà il momento di tornare a trattare con Washington.






























