28 Ott, 2026

Israele, scrutinato il 72% dei voti: Netanyahu a quota 54 seggi, senza maggioranza

ll presidente israeliano Isaac Herzog

Con il 72,4% delle schede conteggiate, il premier è a quota 54 contro i 48 di Eisenkot. Il Likud primo partito, Trump rivendica la rimonta. Si apre la battaglia per formare il governo


Gli exit poll avevano dato le opposizioni in vantaggio. Lo scrutinio delle elezioni israeliane racconta invece un’altra storia: Benjamin Netanyahu è davanti, ma non ha ancora i numeri per governare.

Con il 72,4% delle schede conteggiate, i risultati parziali della Commissione elettorale centrale assegnano 54 seggi al blocco del premier uscente, 48 alla coalizione di opposizione guidata da Gadi Eisenkot e 18 ai due partiti arabi.

Nessuno raggiunge quota 61, la maggioranza assoluta dei 120 deputati della Knesset. Il risultato resta aperto, ma una cosa è già evidente: il voto non ha sciolto il nodo del futuro governo israeliano.

La notte elettorale ha ribaltato le prime proiezioni televisive, che indicavano un vantaggio delle opposizioni. Netanyahu ha recuperato terreno con il procedere dello scrutinio, mentre i partiti arabi hanno confermato un risultato di grande rilievo politico. Le elezioni del 27 ottobre, le prime dopo gli attacchi di Hamas del 2023 e tre anni di guerra, hanno registrato un’affluenza del 77,7%, la più alta da oltre un quarto di secolo. Ma la partecipazione eccezionale non si è tradotta, almeno per ora, in una maggioranza chiara.

Il Likud primo partito, Yashar insegue

Il partito di Netanyahu si conferma la prima forza politica del Paese. Sulla base delle proiezioni ricavate dallo scrutinio parziale, il Likud otterrebbe 27 deputati, contro i 21 di Yashar, la formazione guidata da Eisenkot. L’alleanza Insieme dell’ex premier Naftali Bennett arriverebbe a 11 seggi.

Il dato più importante, però, riguarda i blocchi. Nelle prime ore del mattino, quando era stato scrutinato circa metà dei voti, la coalizione di Netanyahu era accreditata di 56 seggi contro i 49 delle opposizioni e i 15 dei partiti arabi. Con l’avanzare del conteggio, il vantaggio del premier si è ridotto a 54 contro 48, mentre i partiti arabi sono saliti a 18.

Un andamento che impone cautela: i risultati sono ancora provvisori e restano da esaminare anche le schede raccolte nei seggi speciali, comprese quelle dei militari e degli israeliani che hanno votato all’estero.

Netanyahu rivendica la vittoria e rilancia sull’Iran

Netanyahu non ha aspettato la conclusione dello scrutinio per parlare ai sostenitori del Likud. Ha rivendicato il primato del suo partito e chiesto la formazione di un ampio governo di destra nazionale. Il premier ha sostenuto che la sua coalizione dispone di una maggioranza, ma i dati parziali disponibili non confermano questa affermazione.

Il suo messaggio politico è rivolto anche agli avversari: impedire che nasca un esecutivo sostenuto dai partiti arabi. Durante la giornata elettorale Netanyahu aveva già cercato di mobilitare l’elettorato di destra denunciando presunti tentativi di alterare il voto, senza che le autorità elettorali segnalassero irregolarità diffuse.

Nel discorso della notte il premier ha inoltre riportato al centro il confronto con Teheran, evocando una possibilità storica di eliminare, insieme agli Stati Uniti, la minaccia iraniana.

Parole che si inseriscono in una fase di forte tensione regionale e che hanno provocato la reazione di Eisenkot, preoccupato che le decisioni sulla sicurezza nazionale possano essere condizionate dalla battaglia politica interna.

Trump si attribuisce il merito della rimonta

A intervenire nel confronto è stato anche Donald Trump. Il presidente americano, che durante la campagna elettorale aveva sostenuto apertamente Netanyahu, ha pubblicato su Truth Social un messaggio in cui attribuisce al proprio endorsement il recupero del premier israeliano.

