Alla vigilia del summit Nato di Ankara, il segretario generale Mark Rutte punta sulla “daddy diplomacy” per gestire Donald Trump, rilanciare il riarmo europeo e confermare il sostegno dell’Alleanza all’Ucraina
Sarà che è uno dei pochi, forse l’unico, leader europeo ad avere ancora rapporti con Trump. Sarà che il rapporto con gli Stati Uniti è necessario e imprescindibile nonostante Trump e le sue continue trumpate, ultima l’ordine restrittivo nei confronti della nostra premier. Sarà che la “daddy diplomacy”, un mix di blandizia deferenza e riverenza che per quanto irritante ha finora evitato disastri irrimediabili come in altre parti del mondo. Sarà infine che è il padrone di casa in quanto segretario generale della Nato. Per tutto quanto sopra le parole di Mark Rutte oggi vanno prese alla lettera. anzi, bisogna quasi aggrapparcisi e vedere se passa così la “nottata” dell’Alleanza.
Il summit e gli impegni sul 5%
«Ci incontriamo ad Ankara un anno dopo il vertice NATO dell’Aia – ha detto ieri incontrando i giornalisti alla vigilia di un vertice tanto atteso quanto scivoloso – gli Alleati hanno preso impegni storici e mi aspetto che le nazioni presentino piani chiari, concreti e credibili per raggiungere l’obiettivo del 5%». Il summit, il 36° nella vita dell’Alleanza e il secondo in Turchia (il primo nel 2’’4), è ospitato direttamente nell’enorme cubo di cemento che è il palazzo presidenziale di Ankara, quartiere generale di Erdogan e il posto più sicuro dove ospitare i leader delle potenze occidentali.
È un summit in bilico perché Donald Trump tratta l’Alleanza, con disprezzo, dileggio, quasi fastidio, una inutile spesa per colpa di quegli «scrocconi degli europei». Quante bugie da smentire sapendo che nulla ha una presa più forte della menzogna. In questo passaggio strettissimo è iniziato due anni fa il mandato di Rutte. Che ha teorizzato una specifica modalità nei rapporti con Trump: la daddy diploma. In nome della quale chiede ai paesi europei di sopportare talvolta anche qualche iperbole.
Ad esempio quella del numero di voli Usa che hanno fatto sosta operativa nelle basi italiane che ha scatenato le opposizioni parlamentari. O come quella dell’investimento di spesa militare nei prossimi anni da parte della stessa Nato: «Abbiamo previsto nuovi contratti per difesa e deterrenza per decine di miliardi di dollari». Con quali coperture non è ancora chiaro. O anche: «Non è vero che Trump sta spaccando la Nato. Anzi, il suo merito è di aver obbligato tutti noi ad un riequilibrio delle forze».
Il ruolo di Rutte
Rutte parla anche di «effetto Trump» sull’Alleanza atlantica: spendiamo di più grazie a lui. Non è un caso se nei Paesi Bassi l’ex premier olandese sia soprannominato Mr Teflon. Piaccia o no, se non ci fosse Rutte, come dicono fonti diplomatiche di Bruxelles, «probabilmente già quest’anno non saremmo qui riuniti». Trump ha garantito la sua presenza (arriverà oggi) solo perché il summit è in Turchia a casa di un suo grande amico, il presidente turco Erdogan.
Chiarito il contesto, occorre muoversi con massima cautela con il faro della daddy diplomacy. Le diplomazie fanno capire che «è bene limitare il più possibile i rapporti diretti» fra l’inquilino della Casa Bianca e i leader dell’Alleanza. Così Rutte ieri ha messo le mani avanti e cercato di definire il perimetro della Dichiarazione finale che è già firmate dalle 32 diplomazie. La Nato sta cambiando pelle, deve affrontare una «trasformazione» con un ruolo maggiore degli europei, perché com’era prima non era più «sostenibile».
Non è più sostenibile, come succedeva 3-4 anni fa, «chiedere ad un Paese con 350 milioni di abitanti (gli Usa, ndr) che vivono a otto ore di volo da qui di difenderci dai russi, con 600 milioni di persone che vivono in questa parte del territorio Nato».
Il nuovo equilibrio dell’Alleanza
La parola d’ordine è «riequilibrare», dunque: «Gli Stati Uniti continuano a fornire l’ombrello nucleare, un supporto convenzionale cruciale alla Nato nel suo complesso e quindi alla sicurezza transatlantica e, naturalmente, anche alla propria sicurezza, ad esempio impedendo ai sottomarini nucleari russi di raggiungere le coste statunitensi». Quindi serve più Europa, più Canada, ad esempio in Groenlandia.
«Ora stiamo creando un’Alleanza sostenibile in cui gli Stati Uniti sanno di trovarsi in una situazione equa. Stiamo spendendo quanto loro, stiamo assumendo maggiori responsabilità per la difesa convenzionale dell’Europa, un’Europa più forte in una Nato più forte». Tutto ciò, al di là delle parole, si traduce in una parola sola: soldi, miliardi da investire in Difesa e sicurezza. E qui sta la parte debole del discorso di Rutte.
Secondo Rutte gli alleati europei Nato e il Canada «stanno già oggi spendendo somme pari complessivamente al 4% del loro Pil in difesa e sicurezza». L’obiettivo è il 5% entro il 293 e «vediamo già progressi trasformativi. Qui ad Ankara, mi aspetto che le nazioni presentino piani chiari, concreti e credibili per raggiungere l’obiettivo del 5%». Hanno speso «quasi il 20% in più per la difesa di base rispetto all’anno precedente. Nel biennio ’25-‘26 si tratta di 258 miliardi di dollari di investimenti aggiuntivi. E la tendenza continua».
Industria della difesa e Nato 3.0
L’obiettivo è anche «una base industriale molto più solida. Dopo anni di sottoinvestimenti, stiamo sviluppando capacità militari reali. Stanno assumendo un ruolo di leadership più importante all’interno della struttura di comando e controllo della Nato. Tutto ciò dimostra un vero e proprio cambiamento di mentalità». Dai piani di difesa ai droni, dai finanziamenti ai missili e agli intercettori. È la famosa Nato 3.0.
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All’innovazione, al superamento della frammentazione delle industrie della difesa nazionali e allo snellimento della burocrazia sarà dedicata una sessione speciale del summit (Forum della defence industy). Saranno tre i dossier principali del vertice: le spese per la difesa, le sinergie industriali nel settore, il sostegno all’Ucraina. Zelensky sarà ad Ankara dove avrà un bilaterale con Trump.
Nella Dichiarazione finale, già adottata a livello degli sherpa, si legge nero su bianco che l’Alleanza conferma il sostegno militare all’Ucraina: 70 miliardi nel 2026 e altrettanti nel 2027. Le future mosse di Vladimir Putin sono un altro piatto del menu. L’aumento degli attacchi su Kiev e il timore di un’azione ostile a uno dei Paesi della Nato (ad esempio la Polonia) sarà il quarto dossier sul tavolo. «I continui attacchi dimostrano che Putin è alla disperazione» ha detto Rutte.





























