27 Ott, 2026

Elezioni in Israele, affluenza record dal 1981: alle 10 il 16,68% ha già votato

I seggi aperti in Israele

Oltre 7,3 milioni di israeliani chiamati alle urne per rinnovare la Knesset nelle prime elezioni dopo il 7 ottobre 2023. La sfida tra Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot, sullo sfondo della guerra a Gaza e dei rapporti con gli Stati Uniti, può ridisegnare gli equilibri della regione. Seggi aperti fino alle 21 italiane, poi i primi exit poll. Tutti gli aggiornamenti


Israele torna alle urne per la prima volta dopo il 7 ottobre 2023 e tre anni di guerra. Si sono aperti alle 7 del mattino, le 6 in Italia, i seggi per il rinnovo della Knesset, il Parlamento israeliano.

Oltre 7,3 milioni di cittadini sono chiamati a scegliere i 120 deputati che decideranno il futuro politico del Paese. Al centro del voto c’è Benjamin Netanyahu, il premier più longevo della storia israeliana, che affronta una delle sfide più delicate della sua carriera politica. A contendergli la guida del Paese è soprattutto Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, diventato il principale riferimento dell’opposizione.

Affluenza record alle prime ore: il 16,68% ha già votato

Alle 10 del mattino in Israele, le 9 in Italia, l’affluenza ha raggiunto il 16,68%, pari a circa 1,2 milioni di elettori. Secondo la Commissione elettorale centrale, è il dato più alto registrato a quell’ora dal 1981, superiore di 0,78 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2022. Sono 12.018 i seggi aperti per circa 7,3 milioni di aventi diritto. Intanto Gadi Eisenkot, prima di votare, ha visitato il kibbutz Nir Oz insieme all’ex ostaggio Gadi Mozes, richiamando la memoria dell’attacco del 7 ottobre. A Tel Aviv i familiari degli ostaggi sono tornati in piazza per chiedere agli israeliani di votare «per il cambiamento, la giustizia e un futuro migliore».

Chi sono i candidati

Sono 36 i partiti in corsa per i 120 seggi della Knesset, ma soltanto una quindicina potrebbe superare la soglia di sbarramento del 3,25%. La sfida principale è tra Benjamin Netanyahu, 77 anni, leader del Likud e premier più longevo della storia israeliana, e Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di Stato maggiore dell’esercito, alla guida del nuovo partito centrista Yashar!. I sondaggi della vigilia attribuiscono circa 20 seggi al Likud e 22 alla formazione di Eisenkot, che ha fatto della richiesta di un’inchiesta sulle responsabilità del 7 ottobre uno dei punti centrali della sua campagna.

Ma la partita non si esaurisce nel confronto tra i due. Naftali Bennett, 54 anni, già primo ministro, guida Beyachad, l’alleanza con il partito di Yair Lapid, accreditata di circa 15 seggi. Nell’opposizione figurano anche Avigdor Lieberman, ex alleato di Netanyahu e leader della destra laica di Israel Beitenu, e Yair Golan, ex generale alla guida dei Democratici, la principale formazione della sinistra israeliana.

Un ruolo decisivo potrebbe spettare ai partiti arabi. Yousef Jabareen guida la Lista Unita, coalizione di tre formazioni accreditata di circa nove seggi, mentre Mansour Abbas, leader islamista moderato di Ra’am, potrebbe conquistare cinque deputati e diventare determinante per gli equilibri parlamentari.

Sul fronte della destra nazionalista e religiosa, Netanyahu conta sugli alleati Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader di Potere ebraico, e Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e principale sostenitore dell’espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. A questi si aggiungono i partiti ultraortodossi Shas, guidato da Aryeh Deri, e Yahadut Hatorà, rappresentato da Ya’akov Asher. Entrambi potrebbero risultare indispensabili per ricostruire una maggioranza.

