Il caso “Serbia” può diventare un modello positivo per le tante proteste di popolo che da due anni attraversano il mondo, dagli “scarafaggi” indiani ai Fenicotteri albanesi, dall’Africa al Nepal e ora in Francia, Spagna, Grecia e Italia
Si chiama “Gli studenti vincono” e hanno vinto gli studenti, quelli delle piazze serbe che ad un certo punto, nell’ultimo anno, hanno smesso di manifestare e hanno iniziato a strutturare, liste e programmi al posto delle proteste. C’è grande entusiasmo e non solo a Belgrado senza sapere ancora bene il perché. Piace un po’ ovunque questa ottobrata mondiale, con l’ottantenne Lula che si riprende il Brasile per il quarto mandato e studenti e professori universitari che cacciano via un piccolo autocrate serbo che da ragazzo faceva “il portavoce delle pulizie etniche” e che in quattordici anni ha fatto della Serbia un paese a libertà limitata. Per i Balcani è la svolta che manda in soffitta le guerre, le pulizie etniche, i nazionalismi.
Per l’Unione europea una partita nuova in una regione che capitali come Roma, Berlino e Vienna seguono da anni con particolare attenzione. “Il nostro giardino di casa” ripete Giorgia Meloni ad ogni bilaterale con Vucic, l’ultimo un anno fa, e ad ogni Consiglio Ue quando si parla di allargamento. Inevitabile: in Serbia operano ben 1200 aziende italiane, oltre 50.000 dipendenti per una quota rilevante del pil locale (circa il 5,5%).
Automotive, bancario, energia soprattutto nel campo delle rinnovabili e delle tecnologie energetiche (Fintel Energjia e AB Energy Srbija), agroalimentare, logistica e infrastrutture. Senza contare i giacimenti di terre rare di cui l’Europa ha enorme bisogno. Uno dei più grandi si trova nella Serbia occidentale (lungo la valle del fiume Jadar), enormi quantità di jadarite che è un minerale unico al mondo.
La multinazionale Rio Tinto punta a sviluppare la miniera per coprire una quota significativa della domanda europea di batterie per veicoli elettrici. Ma le proteste popolari, in difesa dell’ambiente, hanno finora fermato il progetto su cui recentemente è stato ripreso il dialogo. Senza certezze.
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La sfida europea della Serbia
Messo tutto questo sul tavolo, la domanda ora è: il ceffone serbo è anche europeista? L’ombelico serbo può riflettere anche i valori occidentali? Dove andrà, insomma, la Serbia guidata dalla Lista degli studenti? Tutte domande a cui ancora, in franchezza, è difficile dare una risposta visto che oltre la vittoria di certo c’è ancora poco. Siamo al grillismo serbo? Né di destra né di sinistra, purché sia potere al popolo? Nel programma elettorale in undici punti c’è molta lotta alla corruzione ma poca Europa.
Ilija Srdanović, 56 anni, professore universitario alla Facoltà di Medicina di Novi Sad, e primo candidato della lista, ha spiegato che “la prima cosa da fare è ripristinare la fiducia nelle istituzioni. Le nostre priorità saranno i cittadini e le risposte alle loro domande. I problemi principali sono la corruzione, i furti, la mancanza dello stato di diritto e la libertà di stampa. Saremo al servizio del popolo”.
Che adesso vuole prima di tutto l’entrata in vigore della “legge sull’origine e la confisca dei beni acquisiti illegalmente, la lustrazione dei funzionari pubblici in odore di corruzione, la liberalizzazione dei media, la liberalizzazione dei tribunali e della procura”.
Serviranno, ha detto il docente, “strategia, tempo e perseveranza per cambiare questo paese di cui non conosciamo ancora bene i danni subìti in questi trent’anni”. Nella lista ci sono professori ma anche attori e celebrities serbe. Il grande attore Tihomir Stanic ha rassicurato sull’Europa: “Il programma ha tutti valori europei”.
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La vittoria degli studenti e la sconfitta di Vucic
L’affluenza ha sfiorato il 70% degli elettori. La Lista degli studenti (Studentsksa Lista) ha ottenuto il 52% dei voti, la maggioranza assoluta del Parlamento. Il Partito del progresso (Sns) di Vucic solo il 39,3%. Parliamo di 139 seggi agli “studenti” e 104 alla ex maggioranza. Una Caporetto. Non c’è dubbio che sul risultato abbia pesato la decisione dei principali partiti di opposizione di ritirare le proprie liste per evitare dispersioni di voti, un voto utile spinto da tutti coloro che dopo quattordici anni volevano il cambiamento. E qui, se qualcuno avesse voglia, ci sarebbe forse da imparare qualcosa su come si mettono insieme coalizioni vincenti. In grado di governare, poi, vedremo.
Poco dopo il discorso dello sconfitto, gli studenti hanno affidato ai social un messaggio breve: “La Serbia è libera”. Se Srdanović, presidente della lista, ha detto di essere orgoglioso di chi ha saputo dire “no” a un tiranno e ha parlato di un cammino “verso una Serbia civile e migliore”, Radomir Saičić, docente di chimica e candidato, è stato più pragmatico: “La vittoria dimostra che non ci si deve mai piegare ad un potere ma ricordiamoci che adesso inizia il vero lavoro”.
Dalle proteste di Novi Sad alla conquista del Parlamento
Il movimento degli studenti nasce dal crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad. Era il primo novembre 2024, morirono sedici persone. Da allora gli studenti hanno bloccato per mesi le università e organizzato manifestazioni in tutto il paese (il porta a porta “Uno studente per villaggio” l’iniziativa più brillante) chiedendo giustizia e la separazione dei poteri, la fine dell’autocrazia.

Alle urne si sono presentati con 250 candidati, sotto il nome di “Lista studentesca – Gli studenti vincono”. Vučić li ha bollati da subito come “esecutori di un lavoro sporco orchestrato da altri per rovesciare uno Stato sovrano”. Da Bruxelles è arrivato primo il post di Ursula von der Leyen e di Antonio Costa: “Siamo pronti a sostenere le riforme sullo stato di diritto, la libertà dei media, la lotta contro la corruzione e istituzioni democratiche solide, e a lavorare insieme per far avanzare il futuro della Serbia nell’Unione europea”.
La commissaria slovena all’Allargamento, Marta Kos, si è congratulata con gli studenti e ha ricordato che “per la Serbia può iniziare un nuovo capitolo”.
Il governo italiano, invece, tace. Nessuna telefonata o post social. Almeno fino a pomeriggio inoltrato.
Il primo ministro ungherese Peter Magyar ha invece telefonato ai rappresentanti della lista per esprimere il sostegno di Budapest. La sua vittoria contro Viktor Orban, sei mesi fa, fu un importante indizio per il movimento di opposizione serbo. Dopo l’uscita di scena di Orban in Ungheria, anche Belgrado cambia pagina e Putin perde un secondo punto d’appoggio nello scacchiere europeo. Per la Ue è certamente un interlocutore diverso. Che adesso deve affrontare la sfida più difficile: trasformare la vittoria nelle urne in un governo.































