29 Ott, 2026

Palazzo Chigi confonde i desideri con la giustizia

Youssef Siher

La mancata convalida del fermo di Youssef Siher e la reazione della premier riaprono una questione fondamentale: la distanza tra sospetto e prova. Perché il compito dei giudici non è confermare la narrazione del potere


Che Youssef Siher sarebbe stato scarcerato non può sorprendere chi avesse letto con po’ d’attenzione e con mente libera le terribili notizie sul suo conto. Sorprendente è qualcos’altro. Sorprendente, direi scandalosa, era stata piuttosto la rapidità con cui nei giorni scorsi governanti e giornalisti avevano trasformato un giovane pubblicista nel protagonista di una storia di colpevolezza sulla base di ipotesi investigative costruite intorno ad alcuni suoi post su Telegram.

Messaggi che inneggiavano alle manifestazioni quando gli scontri si erano già verificati, senza che fosse dimostrato un rapporto causale con le violenze pregresse, né che l’attività propagandistica di Siher avesse concretamente orientato condotte successive o potesse produrne in futuro.

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La vicenda è inquietante. Quando la parola viene trattata come se fosse già un’azione, e un’opinione viene caricata di una responsabilità che deve ancora essere dimostrata, si affaccia il fantasma del reato d’opinione.

La scarcerazione di Siher e la reazione di Meloni

La scarcerazione di Siher è il momento in cui la narrazione costruita intorno a lui ha incontrato per fortuna un primo limite. La giudice non ha convalidato il fermo: l’inchiesta prosegue e sue eventuali responsabilità dovranno essere accertate. Ottima notizia per la nostra democrazia: la rappresentazione pubblica del giovane come figura pericolosa non doveva e non poteva sostituire ciò che deve essere provato. Il presidente del Consiglio ha reagito alla decisione della magistratura come se la liberazione dell’indagato costituisse una smentita della propria linea sulla sicurezza, lanciando contro Siher accuse che neanche il pm aveva formulato, e cioè che fosse stato lui a fomentare gli scontri del 17 ottobre a Milano.

Si sono accodati alla Meloni molti altri esponenti di rilievo del governo e la stampa di destra ha già iniziato una campagna di delegittimazione nei confronti della gip milanese.

La scena mediatica è semplice e alquanto sgradevole: le aspettative del governo vengono disattese e il suo capo (con il solito seguito di ministri, portaborse e giornalisti amici) manifesta il proprio disappunto. Dietro questa apparente semplicità si nasconde però una questione più seria: la difficoltà di accettare che i fatti possano sottrarsi alla rappresentazione che il potere cerca di affermare.

Ogni provvedimento di questa destra securitaria aspira a diventare un’immagine, ogni legge una promessa, ogni arresto una dimostrazione di efficacia. Il punto è che il compito dei giudici non è completare la narrazione avviata dal governo, ma verificare se corrisponda ai fatti.

Il confine tra parola, intenzione e azione

Il caso Siher rende la contraddizione evidente. Le accuse riguardano il significato e i possibili effetti, tra l’altro non verificatisi, di comunicazioni sui social. In situazioni simili il confine fra parola, intenzione e azione deve essere tracciato con precisione. Una società democratica non può ignorare che le parole possano incitare alla violenza ma neanche può considerare ogni linguaggio radicale come una violenza già compiuta.

Fra questi estremi si apre lo spazio, tutt’altro che comodo, del giudizio. Non occorre condividere le idee dell’indagato per chiedersi se le accuse siano fondate. La simpatia è una categoria sentimentale, la responsabilità penale una questione di prove. È facile riconoscere i diritti di chi ci somiglia, di chi parla la nostra lingua culturale, di chi appartiene alla comunità nella quale ci riconosciamo.

La prova consiste nell’accettarli quando riguardano qualcuno che ci inquieta, che giudichiamo ostile o che vorremmo vedere punito per come si veste, per il cognome che porta o per la razza a cui appartiene. Altrimenti il diritto non è più un principio comune, ma una forma di preferenza.

D’altro canto, la sicurezza è diventata una delle grandi scenografie del nostro tempo. Promette un mondo nel quale ogni minaccia sia riconoscibile e ogni paura placata attraverso una norma. Ma la società reale è più ambigua della rappresentazione meloniana.

Il conflitto non si lascia eliminare con un decreto e il dissenso non può essere ricondotto alla grammatica dell’ordine pubblico. Quando questo accade, si smette di interrogarsi sulle cose che accadono nella realtà e ci si occupa soltanto della propria visibilità.

Lo Stato di diritto e la distanza tra sospetto e prova

La scarcerazione di Siher interrompe per un istante questa scenografia. Ricorda che fra l’allarme e la responsabilità, fra il sospetto e la prova, fra la volontà di punire e la possibilità di farlo esiste una distanza che nessuna indignazione può abolire. È una distanza fragile, esposta alla pressione dell’opinione pubblica e alla tentazione di trasformare ogni decisione in una prova di forza. La questione, allora, è invitare il governo ad accettare che l’esito di un procedimento giudiziario non coincida con la rappresentazione che ha costruito. La democrazia richiede questa capacità di sopportare la smentita e di riconoscere che nessuna istituzione possiede l’intero significato dei fatti.

La solidità dello Stato non si misura dal numero delle persone che riesce a punire, né dalla rapidità con cui traduce la paura in una risposta penale. Si misura dalla capacità di lasciare aperta la discussione su ciò che non è stato dimostrato e di tollerare che un giudizio resti incompiuto o che contraddica le attese di una maggioranza temporanea. Lo Stato di diritto possiede una forza meno spettacolare, forse persino meno redditizia sul piano politico. Ma è quella che impedisce alla legge di diventare la rappresentazione della volontà di chi governa e alla libertà di ridursi a un permesso concesso a chi non disturba.

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