27 Ott, 2026

Serbia, Basciani: «Vucic ha perso, ma il movimento degli studenti è un’incognita»

Dalle proteste seguite al crollo della pensilina di Novi Sad alla sfida al sistema di potere di Aleksandar Vucic: il professor Alberto Basciani analizza la nascita del movimento studentesco in Serbia, le sue contraddizioni e gli interrogativi sui rapporti con l’Europa, la Russia e il Kosovo.


«Aleksandar Vucic ha perso sul fronte interno: è andato a sbattere contro un movimento sempre più forte che prima aveva sottovalutato e che poi aveva combattuto in maniera sporca. In questi quattordici anni, aveva creato un sistema di potere simile e forse più forte di quello di Viktor Orbán in Ungheria, con l’aggravante che non aveva i vincoli nei confronti dell’Ue che ha l’Ungheria. Negli ulti tempi aveva tentato di posizionarsi su più versanti ed è stato anche il regista occulto degli scandalosi funerali di Mladic. Ma la chiusura verso l’Europa non è mai stata completa e aveva pure incontrato il presidente ucraino Zelensky».

A parlare è Alberto Basciani, professore di Storia contemporanea presso l’Università Roma Tre dove dirige il Centro interdipartimentale di ricerca sull’Europa orientale, la Russia e l’Eurasia. Aggiunge Basciani: «Era un sistema chiuso che aveva tolto di mezzo ogni prospettiva di sviluppo moderno della Serbia. I paesi che la circondano vanno avanti: la Bulgaria, per esempio, mostra indici di crescita importanti. Viceversa la Serbia è rimasta strozzata dalle sue contraddizioni».

Poi è arrivato il tragico crollo della pensilina alla stazione di Novi Sad nel novembre 2024. Da lì comincia la cavalcata del movimento studentesco…

«Quella pensilina appena inaugurata ha dato l’idea della corruzione e del malaffare. Novi Sad, poi, è la capitale della Vojvodina, una città proiettata verso l’Europa, dove vive anche una minoranza ungherese. Non è un caso. La rivoluzione rumena nacque a Timisoara che era la parte più ricca e avanzata della Romania. Adesso dietro quella lista ci sono tanti intellettuali, economisti e persona di cultura e di esperienza. Ha qualcosa in comune con la protesta di Euromaidan in Ucraina: anche lì c’era un po’ di tutto».

La Lista degli Studenti ha vinto senza una struttura di partito classica, né un programma tradizionale, né un candidato premier designato prima del voto. Dove si colloca questa lista secondo i nostri parametri abituali?

«Non è un’inedito nei Balcani. Negli anni passati Romania e Bulgaria hanno conosciuto diversi tentativi della società civile di scendere in piazza per influenzare la politica. Lo stesso accade adesso in Albania. Il movimento di studenti serbo ha saputo puntare un obiettivo preciso: ha fatto di Vucic il centro aggregatore della protesta.

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Ora, infatti, si parla di “devucizzare” la Serbia e avviare la democratizzazione. È stata una lotta contro un sistema di potere che ha mescolato pericolosamente affari e politica. Ma il movimento non ha una connotazione precisa e questa è la sua forza».

Il movimento ha vinto, ma sarà in grado di governare?

«Non lo sappiamo. I dossier rimasti aperti potrebbero aprire delle fratture nel movimento».

Il governo uscente ammiccava all’Unione Europea ma teneva legami strettissimi con la Russia. E adesso?

«Ci avventuriamo su percorsi inesplorati. Questa lista ha avuto la furbizia strategica di non dare indicazioni precise. Quando morì Ratko Mladic ai funerali andarono poche migliaia di persone. L’anima più europeista del movimento li ha condannati e ha criticato il camaleontismo di Vucic che voleva ingraziarsi l’estrema destra, ma non c’è stata una presa di posizione esplicita».

Come la mettiamo con la Russia?

«Putin fa buon viso a cattivo gioco».

Cambierà qualcosa sulle sanzioni alla Russia e gli aiuti all’Ucraina?

«La lista non ha preso posizione chiare su questi aspetti, bisogna attenderla all’opera. Una parte importante del movimento immagina una Serbia europea integrata nelle istituzioni europee. Ma una posizione chiara non l’ho vista perché avrebbe portato frecce all’arco di Vucic. L’obiettivo era Vucic».

Il sentimento nazionalista sul Kosovo resta un dogma anche per le nuove generazioni?

«Ci può anche stare ma dovranno fare i conti con il fatto che il Kosovo è riconosciuto dalla maggioranza dei paesi più importanti e che i serbi non ci sono più. L’impronta serba è rimasta solo nelle chiese e nei monasteri. Bisognerà affrontare questo spettro».

La Lista degli studenti sembra comunque un evento inedito nella storia dell’Europa orientale…

«Si iscrive in un movimento di opinione pubblica che dopo la caduta del comunismo è stato presente nelle città con occupazioni e manifestazioni. Una parte di questa gioventù ricorda Euromaidan: si sente serba, non ha pregiudizi verso i movimenti omosessuali e, come in Ucraina, c’è chi cerca di lottare per il proprio destino e la propria libertà. Ma il caso è diverso da quello ungherese dove un partito di centrodestra ha battuto Orbán. Le reazioni di entusiasmo da parte nostra sono giustificate, ma per adesso il movimento è troppo eterogeneo per fare previsioni».

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