Con il Parlamento frammentato e la soglia di governo fissata a 61 seggi, saranno soprattutto le alleanze successive al voto a stabilire chi guiderà Israele. Anche poche migliaia di voti, determinando l’ingresso o l’esclusione dei partiti minori, potrebbero cambiare la composizione della prossima Knesset.

Netanyahu e Ben Gvir, scontro sul futuro governo

La giornata elettorale si apre con uno scontro all’interno della destra israeliana. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir accusa Benjamin Netanyahu di aver promesso all’amministrazione americana un governo di unità nazionale con Gadi Eisenkot, dal quale verrebbero esclusi i partiti dell’estrema destra.

Sullo sfondo, le indiscrezioni pubblicate da Israel Hayom secondo cui l’amministrazione Trump sarebbe favorevole a un’intesa tra i due principali contendenti. La risposta del Likud è immediata: «Supererai la soglia di sbarramento, farai parte del nostro forte governo di destra guidato da me e continueremo a lavorare insieme per lo Stato di Israele», scrive il partito a nome del premier.

Netanyahu avverte però che anche un solo seggio in più per Eisenkot potrebbe spingere il presidente israeliano ad affidargli l’incarico di formare il prossimo governo. Una polemica che rivela quanto sia delicata la battaglia per ogni voto e per le alleanze del dopo elezioni.

Il voto assume il significato di un referendum politico sulla leadership di Netanyahu, sulla gestione della guerra a Gaza e sulle responsabilità per gli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Il premier punta a conservare il potere alla guida di una coalizione di destra e partiti ultraortodossi. Eisenkot, che ha perso un figlio nella guerra a Gaza, propone invece un cambio di governo e chiede un’inchiesta indipendente sulle falle nella sicurezza che permisero l’attacco del 2023.

La campagna elettorale ha messo a confronto due visioni profondamente diverse del futuro di Israele. Tra i temi più controversi figurano la riforma della giustizia, l’esenzione dal servizio militare per gli ebrei ultraortodossi, la gestione dei territori palestinesi e le relazioni internazionali del Paese, segnate dalle conseguenze della guerra.

I sondaggi e la battaglia per i 61 seggi

La sfida si presenta aperta. Gli ultimi sondaggi descrivono un quadro frammentato, senza una maggioranza certa per nessuno dei due schieramenti. Una rilevazione pubblicata il 22 ottobre da Zman Yisrael, testata collegata al Times of Israel, attribuiva 51 seggi a ciascuno dei due principali blocchi politici, mentre il partito Yashar di Eisenkot risultava la prima formazione con 23 deputati, davanti al Likud di Netanyahu con 21.

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Il sistema elettorale israeliano è proporzionale, con una soglia di sbarramento del 3,25%. Sono 36 i partiti in corsa, ma soltanto una parte dovrebbe riuscire a entrare alla Knesset. Per formare un governo occorrono almeno 61 seggi su 120. Decisivi potrebbero rivelarsi i risultati delle formazioni minori e l’affluenza degli elettori arabi israeliani, il cui peso potrebbe modificare gli equilibri parlamentari.

Urne aperte fino alle 21 italiane, poi gli exit poll

I seggi resteranno aperti fino alle 22 locali, le 21 in Italia. Subito dopo la chiusura saranno diffusi i primi exit poll televisivi, che offriranno una prima indicazione dei rapporti di forza, senza però stabilire necessariamente chi guiderà il prossimo governo.

I risultati definitivi saranno ufficializzati il 4 novembre. Il conteggio comprende anche i voti espressi con le cosiddette «buste doppie», utilizzate da militari, diplomatici e cittadini che votano lontano dalla propria residenza.

Alle elezioni del 2022 l’affluenza raggiunse il 70%. Secondo i dati citati dall’ANSA, alla vigilia del voto il 74% degli intervistati aveva dichiarato l’intenzione di recarsi alle urne. Un dato che, se confermato, renderebbe ancora più importante la partecipazione nella definizione degli equilibri parlamentari.

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