Il passo indietro degli Stati Uniti può aprire un nuovo futuro all’Unione Europea: con alcuni nodi che restano da sciogliere
Con il ritiro degli Stati Uniti la Nato potrà avere un futuro? È l’interrogativo che incombe sul vertice che ha riunito i leader dell’alleanza ad Ankara. Il presidente americano Donald Trump si è lamentato del fatto che gli alleati della Nato «non ci sono nel momento del bisogno». Negli ultimi mesi, infatti, Trump ha criticato aspramente i membri della Nato per essersi rifiutati di unirsi alla sua guerra contro l’Iran, esibendo il proprio risentimento. E, in passato, ha minacciato che gli Stati Uniti non interverranno in difesa degli alleati.
Le minacce di Trump
Joe Parkinson, Drew Hinshaw e Daniel Michaels del Wall Street Journal hanno descritto nei dettagli una riunione di crisi tenutasi a gennaio tra i leader europei in merito all’atteggiamento conflittuale di Trump, una questione particolarmente grave dopo le sue minacce di sottrarre la Groenlandia alla Danimarca, membro della Nato (in Turchia Trump ha ribadito il desiderio di controllare la Groenlandia). Il quadro che emerge è quello di un’alleanza che non si fida del suo membro più forte. Ed è di questo che parlano tutti. Provo a riassumere.
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L’analisi dell’Economist
L’Economist delinea possibili scenari per la Nato, a seconda di Trump. «Immaginate quattro incarnazioni di Trump, tutte plausibili», scrive la rivista. «La prima è l’adulto che ricorre alle maniere forti, che spinge l’Europa a rafforzarsi pur proteggendola in extremis, in linea con l’Articolo 5 della Nato sulla difesa collettiva. Un’altra è l’amico assente, non disposto a combattere per l’Europa ma comunque propenso a fornire una sorta di supporto indiretto. Una terza è l’ex partner tossico. Che abbandona l’Europa ma non vuole lasciare la casa comune della Nato, rendendo la vita un inferno agli europei che cercano di organizzarsi. L’ultima è il predatore che minaccia luoghi come la Groenlandia sul fianco occidentale dell’Europa, mentre la Russia incombe su quello orientale».
La difesa e i paesi baltici
Trump ha accennato in privato alla possibilità di ritirare un numero significativo di truppe statunitensi dall’Europa per dare una dimostrazione di forza, riferiscono Kevin Liptak e Kristen Holmes della Cnn. E va da sé che la presenza di un minor numero di soldati e armamenti americani sul continente aumenterà la paura, soprattutto tra gli alleati baltici della Nato: Estonia, Lettonia e Lituania. Piccoli paesi confinanti con la Russia, gli Stati baltici costituiscono l’epicentro delle preoccupazioni della Nato riguardo alla possibilità che la Russia possa mettere alla prova l’alleanza con un attacco di terra.
“I tagli sono sostanziali», scrive Amanda Coakley sulla World Politics Review a proposito delle riduzioni di forza previste dagli Stati Uniti. «Gli Stati Uniti intendono ridurre il numero di aerei da combattimento assegnati alle operazioni Nato in Europa da circa 150 a 100, tagliare gli aerei da ricognizione marittima da 26 a 15 e rimuovere tutti gli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo attualmente assegnati all’alleanza. Non si tratta di riduzioni simboliche».
Il New York Times
Senza gli Stati Uniti, la Nato potrebbe non essere in grado di difendere il suo fianco orientale.
In un editoriale sul New York Times, Massimo Calabresi scrive: «Il pericolo non è teorico. Mentre la presidenza Trump, relativamente filo-russa, si avvia alla conclusione e l’Europa si rimilitarizza, Putin potrebbe giungere alla conclusione che la sua occasione di danneggiare permanentemente l’alleanza gli stia sfuggendo di mano. Immaginate una cena in cui ognuno porta qualcosa da mangiare», ha detto Julie Smith, ex ambasciatrice statunitense presso la Nato. «Tutti porteranno piatti di carta e un sacchetto di patatine, mentre gli americani finiranno comunque per portare la bistecca».
Sia che le critiche di Trump distruggano Nato, la indeboliscano o spingano l’Europa verso l’autosufficienza, l’ex primo ministro e ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu scrive per Project Syndicate che l’Alleanza deve affrontare un problema ancora più profondo: un’identità incerta. «Ogni alleanza militare duratura si fonda, in ultima analisi, su una domanda apparentemente semplice», scrive Davutoğlu: «Che cosa sta difendendo? Senza una risposta chiara, diventa reattiva, definendosi in base ai suoi avversari piuttosto che a uno scopo comune».































