Interrogato a Roma Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci; si difende: non sono stato io
Bomba o non bomba, l’Italia resta un rebus. Un Paese dove le piste si intrecciano ai depistaggi mentre le verità giudiziarie sembrano contenere almeno due racconti: quello delle carte e quello delle chiacchiere. E quasi mai coincidono. L’ultimo cortocircuito è quello che ruota attorno a Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, già condannato per tentata estorsione ai danni di Berlusconi. Due ore davanti ai magistrati della Procura di Roma, poi l’uscita da una porta secondaria di piazzale Clodio, senza dichiarazioni ai cronisti. Dentro, però, Lavitola ha affidato ai pm una versione netta: «Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente». Dichiarazioni spontanee, poi la scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Si è detto sconvolto dall’accusa di essere il presunto mandante dell’attentato contro il conduttore di Report; parla di un rapporto di «fraternità» con Ranucci; respinge anche il sospetto sul presunto intermediario Gomes Clesio Tavares, il suo factotum camerunese. Non lo avrebbe mandato lui in Camerun, sostiene: vive spesso lì e oggi sarebbe nel Paese d’origine per affari legati ai carbon credit. Quanto al sopralluogo nei pressi della casa del giornalista, la spiegazione è semplice: «Ci andavo spesso a trovare Ranucci».
La posizione di Corsini
Sarà la magistratura a verificare se questa ricostruzione reggerà. Per ora resta la contestazione della Procura, che ipotizza un ruolo di mandante nell’attentato del 16 ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista, mentre telefoni e computer sequestrati dovranno dire se esistono riscontri oppure no. Il movente, però, continua a essere il grande buco nero dell’inchiesta.
Ma mentre l’indagine giudiziaria procede, quella interna alla Rai sembra correre ancora più veloce. Ed è qui che la vicenda assume contorni surreali. Perché il bersaglio non è più soltanto chi avrebbe piazzato una bomba, ma lo stesso giornalista che quella bomba l’ha subita. Il direttore degli Approfondimenti Rai, Paolo Corsini, sceglie infatti di intervenire con parole pesanti come pietre. Dice di aspettare la magistratura, ma aggiunge che poi chiamerà Ranucci perché «deve chiarire questa vicenda inquietante». Fin qui nulla di anomalo. Poi, però, arriva l’affondo: «Se avessero usato il metodo Report per questa storia, Ranucci sarebbe già al gabbio. Se fosse capitato a me sarei già crocifisso». Frasi destinate ad alimentare uno scontro che covava da tempo.
La vittima bersagliata
Corsini insinua il dubbio che la bomba fosse “farlocca”, e nel contempo assicura di essere garantista. Ricorda che Ranucci, allo stato, resta parte lesa (sua figlia ha rischiato di essere ferita nell’attentato, la sua auto è andata distrutta e gli hanno triplicato la scorta) . Garantisce anche che Report non rischia la chiusura e continuerà a essere nei palinsesti Rai, eventualmente perfino con un altro conduttore (Mottola). Ma il messaggio politico e aziendale è ormai partito. Il direttore e il volto simbolo dell’informazione investigativa del servizio pubblico si ritrovano uno contro l’altro. Una scena difficilmente immaginabile fino a pochi mesi fa. Il giornalista vittima di un attentato, finisce contemporaneamente sotto il fuoco delle polemiche interne alla sua azienda. Cose mai viste. Già perché questa storia continua a produrre paradossi. Da una parte la Procura indica un presunto mandante. Dall’altra Ranucci continua a sostenere di non credere che Lavitola, possa aver voluto colpire lui e la sua famiglia. In mezzo, indiscrezioni, ricostruzioni, ipotesi, strane amicizie.
I retroscena
Nel frattempo continuano a circolare retroscena ai limiti della fantapolitica. C’è chi racconta che l’attentato avrebbe dovuto accrescere la popolarità di Ranucci per prepararlo alla guida del campo largo, progetto che l’ex editore de L’Avanti! avrebbe fantasticato tra una frittura e un arrosto di pesce nel suo bistrot di Monteverde. Uno scenario che appare poco credibile. Lo stesso Ranucci ha sempre escluso qualsiasi discesa in politica e una simile candidatura si scontrerebbe con gli equilibri del centrosinistra e con antichi dissapori, a partire da quelli con Matteo Renzi, riemersi dopo il servizio di Report sull’incontro tra il leader di Italia Viva e l’ex 007 Marco Mancini. Alla fine resta la sensazione che accompagna ormai troppe vicende italiane. Le indagini cercano prove, il dibattito pubblico produce sentenze, la politica tira ognuno dalla propria parte e perfino dentro la Rai le rese dei conti sembrano prevalere sull’attesa della verità. Bomba o non bomba, l’Italia continua a essere un Paese dove il rumore delle interpretazioni rischia di coprire quello dei fatti.