«Quando il presidente Trump ha dato il suo sostegno a Bibi Netanyahu, la situazione si è completamente ribaltata e ora, invece di una sconfitta netta per un grande primo ministro, sembra profilarsi una situazione di stallo dopo una grande rimonta, o addirittura una VITTORIA per Netanyahu. Tutto questo è avvenuto DOPO il sostegno del presidente Trump, che vuole soltanto ciò che è bene per il Medio Oriente, Israele e gli Stati Uniti d’America!» Irving C. Schwartz

Secondo Trump, il suo sostegno avrebbe contribuito a trasformare una sconfitta annunciata in una situazione di sostanziale equilibrio, se non in una possibile vittoria. Una lettura politica rivendicata dalla Casa Bianca, mentre lo scrutinio resta incompleto e nessuna coalizione dispone ancora della maggioranza parlamentare. Inoltre il presidente non ha chiarito l’identità di Irving C. Schwartz, il nome con cui è firmato il messaggio rilanciato su Truth Social. Lo confermano The Jerusalem Post e El País.

Il rapporto con Washington pesa anche sulle prospettive del prossimo governo. Netanyahu considera l’intesa con Trump un elemento centrale della propria strategia regionale, in particolare nei confronti dell’Iran. Eisenkot, dal canto suo, ha ammonito il premier a non utilizzare le questioni di sicurezza per finalità politiche durante la fase di transizione.

I partiti arabi a quota 18: il problema per entrambe le coalizioni

Una delle principali novità del voto è il rafforzamento della rappresentanza araba alla Knesset. Con il 72,4% delle schede scrutinate, la Lista Comune e Ra’am, guidato da Mansour Abbas, otterrebbero complessivamente 18 seggi. È un risultato sostenuto dall’elevata affluenza degli arabi israeliani e superiore alle aspettative di molte rilevazioni precedenti al voto.

Questi deputati potrebbero diventare determinanti nella formazione del governo. Ma la loro presenza non equivale a un’alleanza automatica con Eisenkot. L’ex capo di Stato maggiore e diversi esponenti dell’opposizione hanno finora mostrato forti resistenze all’ipotesi di governare con i partiti arabi.

Una posizione diversa è stata espressa da Yair Golan, leader dei Democratici, che ha invitato le opposizioni a cercare anche sostegni esterni pur di costruire una maggioranza alternativa. Il nodo non riguarda soltanto i numeri, ma la disponibilità delle diverse forze politiche a sottoscrivere un accordo, anche limitato al sostegno parlamentare.

Il governo resta un’incognita, la decisione passerà da Herzog

La conclusione dello scrutinio non coinciderà necessariamente con la nascita del nuovo esecutivo. In Israele gli elettori scelgono i partiti, non direttamente il primo ministro. Spetterà al presidente Isaac Herzog, dopo aver consultato le forze rappresentate alla Knesset, individuare il leader al quale affidare l’incarico di formare un governo.

La scelta non dipenderà soltanto da quale partito avrà ottenuto più seggi, ma dalle possibilità concrete di costruire una maggioranza. Netanyahu potrà cercare di ricompattare i suoi alleati di destra e ultraortodossi. Eisenkot dovrà invece verificare se esistano le condizioni per un’intesa tra le diverse componenti dell’opposizione e per un eventuale sostegno dei partiti arabi.

Nel dibattito politico israeliano è riemersa anche l’ipotesi di un governo di unità nazionale, che riunisca forze oggi contrapposte. Una soluzione complessa, soprattutto dopo una campagna elettorale segnata dalle accuse reciproche sulle responsabilità per il 7 ottobre e sulla gestione della guerra.

Se nessuno riuscirà a ottenere la fiducia della Knesset, il Paese potrebbe andare incontro a un’altra lunga fase di instabilità e, in ultima istanza, a nuove elezioni. Per ora il dato politico è questo: Netanyahu è avanti nello scrutinio, Eisenkot resta il suo principale avversario e la maggioranza necessaria per governare non è ancora nelle mani di nessuno.

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