Negli Usa, a meno di una settimana dal voto delle midterm, i sondaggi preannunciano una disfatta repubblicana alla Camera e sfide al fil di rasoio nei fortini rossi del Senato, mentre la Casa Bianca evoca scenari di guerra in Iran.
Mentre il giorno delle elezioni di medio termine si fa sempre più vicino, ieri il Wall Street Journal riportava che il governo degli Stati Uniti avrebbe comunicato a diversi Paesi arabi del Golfo di tenersi pronti per una campagna militare breve e intensa contro l’Iran, proprio a partire dal termine delle elezioni. Il Presidente americano Donald Trump non ha d’altra parte mai fatto mistero del fatto che l’esito delle consultazioni. Che secondo quasi tutti i sondaggi saranno fortemente sfavorevoli al Partito Repubblicano, influenzeranno la sua decisione nei riguardi della Repubblica Islamica.
Il Gop in difficoltà
La situazione, a meno di una settimana dal voto, appare ormai compromessa per il Grand Old Party (Gop) alla Camera dei Rappresentanti. Dove nemmeno le machiavelliche operazioni di gerrymandering – il processo di ridisegnamento delle mappe elettorali degli Stati per eleggere i deputati – sembrano essere bastate per evitare la presa della Camera bassa del Congresso da parte del Partito Democratico.
Si giocherà invece sul filo del rasoio la sfida al Senato, dove la mappa elettorale di queste consultazioni avrebbe in teoria dovuto consegnare un appoggio sicuro per i repubblicani, visto che dei 35 Stati in cui verranno eletti altrettanti senatori, almeno 17 erano considerati fino a poco tempo fa dei sicuri “fortini rossi”. La sciagurata guerra mediorientale, con le sue conseguenze economiche, ha rimescolato le carte. Stati fortemente conservatori come Alaska, Kansas e Texas vengono ora considerati campi di battaglia in cui i candidati democratici vengono dati dai sondaggi alla pari se non in leggero vantaggio rispetto alle controparti del Gop. Anche per questo, Trump sta impiegando molto del suo tempo nelle ultime settimane per fare campagna elettorale in questi inaspettati “terreni di scontro”.
Il fattore James Talarico in Texas
L’altro ieri il Presidente era in Texas, dove il repubblicano Ken Paxton viene dato in difficoltà nei sondaggi rispetto al candidato democratico James Talarico. Il seggio del Lone Star State è di cruciale importanza per gli equilibri del Senato. Non a caso quella di Trump è la quarta visita nell’arco di due mesi in Texas, a conferma dell’importanza della posta in gioco. Talarico, 37enne ex insegnante di scuola media e studente di teologia, si presenta infatti con un profilo particolare. Ovvero quello di un populista economico influenzato dalla dottrina sociale cristiana. Questo gli permette di parlare sia alla base progressista delle grandi città sia all’elettorato moderato o religioso delle aree rurali, storicamente repubblicane. Proponendo l’innalzamento del salario minimo, aiuti alle famiglie e il contrasto ai grandi monopoli aziendali.
Se le difficoltà del Gop in Texas, Alaska, Kansas e Ohio ben raffigurano le sciagurate decisioni di politica estera dell’amministrazione, la corsa senatoriale nello Stato del Michigan dimostra invece come il Partito Democratico potrebbe vincere le midterm nonostante la sua profonda disorganizzazione. Anzi, sarebbe forse più corretto parlare di una lotta per l’anima del partito. Il quale nel candidato senatore del Michigan, Abdul el-Sayed, vede una lotta all’ultimo voto con il candidato repubblicano moderato Mike Rogers. Lo Stato della Rust Belt era fin qui considerato unanimemente un “fortino blu” (almeno nelle elezioni senatoriali). I recenti sondaggi danno invece un sostanziale testa a testa.
I dilemmi della sinistra dem
Il motivo è semplice: El-Sayed appartiene alla corrente più di sinistra del partito democratico, quella “socialista” di Bernie Sanders e di Alexandra Ocasio-Cortez. Una corrente che negli ultimi anni ha acquisito sempre più consenso tra gli elettori dem, esemplificata dalla vittoria di Zohran Mamdani a New York. La quale tuttavia affronta non poche difficoltà ad uscire dal suo elettorato di riferimento, ovvero quello delle grandi città, in particolare quelle costiere. Un eventuale sconfitta di El-Sayed renderebbe difficilissima la conquista del Senato da parte del Partito Democratico, che dovrebbe quindi accontentarsi della Camera. Ma ancor più grave, getterebbe in una confusione ancor maggiore i vertici del Partito, perché dimostrerebbe che l’ala più “estrema” dei dem non è in grado di conquistare quell’elettorato moderato senza il quale risulta impossibile vincere le elezioni presidenziali.
In fin dei conti, disorganizzazione a parte, i dem hanno potuto contare su una “campagna elettorale” fatta per loro conto dallo stesso Donald Trump. Che con la guerra, le gaffe e i raid dell’Ice ha fatto di tutto per mettere in discussione delle elezioni che dovevano essere una formalità. L’amministrazione Trump, nel frattempo, ha emesso oltre 100 mandati di comparizione a dipendenti federali per richiedere i dati relativi a decine di migliaia di elettori in almeno una dozzina di Stati, volta a scoprire prove di voti illegali espressi da persone che non sono cittadini statunitensi. Se ciò basterà a evitare la sconfitta de Gop, lo diranno le urne.






























