28 Ott, 2026

Harry Kane, il Pallone d’Oro della porta accanto

Harry Kane in un video con se stesso bambino

Dai provini falliti al Tottenham, dai gol senza trofei al trionfo con il Bayern. Harry Kane ha continuato a crederci senza perdere la semplicità. La famiglia, il calcio e l’impegno per la salute mentale raccontano un campione fuori dagli schemi non dalla normalità


L’uomo dal Pallone d’Oro, semplicemente Harry Kane, o @harrykane come sanno i suoi più di 20 milioni di follower su Instagram, ha appena postato un’immagine, tra i tanti baci dati al trofeo appena ricevuto nella «sua» Londra, dove è avvenuta, in insolita trasferta e meravigliosa coincidenza, la consegna.

L’immagine è una sequenza di Harry seduto per terra come un qualunque papà vestito da casa o da sport che sorride a un bambino in tuta alla sua sinistra (quanto gli somiglia! Dicono sia Louis, il più grande dei figli suoi e di Katie) e, poco più in là, sta, posato sul pavimento, il Pallone d’Oro.

Ma puoi immaginarti che Louis faccia la parte di Harry, perché il testo recita, con il titolo «Keep believing», cioè «continua a crederci», sovrastato da un’idea («se potessi dirgli una cosa»), «al bambino che non ha mai smesso di crederci».

Sì, Louis, se è lui, è Harry: ritorno al futuro. C’è un «Doc» da qualche parte. C’è anche, in giro per il web, un’altra immagine: Harry a 12 anni, nel 2005, che sorride nella foto ricordo scattata accanto al campione del suo cuore, David Beckham, il giorno che quest’ultimo apriva la sua Academy (non erano ancora giorni da selfie), e con loro c’è una bambina, l’amichetta, del cuore anche lei. È Katie. Sarebbe diventata e – udite udite! – lo è ancora, sua moglie.

Il ragazzo che non ha mai smesso di crederci

Era grassoccio l’adolescente Harry, perciò il papà lo portava da un provino all’altro e per via di quei chili di troppo e di quell’esprimersi nel più stretto «cockney», l’inglese del popolo che ognuno pronuncia le parole come vuole ed è di difficile comprensione (mica tutti vanno a Eton, il college dove crescono i ragazzi di casa Windsor, che poi magari ti spunta un altro Harry…) era un vagabondare dall’Arsenal in giù.

Ne prendiamo altri, grazie, dissero i Gunners. Ma «keep believing», continuò a crederci e stava per crederci, raccontano, anche l’allora presidente del Livorno Aldo Spinelli che confidò «stiamo per prendere un ragazzo inglese, Kenna o Kanne non so come si chiama».

Sarebbe costato 500 mila euro: sai che plusvalenza l’avessero fatto! E invece conclusero per Emeghara. Ci credettero anche al Tottenham: «Guardate che è il Tottenham…» avvertì l’Arsenal papà Kane. E quelli: «Andateci».

Segnava, Harry Kane. Segnava tanto ma vinceva poco: passavano gli anni al Tottenham (sulla carta all’inizio: era un trottolino dei prestiti, al Leyton Orient, al Millwall, al Norwich City, al Leicester City) e Harry la buttava sempre dentro facendo la felicità di casa, che erano tutti tifosi degli Spurs. Era sempre il runner up, il secondo di qualcosa, fosse la Premier, la FA Cup o un altro campionato, o un’altra coppa.

Continuava a crederci, e il Bayern con lui. È stato allora che il «perdente di successo» è diventato anche un vincente, oltre ad essere rimasto il bomber che è sempre stato: 73 gol su 65 partite nell’ultima stagione, quella dell’oro di adesso, in maglia rosso Bayern o bianca d’Inghilterra, con la quale ha preso il bronzo al mondiale trumpinfantino, che è il miglior risultato dei Tre Leoni alla World Cup dal 1966, l’anno che «la Regina d’Inghilterra era Pelé» e quello del gol fantasma.

Il vero eccesso è non averne

Sì, il gol è l’unico eccesso che si è concesso Harry Kane, in un mondo che ha fatto dell’esagerazione la sua cifra: e se fosse, come per l’attesa e il piacere, che il vero eccesso è non averne? Finire «sui giornali» solo perché si porta fuori il cane e non la bellona uscita da OnlyFans, svestita al punto giusto? Andare alla serata del Pallone d’Oro in classico smoking e non con una gigantesca fioritura rosa sul petto come una medaglia al valore e un fratellino agghindato di tutto punto (e che, vivaddio, s’addormenta in poltrona)?

Non girare per squadre, locali, relazioni più o meno torbide «io sono Mbappé» e restarci male perché il «Ballon d’Or» non è tuo (anche Yamal era ingrugnato la sua parte)? Se fosse che sei il vero ragazzo della porta accanto, la porta di calcio, la porta di fronte in questo caso, e che questa fosse la ragione del successo?

C’è un ritorno alla normalità che sembra «pagare» e lascia intravedere un futuro diverso e forse migliore. Ci sono Kimi (Antonelli), Greg (Paltrinieri), Nadia (Battocletti). Ci sono, se vogliamo guardare al calcio nostro che stiamo giocando, la Lazio e il Frosinone. I campioni e le squadre «normali», i ragazzi e le ragazze che ti possono affiancare al semaforo, nuotare nel tuo mare di Ostia, correre per le tue montagne del Trentino, giocare nel campetto se ne hai ancora uno sotto casa. Storie di tutti i giorni, canterebbe Fogli.

La fondazione e la salute mentale

I campioni che, come Harry Kane, il giorno del trionfo lanciano la «Harry Kane Foundation»: «Sono molto orgoglioso di lanciare la Harry Kane Foundation – segna l’inizio di un viaggio per me poiché la mia Fondazione mira a trasformare il pensiero di una generazione sulla salute mentale.

Voglio imparare di più, aiutare a normalizzare le conversazioni sulla salute mentale, promuovere abitudini positive che supportano il benessere mentale e affrontare lo stigma che circonda la questione. Userò il mio profilo per incoraggiare gli altri a prendersi cura della propria salute mentale, essere il meglio che possono e sapere che è ok chiedere aiuto, così come lavorare con alcune organizzazioni e cause straordinarie vicine al mio cuore. Alcune attività emozionanti verranno lanciate oggi, nel giorno mondiale della salute mentale, con altre attività da seguire».

La salute mentale, Harry, è essere come te. «L’esagerazione s’addice solo in amore» diceva Francis Bacon.

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