12 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Ago, 2026

Quando la fonte si chiama «fratello»: Ranucci-Lavitola e il confine del giornalismo

Sigfrido Ranucci

Le carte dell’inchiesta raccontano un rapporto molto stretto tra Ranucci e Lavitola. Il punto non è la colpevolezza del giornalista, esclusa dagli atti, ma il confine tra rapporto con una fonte e prossimità capace di mettere in gioco la credibilità


C’è un dettaglio inquietante nella vicenda dell’attentato ai danni di Sigfrido Ranucci. Non è una parola, non un’indiscrezione né una sfumatura. È una fotografia: quella in cui il conduttore di “Report” sorride con Valter Lavitola e Gomes Clesio Tavares, i due che avrebbero rispettivamente organizzato il raid del 16 ottobre scorso e reclutato la banda incaricata di piazzare l’esplosivo.

Quella immagine non colpisce per la prossimità tra la vittima e i presunti pianificatori dell’attentato. La storia è costellata di casi in cui il legame tra due persone – familiare, affettivo, ideologico – non basta per evitare che una faccia del male all’altra. Quella fotografia, però, dovrebbe suscitare una serie di interrogativi.

Qual è il limite nei rapporti tra un giornalista e la sua fonte? Fin dove può spingersi questa relazione? E quale prezzo si paga per coltivare legami con personaggi discutibili nella speranza di ricavare uno scoop?

Un’amicizia fraterna

L’inchiesta condotta dalla Procura di Roma lascia pochi dubbi sul rapporto instauratosi tra Ranucci, cronista di lungo corso, e Lavitola, faccendiere per anni al centro di oscure trame politiche e frequentatore delle patrie galere. Entrambi si definiscono «amici». Anzi, Lavitola si riferisce a Ranucci parlandone come «migliore amico» o gli si rivolge dandogli addirittura del «fratello».

Lo stesso gip che ha ordinato l’arresto dell’imprenditore parla di un «legame profondo» tra lui e il giornalista. Tanto profondo che Ranucci, oltre a cenare più volte con Lavitola nell’ormai famoso bistrot nel quartiere romano di Monteverde vecchio, gli avrebbe persino inoltrato i messaggi del dirigente Rai Paolo Corsini sull’andamento di “Report”, così da condividere preoccupazioni e ottenere suggerimenti.

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Benefici bipartisan

L’amicizia ricostruita dai magistrati e descritta dagli stessi protagonisti in più di un’intervista, però, si è rivelata ben presto interessata. Da una parte e dall’altra. È plausibile, infatti, che Lavitola progettasse per sé un futuro da braccio destro di Ranucci, una volta che quest’ultimo fosse stato eletto in Parlamento o fosse entrato addirittura a Palazzo Chigi sotto la spinta del clamore scatenato dall’attentato. Di sicuro il faccendiere dice di aver ottenuto da Ranucci «qualche dritta sul carbon credit» in vista di un possibile investimento economico.

Nello stesso tempo, però, il giornalista non ha fatto mistero di aver coltivato il legame con Lavitola nella speranza di centrare qualche scoop. Magari intervistando l’ex senatore Marcello Dell’Utri, in passato tra i più stretti collaboratori dell’ex premier Silvio Berlusconi e condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, con cui il faccendiere intratterrebbe ancora buoni rapporti.

In gioco la credibilità

Ora, posto che non c’è alcuna prova del fatto che Ranucci sia in qualche modo complice di Lavitola, sorge la domanda: può la ricerca dello scoop giustificare la frequentazione di personaggi di una determinata risma? Certo, ogni giornalista sogna di imitare Bob Woodward e Carl Bernstein, i cronisti del Washington Post che negli anni Settanta sollevarono il caso Watergate che portò poi alle dimissioni del presidente americano Richard Nixon. E ogni giornalista, nella sua carriera, ha annoverato tra le proprie fonti “gole profonde” dalla fedina penale non sempre immacolata. Non tutti, però, hanno varcato quella soglia oltre la quale un trasparente e fecondo rapporto con la propria fonte degenera in una relazione pericolosa per la credibilità del cronista, della categoria e del giornalismo d’inchiesta.

La dissoluzione del mito Report

Perché è questo l’effetto collaterale dell’amicizia tra Ranucci e Lavitola. Più grave persino della bomba sotto casa, di due automobili distrutte e di mesi vissuti in un clima di paura e sospetto, infatti, c’è la parabola di un giornalista che ora vede inevitabilmente messa in discussione la bontà del proprio lavoro.

Ma c’è anche una trasmissione televisiva del servizio pubblico fino a poco tempo fa giudicata alla stregua di un oracolo e adesso delegittimata non solo dai metodi seguiti, ma anche dalla prossimità di personaggi come Lavitola. E c’è, soprattutto, il giornalismo d’inchiesta che da “cane da guardia del potere”, ruolo imprescindibile in una democrazia liberale, si trasforma in flusso di notizie a uso e consumo del faccendiere di turno.

A tavola col diavolo

Dunque Ranucci avrebbe fatto meglio a tenersi alla larga da Lavitola? Non c’è dubbio. Così come i vertici della Rai farebbero bene ad accendere un faro su quel sottobosco di sedicenti professionisti e più o meno riconosciuti mestatori ai quali troppo facilmente si assegna la veste di consulenti e dai quali bisognerebbe invece tenersi a distanza, anche per una banale questione di opportunità. Un proverbio inglese recita: si può anche mangiare la minestra in compagnia del diavolo, a patto che il cucchiaio sia sufficientemente lungo. Ecco, sarebbe il caso che tutti gli operatori dell’informazione, a cominciare da quelli che lavorano per il servizio pubblico, osservassero un simile suggerimento. Soprattutto quando si cena in certi bistrot.

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